Non solo sapiens: le ultime novità sul genere Homo

Teca con teschi

ATTUALITÀ PER LA CLASSE

Fino a non molto tempo fa non eravamo gli unici rappresentanti del genere Homo sulla Terra: c‘erano anche gli uomini di Flores, diNeanderthal, di Denisova. Ed è appena stata scoperta in Sudafrica una specie più antica, Homo naledi. In questo articolo una panoramica sull’origine della nostra specie e sui suoi rapporti con gli altri Homo.

Marco Ferrari

L’uomo è sempre stato interessato ai suoi antenati, anche e soprattutto quelli lontanissimi. Lo testimonia la maggior parte dei libri sacri delle religioni mondiali, che inizia con la creazione della nostra specie (e, marginalmente, di tutto il resto dell’Universo). Ma solo la scienza è riuscita veramente a chiarire quali possono essere stati gli avvenimenti che hanno portato alla comparsa di Homo sapiens. Per questo ogni nuova scoperta viene accolta con grande eccitazione dal mondo dei paleoantropologi, dalla stampa specializzata e spesso anche da mezzi di comunicazione più generali.

L’uomo delle stelle

L’ultimo “uomo” ritrovato, in una stretta grotta in Sud Africa, è stato chiamato, dal suo scopritore Lee Berger, Homo naledi. Significa circa “uomo delle stelle”, perché scoperto in una grotta nota come Dinaledi chamber (“grotta delle molte stelle”). È una specie che appartiene al nostro genere (Homo) e non a quello che si presume comprenda i nostri antenati più antichi (Australopithecus); lo scheletro ha alcune caratteristiche molto interessanti, che contribuiscono a chiarire parecchi aspetti fondamentali della nostra evoluzione.

Un esempio di evoluzione a mosaico

La parte inferiore del corpo di Homo naledi può essere descritta molto genericamente come quella di una specie che camminava su due gambe, proprio come noi, mentre quella superiore, soprattutto il cranio, aveva tutte le caratteristiche di specie molto precedenti. Homo naledi sembra così costituito da pezzi presi da scheletri diversi: un esempio della cosiddetta evoluzione a mosaico. Vediamo perché. È vero che delle migliaia di ossa ritrovate (che formano almeno 15 scheletri praticamente completi, un numero altissimo) la parte inferiore è adattata alla camminata bipede. Ma, allo stesso tempo, le ossa delle dita dei piedi sono più incurvate: una caratteristica che fa pensare che sia stato anche in grado di arrampicarsi sugli alberi molto meglio di noi. Lo stesso si può dire delle mani: sono forti e hanno quasi sicuramente la presa di destrezza tipica degli uomini, anche se le dita curve, ancora una volta, fanno pensare che Homo naledi fosse un abile arrampicatore. Il cranio, infine, non era una scatola tondeggiante che ospita un cervello di dimensioni notevoli, ma un contenitore non molto più grande di quello degli australopitechi, le numerose specie che precedettero il genere Homo. Pur avendo un cervello piuttosto minuscolo (circa 500 centimetri cubi, poco più di un terzo del nostro), quindi, questa specie aveva un corpo quasi moderno. Ecco il perché della definizione evoluzione a mosaico; significa che alcune parti del corpo di un animale o di una pianta si modificano, evolvono, mentre altre parti non cambiano, e rimangono simili a quelle di specie più antiche.

Frammenti ossei

Dalla marcia del progresso all’anello mancante: concetti da rivedere

Homo naledi, insomma, è la dimostrazione che l’evoluzione, a differenza di quanto si pensa comunemente, non è un processo lento e costante in cui un organismo marcia da una tappa all’altra con cambiamenti che lo modificano tutto.
La raffigurazione dell’evoluzione umana che si trova praticamente ovunque, e che va da una scimmia antropomorfa indeterminata agli australopitechi fino ad arrivare all’uomo, è quindi sbagliata in più di un senso. Non esiste per esempio nessuna linea “obbligata” che porta dai nostri antenati a noi, e le scimmie antropomorfe non possono ovviamente essere nostri predecessori, semplicemente perché sono nostre contemporanee. Le ultimissime scoperte di fossili, inoltre, distruggono una volta per tutte anche un concetto molto caro alla scienza e alla divulgazione di qualche decennio fa, quello di anello mancante. Secondo questo antica idea si pensava che le diverse specie fossero come anelli appartenenti a una catena lineare, con una precisa direzione nel tempo, in cui ogni specie è più avanzata delle altre che l’hanno preceduta, e meno di quelle che l’avrebbero seguita, fino ad arrivare, alla specie più avanzata, l’uomo moderno. I fossili non consentono di ricostruire con precisione tutte le specie (gli anelli) della catena, e si dice che alcuni di questi non siano ancora stati scoperti: che siano, appunto, mancanti. Per questo a ogni nuovo ritrovamento si inneggia alla “scoperta dell’anello mancante”, che sarebbe meglio dei precedenti e peggio dei successivi.
Ma abbiamo visto che Homo naledi è fatto di "frammenti" appartenenti a specie molto antiche, e di altri che invece sono più simili a specie più moderne. Nessuna catena, quindi, ma un continuo nascere e morire di “uomini” differenti, che come dicono gli evoluzionisti si sono adattati alla situazione di quel momento, e non hanno nessuna visione di un futuro lineare, di una linea dritta come il tronco di un albero. Se non ci sono catene, non ci sono neppure anelli della stessa catena; niente anelli, niente mancanze. Per questo si preferisce adesso parlare degli uomini che ci hanno preceduto come di un cespuglio, un gruppo di specie costituito da tanti rametti al termine dei quali c’è una specie. E delle quali solo una, la nostra, è sopravvissuta.

