Letture. Neorealismo

2 giugno 1946

LIBRI IN CLASSE

Un percorso storico-letterario attraverso alcune opere in prosa contemporanee alla nascita della Repubblica, a rappresentare i caratteri, le difficoltà, ma anche la forza e la tenacia, che hanno accompagnato la rinascita politica e sociale del nostro paese dopo la guerra.

Paolo Senna

Si propone qui un percorso nel quale sono state scelte alcune opere significative, ma non quelle generalmente più note, pubblicate nell’arco temporale che dalla fine del conflitto si spinge fino al 1951.
 Il motivo di questo limite è duplice: nel 1951 infatti l’inchiesta radiofonica di Carlo Bo (Inchiesta sul neorealismo) aveva di fatto posto il sigillo sulla stagione letteraria neorealista, che avrebbe lasciato a poco a poco spazio ad altre narrazioni maggiormente orientate sul tema politico e ideologico e sul racconto di fabbrica, dando voce al neosperimentalismo e alla neoavanguardia, come al Pasolini di Ragazzi di vita, 1955 e delle Ceneri di Gramsci, 1957; al Gadda di Quel pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957; al Sanguineti di Laborintus, 1956. L’anno successivo, poi, veniva pubblicata la raccolta di racconti I ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio: un libro che cambiò il modo di sentire e di narrare la realtà partigiana adottando un punto di vista distaccato e antieroico, mutando i paradigmi narrativi dell’epopea della Liberazione.
 In questo percorso, per ogni opera scelta viene data una sintesi della trama e un passo indicativo che esprime o dipinge la realtà che gli scrittori avevano davanti ai loro occhi.

Vittorini e la spinta verso una nuova cultura

Nel periodo convulso e tragico che andò dal crollo del fascismo alla fine della Seconda guerra mondiale, vi fu un progressivo recupero di una condizione di libertà di espressione che si concretizzò in feconde e prolungate discussioni tanto in ambito politico quanto in quello culturale. Gli intellettuali e gli uomini di lettere vi contribuirono con fervore, interrogandosi sul ruolo della letteratura e dello scrittore in una società rinnovata e libera. Una sintesi emblematica di queste riflessioni venne data da Elio Vittorini nell’articolo con il quale il 19 settembre 1945 apriva il primo numero della sua nuova rivista, il “Politecnico”, intitolato non a caso Una nuova cultura: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini». In questo modo, lo scrittore richiamava la necessità di rifiutare l’azione evasiva e consolatoria della cultura per costruirne una “nuova” che esorcizzasse le sofferenze e vincesse lo sfruttamento e il bisogno, occupandosi delle necessità reali dell’uomo e non esclusivamente di problemi ideali (perché «occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell’‘anima», continuava Vittorini). Veniva dunque sottolineata l’urgenza di perseguire una cultura capace di orientarsi e nei problemi materiali degli uomini e di fare di questi il polo irraggiante del discorso, anche in sede creativa e letteraria.

Il neorealismo come necessità di rappresentazione della realtà italiana

In questo contesto - mentre venivano pubblicati da Einaudi, e ampiamente meditati, i sei volumi dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, in particolare quello dedicato a Letteratura e vita nazionale - tutte le arti erano chiamate a dare il loro contributo, che si concretizzò in quel vasto insieme di idee noto con il nome di “neorealismo”. Non si trattò di un movimento organico e fedele a un programma prestabilito, ma assunse forme diversificate ed ebbe componenti ibride e varie.
Il termine era stato adottato già negli anni trenta per definire i romanzi di Alberto Moravia (Gli indifferenti, 1929) e di Corrado Alvaro (Gente in Aspromonte, 1930), ma si è soliti identificare nell’immediato dopoguerra l’inizio vero e proprio della stagione del neorealismo. Una stagione caratterizzata da un’arte “impegnata” nel bisogno di rappresentare l’Italia “reale”, ossia un paese che era emerso lacerato dal conflitto ma che aveva al contempo una profonda fiducia nelle proprie possibilità di rinascita. Scrisse correttamente Italo Calvino, uno dei maggiori protagonisti di quella stagione, che «il neorealismo non fu una scuola. [...] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino ad allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria non ci sarebbe stato “neorealismo”» (Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno).


