Letture. Società contemporanea

società contemporanea don Milani

LIBRI IN CLASSE

Da Assisi a Barbiana. Il sentiero di don Milani di Maria Rosaria Sorce

Fotografie e fotografi di Perugia, 1850-1915 di Marco Trinei

Per una storia delle nonne e dei nonni. Dall’Ottocento ai giorni nostri di Elena De Marchi e Claudia Alemani

Da Assisi a Barbiana. Il sentiero di don Milani

Autore: Maria Rosaria Sorce
Editore: Morlacchi, 2016
Pagine: 312

“Spesso si pensa a don Lorenzo Milani come uomo, come educatore, come maestro, come grande pedagogista, ma don Lorenzo fu innanzitutto prete, sempre, sempre obbediente alla Chiesa e mai, mai ha detto una sola parola contro, rimanendole sempre fedele; prima di tutto era prete e voleva attuare il Vangelo alla lettera e null’altro. Da qui sono partite tutte le sue conseguenze alla lettera... ma lui adorava solo il Vangelo alla lettera”. Per Maria Rosaria Sorce l’avvio della ricerca del “vero” don Milani è partito da qui, dalla dichiarazione fatta da Giancarlo Carotti, uno dei primi sei alunni del grande sacerdote nella scuola di Barbiana. A cinquant’anni di distanza dalla scomparsa di don Milani, avvenuta il 26 giugno 1967, l’autrice presenta il risultato del suo viaggio a ritroso alle origini di questa rivoluzionaria esperienza educativa in nome del “Vangelo alla lettera”.
Il 3 maggio 2008, insieme ai compagni di corso e ai seminaristi dell’Istituto Teologico di Assisi, Sorce giungeva nel luogo che don Lorenzo aveva abbracciato per poter adempiere fino in fondo alla propria chiamata vocazionale. La frase “da lì è partito tutto”, testimonianza appassionata del suo antico alunno, è la chiave interpretativa di tutto: un grande personaggio, la sua vocazione religiosa, la sua storia su cui moltissimo è stato scritto e interpretato, l’esperienza ecclesiale e la rivoluzione educativa realizzata in quel piccolo borgo dell’Appennino toscano, all’epoca completamente marginale e abitato dagli “ultimi”. Il grande educatore fiorentino era talmente fedele alla sua Chiesa da chiamarla “mia moglie”, come raccontava don Raffaele Bensi, la guida spirituale cui il giovane Lorenzo deve il discernimento definitivo della sua vocazione.
Per il giovane rampollo della famiglia Milani, infatti, tutto iniziò in maniera inaspettata il 4 giugno 1943. La persona che agisce positivamente nella sua svolta spirituale è appunto don Raffaele. Il giorno in cui Lorenzo si rivolge a lui, don Raffaele non ha molto tempo, deve andare a officiare il funerale di un giovane sacerdote. Quando arrivarono di fronte al capezzale del giovane don Dario Rossi, Lorenzo disse semplicemente: “Se permette, io prenderò il suo posto”. Effettivamente, cinque mesi dopo sarebbe entrato in seminario; e quattro anni dopo, il 15 luglio 1947, sarebbe stato ordinato prete.
Su questo fondamento poggia la sua intera esistenza e l’opera inarrestabile che l’ha animato. Per questa ragione, la dimensione “laica” della sua opera non può essere separata da quella religiosa. Questa vocazione l’aveva animato fin dalle origini della sua attività pastorale. A San Donato da Calenzano, periferia operaia fiorentina, il giovane sacerdote organizza una scuola serale per adulti di cui si occupa in prima persona. L’avrebbe continuata con passione, se possibile, ancora maggiore, a Barbiana.
