Letture. I totalitarismi

Totalitarismi

LIBRI IN CLASSE

Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato di Dario Fertilio
Uno scrittore in guerra (1941-1945) di Vasilij Grossman
La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento di Gabriele Nissim
Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo di Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta e Giovanna Parravicini
Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato

Autore: Dario Fertilio
Editore: Rubbettino, 2017
Pagine: 210

È lecito leggere il fenomeno storico del totalitarismo anche con le categorie della scienze naturali? Il regno delle guerre della Natura è affine ai campi di battaglia della Storia? Possiamo trasporre i meccanismi della contaminazione virale al diffondersi del male nelle società autoritarie?
Dario Fertilio lancia questa provocante sfida. Il libro sviluppa il concetto dell’idealtipo totalitario, inteso come strumento paradigmatico, multi e interdisciplinare, capace d’indagare la natura dei tre sistemi totalitari (dai nazifascismi al comunismo fino all’islamismo radicale) caratterizzati da una mobilitazione permanente simile al contagio infettivo che vuole espandere e conservare il potere del male sull’intero organismo vivente. Il volume procede con suggestive, ma necessariamente discutibili, analogie tra le più acute analisi storico, filosofiche, letterarie del fenomeno totalitario e la biologia, l’informatica e le neuroscienze, connettendo concetti come propagazione, codice genetico, adattabilità, mutazione, contagio virale con quelli di ideologia, alienazione delle coscienze, propaganda e terrore di massa. Il rischio e il fascino, nello stesso tempo, di una simile operazione è di superare gli steccati, di diltheyana memoria, degli ambiti e metodi propri delle scienze storiche e delle scienze naturali, producendo una contaminazione che può sicuramente stimolare il pensiero critico del lettore, ma anche spaesarlo alquanto. L’autore, noto scrittore d’origine dalmata, non si limita a descrivere la natura del virus e analizzarne la teoria e la prassi che lo generano e diffondono, permettendogli di penetrare all’interno del “sistema immunitario” delle comunità, ma offre anche una possibile “terapia” della patologia. Rimedi, non sempre condivisibili, che non devono passare attraverso la reazione emotiva o il “sociologismo giustificazionista” o peggio ancora “il miope realismo politico”, produttore solo di un pericoloso relativismo valoriale, ma attraverso “un cocktail di farmaci” capace di coniugare certezza del diritto e intervento militare, aumento e distribuzione della ricchezza globale e cultura della libertà.

A cura di Lino Valentini

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.

Uno scrittore in guerra (1941-1945)

Autore: Vasilij Grossman, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova
Editore: Biblioteca Adelphi, 2015
Pagine: 471

Uno scrittore in guerra (1941-1945) raccoglie le corrispondenze belliche dell’autore, come inviato del quotidiano “Krasnaja zvezda” sul fronte sovietico dal 1941 al 1945. Grossman, uno degli scrittori più straordinari del Novecento, si mostra acuto investigatore di ogni dettaglio delle vicende militari, spesso ignorate dalle versioni ufficiali. Il suo amore per la vita ne fa un narratore dotato di una scrittura coinvolgente, capace di descrivere con forza sia gli aspetti fisici che i caratteri psicologici, sia i gesti d’eroismo che le criminali vigliaccherie. La sua passione per la verità lo spinge innanzitutto all’attento ascolto degli umori e degli stati d’animo dei soldati russi, capaci di comunicare la spietata “dialettica della guerra”, sia nei momenti tragici della disfatta nella “concentrazione di Kiev” dell’agosto 1941, sia nel momento del riscatto di Stalingrado nel novembre 1943. Nessun bollettino ufficiale o velina di regime troviamo nei sui taccuini. Non c’è retorica nazionalista né compiacenza verso il potere, nella sua narrazione, ma solo lucida volontà di esprimere i risvolti umani della tragedia bellica. La meticolosa ricostruzione cronologica studiata e realizzata dai due curatori (uno storico inglese e una ricercatrice russa) di tutti gli spostamenti di Grossman sul fronte, fa dell’opera un testo imperdibile, capace di unire la documentazione dei fatti storici con un immenso talento letterario.

A cura di Lino Valentini

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.

La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento

Autore: Gabriele Nissim
Editore: Mondadori, 2015
Pagine: 304

Il grande merito dell’ultimo libro di Gabriele Nissim, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento, è quello d’indagare la genealogia e lo sviluppo della personalità di un Giusto. La vicenda prende spunto dalla lettera scritta, nella primavera del 1933 a Hitler dal poeta tedesco Armin Theophil Wegner (1886 – 1978) con l'intento d’accendere un barlume di coscienza nel Führer. La missiva, di cui si sono perse le tracce, diventa il filo conduttore – ricostruito mediante le testimonianze dirette della segretaria del poeta, Johanna - di uno scavo nella profondità dell’anima dell’autore, nel contesto della drammatica storia del Novecento. È la questione della colpa, individuale e collettiva del popolo tedesco che emerge in primo piano; colpe, come ricordava il filosofo K. Jaspers, criminali, politiche, morali e metafisiche, di chi si sente parte integrante del genere umano e si scopre fragile di fronte alla violenza della storia. La bravura di Gabriele Nissim, scrittore e presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti, è quella di non idealizzare il protagonista, ma di comprenderne le umane debolezze e motivazioni, mosse più dall’egoismo, che da nobili principi. “Fare del bene, non è una virtù, ma è come un vizio”, dichiara, in maniera provocatoria Wegner: una specie di dipendenza legata al bisogno di liberarsi dalle proprie angosce.