I racconti e i romanzi che ne derivarono furono quindi il frutto di un bisogno di espressione e di racconto che chi aveva vissuto la guerra e la guerra civile desiderava comunicare.
Essi si svilupparono secondo più direttrici: la narrazione della guerra partigiana (Italo Calvino, Angelo Del Boca, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Renata Viganò, Alberto Vigevani, Elio Vittorini), la testimonianza dei campi di sterminio (Aldo Bizzarri, Primo Levi, Giuliana Tedeschi, Alba Valech), il difficile ritorno in patria (Gino De Sanctis, Oreste Del Buono), la divaricazione fra le tante “Italie” (Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Francesco Jovine, Carlo Levi, Vasco Pratolini, Domenico Rea; e ancora Calvino e Pavese). Mentre i narratori scrivevano le loro storie, la loro memoria personale mirava anche a trasformarsi in memoria storica, ovvero a costruire una memoria collettiva attraverso la creazione di una narrativa sulla storia appena passata e vissuta dagli italiani.

Un neorealismo, tanti “neorealismi”

Il neorealismo costituì un momento di feconda elaborazione che sfociò in una importante produzione letteraria. Già all’inizio degli anni Cinquanta, tuttavia, la prima e forse le più significativa fase della stagione neorealistica sembra chiudersi. Sicuramente a questo fatto contribuirono eventi oggettivi, come le elezioni del 18 aprile 1948, che consegnarono la maggioranza assoluta in parlamento alla Democrazia cristiana di De Gasperi, e che vennero sentite come l’emblema dell’esaurirsi della spinta unitaria antifascista che aveva caratterizzato la politica di collaborazione fra le forze politiche, collaborazione di cui il neorealismo stesso si era nutrito. Ma l’affievolimento della vena iniziale era dovuta anche al fatto che gli scrittori di maggior talento come Pavese o Calvino e soprattutto il Fenoglio dei Ventitré giorni della città di Alba (1952) avevano imboccato strade autonome e personali nell’affrontare l’epopea della Liberazione e, ancora di più, nel riflettere sulle implicazioni sociali e psicologiche del ritorno alla vita “normale”.


Gli storici della letteratura non sono però concordi sulla periodizzazione da dare al neorealismo, proprio a ragione della complessità e della varietà di questo fenomeno. In anni recenti Romano Luperini ha proposto una triplice articolazione: un realismo politico coerente con il nuovo realismo degli anni trenta; un realismo mitico-simbolico ispirato alle vicende belliche (1940-1948); un realismo socialista, sulla spinta della politica di partito (1949 e il 1955). È certo che la poetica del neorealismo dovette scontrarsi con temi sempre nuovi sollevati da una società dinamica ed in rapida evoluzione, fatto che lo spinse al progressivo indebolimento a favore di poetiche nuove che i letterati sviluppavano via via, stimolati dal repentino cambiamento della realtà, in coerenza con la loro presenza nella società, nel mondo dell’editoria, dell’insegnamento e dell’industria.

Il cielo è rosso - Romanzo

Autore: Giuseppe Berto (1914-1978)

Editore: Milano, Longanesi, 1946

Pubblicato per la prima volta da Longanesi nel 1946, e vincitore del Premio Firenze 1948, Il cielo è rosso è ambientato in una città di provincia del Nord Italia a cavallo tra gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e l’inizio della Ricostruzione. Giulia e sua cugina Carla, rimaste sole, vengono accolte e allevate dalla nonna, che vive in un quartiere popolare. Una notte del 1944 un bombardamento inaspettato colpisce la città e il quartiere dove le due ragazze vivono, distruggendolo. Carla e Giulia si trovano però altrove in quel momento, poiché Carla aveva un appuntamento con Tullio, un ragazzo diciassettenne di cui è innamorata. Scampati alla devastazione, i tre ragazzi trovano rifugio in un edificio pericolante, una ex casa d’appuntamenti, rimasta fortunosamente in piedi. Qui, soli, senza poter contare su nessuno, cercheranno di sopravvivere. L’arrivo degli americani sancisce la fine della guerra, ma le condizioni esistenziali rimangono durissime. Al piccolo gruppo si aggiunge Daniele, un giovane giunto da Roma a cercare i genitori, che risulteranno morti nei bombardamenti. Daniele rimane a vivere con Tullio, Giulia e Carla. I ragazzi si aiutano reciprocamente e soprattutto danno una mano a chi ha più bisogno di loro. La guerra è finita, ma non il dolore. Dal romanzo di Berto è stato realizzato un film nel 1950 per la regia di Claudio Gora con tra i protagonisti Jacques Sernas, Marina Berti e Anna Maria Ferrero.