Frammenti ossei mano

Origine africana

È sempre più chiaro quindi che l’evoluzione degli uomini moderni non è molto diversa da quella di tutti gli altri animali, anche se il risultato è molto particolare. Quello che è stato chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio è che le prime specie che possono essere definite Homininae (la sottofamiglia cui apparteniamo) provengono tutte dall’Africa. E che la maggior parte della nostra evoluzione, almeno dal punto di vista temporale, si è svolta in quel continente, e in particolare nella parte sud-orientale dell’Africa stessa. Altri punti abbastanza chiari sono i passi anatomici che hanno portato da specie dalle abitudini arboricole ad altre che erano più adattate alla vita nella savana. E che quindi furono selezionate per camminare su due zampe invece che su quattro, come la maggior parte delle specie di mammiferi. Per costruire un affresco completo dell’evoluzione umana i paleoantropologi devono però ancora chiarire il perché dei passaggi che hanno portato a Homo sapiens. Per esempio, perché questa trasformazione di alcune specie che vivevano sugli alberi in abitanti della savana.

Un cespuglio intricato

I nostri antenati costituivano quindi un gruppo piuttosto folto, vissuto a partire da circa 3 milioni di anni fa. Un cespuglio complesso, come abbiamo visto, in cui ogni specie aveva caratteristiche avanzate o più antiche. Se ci fossimo trovati in Africa qualche milione di anni fa, non sarebbe stato facile scegliere quale specie avesse la maggior probabilità di sviluppare cervello, intelligenza, complessi rapporti sociali e una cultura avanzata come la nostra. Ecco perché è molto difficile anche decidere, pur con tutte le informazioni che abbiamo, quale e se ci sia stata una linea precisa che ha condotto a noi.

Novità dalla genetica

Il cespuglio è complesso e difficile da capire per un’altra ragione, che questa volta deriva da dati che ci ha svelato la genetica. Negli ultimi anni infatti alcuni laboratori nel mondo sono riusciti a leggere il patrimonio genetico di due specie che ci hanno preceduto, l’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis) e l’uomo di Denisova (che non ha ancora una classificazione precisa, con il suo nome latino). Se il primo è conosciuto fin dal Diciannovesimo secolo, la seconda specie è nota solo da pochi anni, per alcune piccole ossa trovate in una grotta in Siberia. Di entrambi, con metodi sofisticatissimi e molta pazienza, si è riusciti a determinare la sequenza del DNA, e si è scoperto che alcuni dei geni presenti nelle due specie sono anche nel patrimonio genetico dell’umanità.
Circa il 2-4% dei geni nelle nostre cellule provengono dall’uomo di Neanderthal, e una percentuale variabile secondo le popolazioni della Terra deriva dai cosiddetti Denisoviani. Questo significa che, oltre a essere un intricato cespuglio, nell’intero gruppo dei nostri antenati potevano verificarsi anche scambi di geni, cioè accoppiamenti tra maschi e femmine tra specie che noi pensiamo siano diverse. Che dovevano, inoltre, essere contemporanee. La nuova paleoantropologia ha infatti stabilito che la presenza della sola nostra specie sulla Terra è un’eccezione, perché, per esempio, circa 40.000 anni fa sul nostro pianeta esistevano almeno 3, se non 4, specie di uomini. Assieme all’uomo moderno c’erano infatti l’uomo di Neanderthal, l’uomo di Flores (Homo floresiensis, una specie molto piccola che abitava una minuscola isola nel sud-est asiatico) e l’uomo di Denisova. Delle quattro specie solo la nostra è passata al vaglio della selezione naturale, ed è ora dominante sul pianeta. Unita alle nuove tecniche di indagine genetica, la paleoantropologia sta costruendo quindi una nuova visione di Homo sapiens.

Per approfondire online

  • Ferrari M., a cura di, L’evoluzione dell’uomo, "Focus Extra", n. 67, primavera 2015.
  • Manzi G., Il grande racconto dell’evoluzione umana, Il Mulino, Bologna, 2013.
  • Tattersall I., I signori del pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo, Codice edizioni, Torino, 2013.
  • Tuniz C., Manzi G., Caramelli D., La scienza delle nostre origini, Laterza, Bari, 2013.
  • Pievani T., Homo sapiens. Il cammino dell’umanità. De Agostini, Novara, 2012.
  • Olduvai. La culla dell’umanità, documentario della Scuola di paleoantropologia dell’Università Perugia. Per informazioni scrivere a mirko.lombardi@gmail.com
  • Speciale Homo naledi, “National Geographic Italia”, ottobre 2015. Alcuni articoli sono disponibili anche sul sito della rivista.

 

Marco Ferrari laureato in scienze biologiche, è giornalista e comunicatore scientifico. Ha scritto su mensili, settimanali e quotidiani e collaborato ad alcune enciclopedie scientifiche. Attualmente è caposervizio scienza di Focus. Il suo ultimo libro s'intitola L’evoluzione è ovunque(Codice edizioni).