A cura di Lino Valentini

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.

Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo

Autori: Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta, Giovanna Parravicini
Editore: La Casa di Matriona, 2015
Pagine: 180

Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta, Giovanna Parravicini, con Vive come l'erba... Storie di donne nel totalitarismo, ci raccontano e testimoniano dello spirito e del coraggio eccezionali di otto donne, capaci non solo di sopravvivere, ma di resistere attivamente all’annientamento disumano dei Gulag sovietici. I tre autori, mediante biografie, lettere, diari, interviste, hanno ricostruito le vicissitudini umane delle protagoniste. Personalità diverse, nomi noti e sconosciuti: attiviste dei diritti umani, suore-artiste di icone, docenti universitarie, ex-deportate, filologhe e poetesse, tutte unite da un’insaziabile tensione alla verità, capace di tenere testa a tutte le disgrazie della sorte. Donne convinte che nessuna ideologia possa giustificare menzogne e violenze e denaturare i valori della cultura, della religione e della tradizione popolare. La speranza comunista, che in gioventù aveva attratto e illuso le loro famiglie, ha deluso ogni aspettativa e mostrato il volto della disumanità. Malgrado tutto, le protagoniste sono convinte che esiste “un amore di bene persino nei lager” e nessuno strumento coercitivo riuscirà a “strappare agli uomini l’umanità”. Le personali e intense storie di Ekaterina, Ionna, Kommunella, Ol’ga, Milena, Růžena, Dagmar, Natal’ja raccontano e insegnano che la Storia può essere cambiata dall’interno anche con semplici gesti di solidarietà e bontà.

A cura di Lino Valentini

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.

Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali

Autori: Mario Avagliano, Marco Palmieri
Editore: Baldini & Castoldi, 2013
Pagine: 446

“È tempo che gli Italiani si proclamino puramente razzisti”. È il 1938. Di fronte alle leggi razziali gli italiani hanno un duplice atteggiamento: indifferenza allineata o piena “condivisione ossequiosa”, al punto che vengono registrati non pochi atti vandalici compiuti addirittura da zelanti ebrei fascisti contro altri ebrei.
Nell’unico paese europeo che, dopo la Germania, applica leggi razziali, la dichiarazione del duce sembra realizzarsi con relativa rapidità. Questa la tesi degli autori Mario Avagliano e Marco Palmieri, giornalisti e scrittori legati alla rete degli Istituti della Resistenza, da cui appunto provengono i moltissimi materiali della ricerca.
Si può davvero parlare di “libidine di asservimento”? Gli eventi dello spazio pubblico testimoniano purtroppo una tendenza a cui non si sottrae neppure quell’intellighenzia che diventerà così rappresentativa per la successiva democrazia italiana. La tesi viene chiarita fin dalle prime pagine del volume, dove gli autori si oppongono alla tesi della sostanziale “estraneità degli italiani alla questione razziale” portata avanti da Renzo De Felice.
Il complesso fenomeno del generale allineamento all’antisemitismo del regime viene approfondito attraverso diverse prospettive: l’antisemitismo “applicato” nelle scuole e nelle università; la debole voce dell’antifascismo proprio nel 1938, in concomitanza con la grande crescita del consenso nel ‘38-‘39; la chiesa tra fattiva solidarietà privata e silenzio istituzionale, rotto da alcune voci di veemente cattolicesimo antigiudaico come padre Agostino Gemelli.
Tra i vari spaccati della società italiana in quel 1938, particolarmente significativa l’attenzione data al mondo della scuola, da quella dell’infanzia, momento embrionale di una prima coscienza razzista, alla scuola media, dove inizia l’incontro con la cultura umanistica, i cui testi e finalità vengono attentamente selezionati, fino alla scuola superiore, in cui si compie un percorso di formazione che porterà a diventare, a propria volta, divulgatori della dottrina delle razze.
Una caratteristica dominante dell’istituzione scolastica appare l’oscillazione tra il conformismo dichiarato e i tanti piccoli gesti di solidarietà privata, tanto più forte negli atenei italiani. Due esempi illustri. Elio Toaff (che sarebbe diventato rabbino capo di Roma, accogliendo in sinagoga papa Giovanni Paolo II) riuscì a ottenere la tesi grazie a un professore particolarmente coraggioso e illuminato che lo avrebbe accompagnato fino alla discussione; ma lì, in segno di protesta, uscirono dall’aula gli altri accademici. Una vicenda analoga per Primo Levi, scaricato da un docente all’altro finché non riuscì a laurearsi. Pur nell’elogiarlo con un 110 e lode, la pergamena precisava che il neo-dottore era “di razza ebraica”.
La questione ebraica sarebbe confluita nel drammatico epilogo, oggetto della nostra memoria storica nella Giornata del 27 gennaio; e l’Italia “puramente razzista” sarebbe entrata nel cono d’ombra della Shoah europea.

A cura di Paola Ducato

Paola Ducato è docente di Storia e filosofia presso il liceo Annibale Mariotti di Perugia. Ha svolto attività di formazione e aggiornamento per docenti ed è autrice di pubblicazioni di interesse didattico, tra cui Fotogrammi per la Storia. Attività laboratoriale per la didattica della Storia, Morlacchi, Perugia 2004; Sogno “lamericano”. Laboratorio cine-storico, e-book pubblicato nel 2007 sul sito ufficiale della FILEF, Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie, www.filef.info; Rifacciamo boom, viaggio nell'Italia “miracolata” nella prospettiva di EXPO 2015 edizione Guardastelle, Perugia, 2015.