In questo brano, Berto confronta l’abbondanza delle merci che prima della guerra si scambiavano sulla piazza nel giorno di mercato. Ora invece la scarsità dei viveri dipinge un quadro desolante:



«Nella grande piazza del mercato l’animazione ebbe inizio all’alba. Nella frescura del mattino, uomini cominciarono a tirar fuori i banchi e ad esporvi le merci. Erano svogliati, ancora pieni di sonno. Arrivò la gente che andava in cerca di roba da mangiare. Un tempo si sarebbe trovato qualsiasi genere di cibo, al mercato della città. Venivano anche le contadine della campagna a vendere polli e uova e formaggi, e si mettevano tutte insieme, in un angolo della piazza. E si sarebbe potuto trovare qualsiasi altro genere di roba, oltre i cibi, stoffe e mercerie e scarpe e attrezzi. Ora c’era soltanto poca frutta e verdura, e molti oggetti vecchi, cose che la gente tirava fuori dalle case in un tentativo di non morir di fame.»

Dentro mi è nato l’uomo - Racconti

Autore: Angelo del Boca (1925-)

Editore: Torino, Einaudi, 1947

La raccolta riunisce un gruppo di dodici racconti, scritti all’indomani dell’esperienza vissuta durante la Liberazione nell’Appennino emiliano: Fondo Paradiso, Forse ero soldato, andavo al Nord, Non perderai mai il tuo controllo, Schnaps, schnaps, matto doganiere!, Oh, biondo! Oh, nervo mio!, L’ultimo colpo di fucile, Un buono a nulla il genovese, Nibbio che vola, Le tue labbra, bambina, Egli si consola al suo canto, La nostra buona compagna e madre, Ho sposato un giunco.

Il primo racconto, Fondo Paradiso, è il più lungo ed è il meglio riuscito in virtù del suo sviluppo narrativo. Il racconto inizia con una beffa di Luigi, il protagonista. La sorella diciottenne Maria, fermatasi un giorno in più del dovuto a Mirandola dove sta compiendo i suoi studi, incappa in un brutto incontro: Michele, di vent’anni più grande, e Leone, che tenta di abusare di lei, ma viene fermato dalla polizia. Quando Maria racconta l’accaduto, Luigi decide di andare via dal paese, ma il fatto sembra averlo destabilizzato interiormente, tanto che tra urla e schiamazzi la gente del paese lo trascina via legato. 



Un passaggio del racconto è particolarmente significativo perché evidenzia gli effetti psicologici della guerra:



«Leone uscì dalla macchina e con un balzo e senza pronunciare una parola, senza guardarsi attorno filò diritto verso l’ingresso di un bar – Non badargli, – disse Michele a Maria, – è un tipo rovinato dalla guerra. Non sempre ragiona. Dicono che abbia ammazzato un mucchio di gente quando era in montagna. La guerra, la guerra. Ma tutti siamo rovinati dalla guerra».

Spaccanapoli - Racconti

Autore: Domenico Rea (1921-1994)

Editore: Milano, Mondadori, 1947

Pubblicato nel 1947, Spaccanapoli è l’opera d’esordio di Rea, che prende il titolo dalla lunga strada che divide in due il centro della città di Napoli. Si tratta di un volume di racconti, nati nel clima della città occupata dagli americani al termine della guerra.
La raccolta comprende: La «Segnorina», Pam! Pam!, Tuppino, L’Americano, L’Interregno, I capricci della febbre, Mazza e panelle e La figlia di Casimiro Clarus, tutti composti tra il 1943 e il 1947. L’opera di Rea venne definita da Giorgio Bàrberi Squarotti come “una sorta di realismo colorito, grottesco” dove “la tragedia si fa più umana e sofferta”. Pur essendo ascrivibile al movimento neorealista, l’opera di Rea è spesso incollocabile in una corrente letteraria ben definita.