“La mia è una parrocchia di montagna – disse in un’intervista televisiva. – Quando c’arrivai c’era una scuola con una sola aula. Quando uscivano dalla quinta elementare i ragazzi erano semianalfabeti, andavano a lavorare, timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile oltreché religiosa”. Nonostante provenisse da una famiglia colta dell’élite economico-sociale, don Lorenzo affermava che la vera dignità consisteva nel trasmettere contenuti validi in una forma comprensibile per tutti: “Io non misuro le parole e non calcolo molto quello che mi conviene, ma cerco di ottenere la fiducia dei ragazzi e del popolo, e di educare gli uni e gli altri a fare altrettanto”. Tutto questo per “dare parole alla Parola”.
La ricostruzione della effettiva realtà di don Milani è contestualizzata in questo volume nella ricostruzione della storia italiana del Novecento, segnatamente quella del secondo dopoguerra. Sono gli anni del boom, quando diventa abissale la distanza tra sviluppo e sottosviluppo, tra inclusi ed esclusi dai diritti fondamentali – tra cui l’accesso all’istruzione.
In quel paesino quasi inaccessibile, luogo dell’“esilio”, don Milani intendeva compiere la propria missione di “affiancare e affrancare i poveri”. In quel luogo impostogli come sede dopo l’esperienza di San Donato, avrebbe dovuto affrontare l’emarginazione, la solitudine e l’incomprensione, che furono la grande prova della sua vita. Dal superamento del “deserto” con la sua profonda libertà interiore arrivò a cogliere e a comprendere il grande “dono” di Barbiana.
Non meno importante è la chiarificazione dei rapporti tra Stato e Chiesa nel corso del Novecento, il contesto della nascita del personaggio, della sua formazione seminariale, di impegno ecclesiale e di non facile dialogo con le gerarchie ecclesiastiche.
Perché “da Assisi a Barbiana”? Don Milani, che si spende per i ragazzi di Barbiana, ultimi ma “elettissimi di Dio” che lui deve riscattare, richiama san Francesco non solo per la scelta di povertà ma soprattutto per la purezza di cuore e di intenzioni. Come è “francescano” incarnare la povertà del Cristo attraverso l’abbraccio alla povertà del proprio tempo, così sa di francescano la volontà di Lorenzo di desiderare la povertà estrema fin dal momento dell’ingresso in seminario. Se la vita di Francesco è incarnazione del suo discorso sulla “perfetta letizia”, don Lorenzo dimostra di accogliere a sua volta lo spirito del francescanesimo accettando di obbedire alla Chiesa, che “amò sino all’annientamento del suo cuore, a un martirio incruento vissuto in una maestosa dignità, virile nella fede e nell’obbedienza”.
Ad accomunare le due figure c’è anche la radicalità della conversione e ciò che entrambi hanno scelto di abbandonare; tanto più don Milani, come sottolinea l’autrice, oltre alla rinuncia dell’agiatezza ha scelto di spogliarsi della ricchezza culturale familiare e propria, per donarla ai suoi “ultimi” di Barbiana.
“Un uomo trasparente e duro come un diamante” disse di lui don Raffaele Bensi. La visita di Papa Francesco a Barbiana nel giugno 2017 ha onorato – da parte della massima autorità cattolica – la memoria di un grande educatore, il cui messaggio risplende oggi come cinquant’anni fa: “Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità, e quindi neanche libertà e giustizia”.
Queste parole, come ha sottolineato Maria Rosaria Sorce, sono attuali e urgenti oggi per la piena umanizzazione di ogni persona. Attraverso la parola c’è la strada verso la cittadinanza e la crescita di una coscienza libera.
La Chiesa deve moltissimo all’opera pastorale di don Milani, ma gli deve moltissimo anche la scuola italiana: la scrittura collettiva, le attività laboratoriali, l’apprendimento derivante da un contesto significativo, l’inclusione degli alunni con esigenze educative speciali, dobbiamo tutto all’attività profetica sviluppatasi nella “parrocchia di montagna” di Barbiana.