In Spaccanapoli vi è la compresenza di registro alto e basso, di linguaggio aulico e dialettale. In questo breve brano, tratto da L’interregno, si descrive la distribuzione del pane nel periodo della lenta liberazione dai tedeschi da parte degli americani.
Si noti come Rea miri a rappresentare grottescamente i personaggi, in particolare le vecchie, descritte con similitudini provenienti dal mondo animale, ad attestare lanegatività della realtà vissuta:



«Quando si distribuiva un po’ di pane, i lattanti annaspavano con le manine, quasi tentassero raggiungerlo a nuoto. E infine un nugolo di vecchie, fitte fitte, come un esercito di scarafaggi. Con quelle lor bocche a palette, che sembra ruminino la cicuta, nelle incursioni più spaventose levavano un mare di preci e di bestemmie sacre; quelle con cui si rimprovera a Dio la lentezza del suo intervento. Ad occhi chiusi, sembrava tastassero con le mani il manto stellato della Madonna piovuta in mezzo a loro, che ciascuna tentava d’attirare dalla sua parte per confidarsi negli ultimi istanti».

Speranzella - Romanzo

Autore: Carlo Bernari (1909-1992)
Editore: Milano, Mondadori, 1949

Edito per la prima volta da Mondadori nel 1949, il romanzo fu vincitore del Premio Viareggio del 1950, ex aequo con Terre del Sacramento di Francesco Jovine. Speranzella prende il nome da una via che percorre, tagliandoli, i quartieri spagnoli di Napoli. Siamo negli anni dell’occupazione militare degli Alleati. Una serie di personaggi si muove in questa via: l’anziana Elvira, fervente monarchica, la giovane Nannina, Michele, che vuole andarsene dai “bassi” e cercare di elevarsi socialmente. Nannina, stanca di svolgere attività di piccolo contrabbando per conto della sorella e del cognato, cerca protezione presso Elvira, la caffettèra del bar Babilonia. La donna l’accoglie con favore, poiché è convinta che la ragazza porterà fortuna alla causa monarchica di cui Elvira è sostenitrice. Alla morte di Elvira, che aveva accusato ingiustamente il figlio Michele di furto, la gestione del bar passerà nelle mani del marito, mentre il ragazzo partirà per il nord con Nannina.



Questo brano è tratto dalla prima pagina di Speranzella, che dipinge uno scorcio della città quando ormai la guerra può essere considerata “acqua passata”: 



«Ne è rimasta una all’angolo del vico Sergente Maggiore e vi si legge ancora Out of bounds e più sotto: Off limits. Dondola ad un filo e batte contro il ferro di un vecchio fanale a gas accecato. La vernice estenuata dalla pioggia e dal sole se ne vola in farfalline rosse e azzurre e nessuno ricorre più all’inglese, appreso alla meglio, per completare le lettere cancellate: non serve più, abbiamo dimenticato tutto. “Acqua passata” dice don Luigi che ha imparato a non trasalire a quell’ombra che si agita in lontananza, quando a notte alta scende dai Quartieri verso Toledo, col suo mastino al fianco. […] La Vigile Notturna li ha richiamati tutti e due in servizio ora che non teme più i ladri del dopoguerra e sta riacquistando ad uno ad uno i vecchi clienti perduti durante la Baraonda: mercanti di stoffe e di cuoiami; macellai, orefici, cambiavalute, friggitori e droghieri che nascosti nelle lunghe e gremite ombre dei vicoli rubano dalle traverse il respiro alla grande arteria vicina».

Terre del Sacramento - Romanzo

Autore: Francesco Jovine (1902-1950)