A cura di Paola Ducato

Paola Ducato è docente di Storia e filosofia presso il liceo Annibale Mariotti di Perugia. Ha svolto attività di formazione e aggiornamento per docenti ed è autrice di pubblicazioni di interesse didattico, tra cui Fotogrammi per la Storia. Attività laboratoriale per la didattica della Storia, Morlacchi, Perugia 2004; Sogno “lamericano”. Laboratorio cine-storico, e-book pubblicato nel 2007 sul sito ufficiale della FILEF, Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie, www.filef.info; Rifacciamo boom, viaggio nell'Italia “miracolata” nella prospettiva di EXPO 2015 edizione Guardastelle, Perugia, 2015.  

Fotografie e fotografi di Perugia, 1850-1915

Autore: Marco Trinei
Editore: Futura edizioni, 2016
Pagine: 312

L’ottica del libro di Marco Trinei, Fotografie e fotografi di Perugia, 1850-1915 è subito precisata: si tratta del percorso storico della fotografia a Perugia, e non viceversa. Ossia, non la storia cittadina letta attraverso fotografie dʼantan, bensì le immagini come le vere protagoniste.
In quei 65 anni di storia la regione Umbria e il suo futuro capoluogo cambiano radicalmente pelle, da ex-territorio papalino all’annessione al neonato Stato italiano. Al tempo stesso, sono decenni cruciali per una tecnica pionieristica quali le “istantanee sulla realtà”: dai primi fotografi professionisti fiorentini e romani alla nascita dei primi studi perugini; dalla prima ritrattistica d’élite alla nascente massificazione alla vigilia della Grande Guerra; dalla città bella ma silenziosa alle prime “pubblicizzazioni” di Perugia sulle cartoline postali; dalla bellezza arcaica del verde che avvolge l’abitato agli albori della motorizzazione pubblica, con foto che ritraggono i primi piani di gruppi sorridenti con gli autobus nello sfondo.
Interessante notare che i primi fotografi dovettero lottare a lungo prima di ricevere un riconoscimento professionale per la loro opera, che allʼinizio veniva attribuita semplicemente alle “macchine”.
Dai primi fotografi-editori, gli Alinari di Firenze, Perugia e il territorio circostante vengono ritratti valorizzando l’analogia con il paesaggio toscano, in una sorta di prosecuzione artistico-paesaggistica; mentre i fotografi romani la ritraggono come piccola propaggine dello Stato pontificio.
Tra i tanti, l’Umbria e il suo capoluogo sono stati amati dai fotografi stranieri; in particolare, si può dire che la regione è stata “scoperta” dai fotografi-paesaggisti scozzesi. Tra loro emerge Robert MacPherson, il quale dedica alle bellezze di Perugia molti scatti significativi: la chiesa di San Bernardino a San Francesco al Prato, l’Arco Etrusco, Palazzo dei Priori e piazza IV Novembre. Tra le sue immagini più suggestive campeggia la “Fortezza di Perugia costruita da Papa Paolo III, che ingloba un’antica porta etrusca” (1860). La foto ritrae in una prospettiva di grande effetto la Rocca Paolina al termine della fase di restauro dopo i danneggiamenti risorgimentali del 1848. (Verrà poi totalmente demolita dopo l’unità d’Italia).
Dopo gli scopritori d’oltralpe, inizia la prima avanguardia di fotografi perugini, che da un lato continuano a descrivere le bellezze locali, naturali e artistiche, dall’altro ritraggono le famiglie dell’élite. Le immagini poste al servizio della “pittoresca” raffigurazione del territorio andranno a confluire nel volume di Renzo Floriani L’Umbria descritta ed illustrata (1891).
Tra il 1900 e il 1915 si fa avanti il fenomeno della massificazione: l’uso pubblico del mezzo fotografico è indicato da immagini di manifestazioni pubbliche, da numerosi scatti di gruppo per scolaresche o compagnie di fanteria. Ci sono anche foto di gruppo tratte dalla vita quotidiana, come le tante persone, sorridenti e fiere, ritratte nell’auto-garage “Perugia” con un autobus pubblico nello sfondo. Queste istantanee sembrano contenere qualcosa dell’ottimismo fiducioso in un progresso senza limiti, approdato anche in questa bella città medievale avvolta nel verde.
Siamo alla vigilia della Grande Guerra, che disperderà brutalmente ogni illusione. Si conclude davvero l’epoca della “Perugia che fu” archiviata nella mostra del 1916.
In ogni caso, a imporsi come cruciale è sempre il fattore umano: è esso a rendere le immagini “parlanti”. Dimmi come fotografi e ti dirò chi sei.

A cura di Paola Ducato

Paola Ducato è docente di Storia e filosofia presso il liceo Annibale Mariotti di Perugia. Ha svolto attività di formazione e aggiornamento per docenti ed è autrice di pubblicazioni di interesse didattico, tra cui Fotogrammi per la Storia. Attività laboratoriale per la didattica della Storia, Morlacchi, Perugia 2004; Sogno “lamericano”. Laboratorio cine-storico, e-book pubblicato nel 2007 sul sito ufficiale della FILEF, Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie, www.filef.info; Rifacciamo boom, viaggio nell'Italia “miracolata” nella prospettiva di EXPO 2015 edizione Guardastelle, Perugia, 2015.

Per una storia delle nonne e dei nonni. Dall’Ottocento ai giorni nostri

Autori: Elena De Marchi, Claudia Alemani
Editore: Viella, 2015
Pagine: 276

Nonne e nonni sono oggi protagonisti di primo piano della vita familiare. Ma qual era il loro ruolo in passato? Il grande interesse per le loro figure, dimostrato negli ultimi anni in numerose discipline (sociologia, psicologia, pedagogia), in Italia non ha finora trovato un corrispettivo nella storiografia, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi.
Questo libro, che si colloca nell’alveo di tali studi, avvia un percorso di analisi storica della “nonnità” in Italia, delineando filoni di indagine inesplorati. Analizza il rapporto nonne-i e nipoti, sia all’interno delle famiglie delle élites sia dei ceti popolari; la costruzione dell’immagine della nonna rispetto a quella del nonno nelle differenti classi sociali; gli aspetti legati alla giurisprudenza dal XIX secolo ai giorni nostri; il lungo prevalere dei diritti dei nonni (“i nonni tutori”); l’immagine dei nonni e delle nonne nei testi letterari, il loro coinvolgimento nella cura dei nipotini fino a una cura parentale quasi a tempo pieno.
Il libro propone informazioni e stimoli di riflessioni a tutti coloro che, per curiosità personale, studio o lavoro hanno interesse per un aspetto finora pressoché sconosciuto della vita familiare del passato nel nostro paese.

Elena De Marchi è dottoressa di ricerca in Società europea e vita internazionale nell’età moderna e contemporanea presso l’Università di Milano.
Claudia Alemani collabora alla cattedra di Pedagogia generale dell’Università Bicocca di Milano.

A cura della redazione