Editore: Torino, Einaudi, 1950

Pubblicato postumo nel 1950, e vincitore del Premio Viareggio nello stesso anno, il romanzo è ambientato in Molise, precisamente a Guardialfiera, in provincia di Campobasso, nei primi anni venti, durante la presa di potere del fascismo. Le terre del Sacramento, un antico possedimento ecclesiastico, passato poi al Regno d’Italia con l’Unità nazionale, vengono messe all’asta e acquistate da Enrico Cannavale, ricco proprietario terriero, dedito all’ozio e alla bella vita. Queste terre, considerate maledette poiché confiscate alla chiesa, erano fino a quel momento guardate con timore e superstizione dai contadini e ridotte a pascolo abusivo da parte dei pastori e a luogo dove ci si riforniva di legname. Enrico Cannavale sposa Laura De Martiis, che si impegna affinché le terre del Sacramento siano riportate alla vita. Con il suo fascino e la sua grande ambizione riesce ad ottenere il prestito bancario utile a rimettere a coltura le terre del Sacramento. Ma i contadini non vogliono mettere mano a quel territorio per loro “maledetto”. Luca Marano, nato in una famiglia che sopravvive a stento, dopo aver abbandonato il seminario si è dedicato agli studi di legge. Laura coinvolge Luca per fare da intermediario con i contadini per la questione delle terre. I due riescono a convincerli e sembra che tutto stia procedendo per il meglio, ma la situazione improvvisamente precipita: Laura se ne va senza dare più sue notizie, il denaro finisce presto e le terre diventano di proprietà di un altro possidente locale; ai contadini viene intimato lo sfratto e Luca li incita ad occupare i terreni, ma la rivolta viene soffocata nel sangue. Da questo romanzo la Rai ha tratto uno sceneggiato in cinque puntate nel 1970, per la regia di Silverio Blasi, con Paola Pitagora, Adalberto Maria Merli e Renato De Carmine tra i protagonisti.



In questo breve squarcio narrativo, l’arrivo della sera corrisponde per la gente di Calena al desiderio di incontrarsi e corteggiarsi, in un’aria di serenità e libertà che, seppur la narrazione sia ambientata negli anni venti, non fu molto diversa dal secondo dopoguerra:



«Intanto la giornata di tarda primavera finiva e dalle finestre entravano le vaghe luci del precoce crepuscolo di Calena. Luca finì di vestirsi e uscì. Non ci volle molto per le sue lunghe gambe a raggiungere la piazza della Fraterna, da cui partiva il Corso. Gli piaceva assistere a quei pochi minuti di animazione che esplodevano a un tratto su Calena dal tramonto della sera. La gente si addensava per la strada come se vi si fosse data convegno. Uscivano le figlie degli avvocati, dei medici, dei commercianti, degli impiegati accompagnate dalle madri, facevano tre o quattro volte il tratto che andava dalla Fraterna al Belvedere della piazza S. Francesco, ricavata da uno squarcio delle antiche mura. Gli uomini passavano tra le donne e si scoprivano due, tre, quattro volte, quanti erano gli incontri e raccoglievano un ergersi improvviso di due seni procaci sotto le camicette, o un furtivo ammiccare reale o immaginario. […] Tutto quell’armeggiare segreto era come previsto per una enorme libera festa che, cadute le ombre, si sarebbe svolta a Calena».

Bibliografia sul neorealismo in letteratura

  • Inchiesta sul neorealismo, a cura di Carlo Bo, Torino, Eri, 1951 (nuova ed.: Milano, Medusa, 2015).


  • Introduzione al neorealismo. I narratori, a cura di Gian Carlo Ferretti, Roma, Editori Riuniti, 1974.


  • Maria Corti, Neorealismo, in Il viaggio testuale. Le ideologie e le strutture semiotiche, Torino, Einaudi, 1978, pp. 25-110.


  • Cristina Benussi, L’età del Neorealismo, Palermo, Palumbo, 1980.


  • Italo Calvino, Prefazione 1964, in Id., Romanzi e racconti, I, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, Milano, Mondadori, 1991, pp. 1187-1188.


  • Bruno Falcetto, Storia della narrativa neorealista, Milano, Mursia, 1992.


  • Francesco De Nicola, Neorealismo, Milano, Editrice Bibliografica, 1996.


  • Romano Luperini, Riflettendo sulle date: alcuni appunti sul neorealismo in letteratura, “Allegoria”, 2001, n. 37, pp. 125-132.


  • Raffaele Cavalluzzi, Neorealismo: dimensioni spazio-temporali di un’utopia della realtà, “Italianistica”, 2001, n. 2-3, pp. 71-75.


  • Elena Candela, Neorealismo. Problemi e crisi, Napoli, Istituto “L’Orientale”, 2003.
- Storia della letteratura italiana, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 1995-2005, vol. IX: Il Novecento, capp. IX e X.


  • Ripensare il neorealismo. Cinema, letteratura, mondo, a cura di Antonio Vitti, Pesaro, Metauro, 2008.


  • Libri e scrittori di via Biancamano. Casi editoriali in 75 anni di Einaudi, a cura di Roberto Cicala e Velania La Mendola, presentazione di Carlo Carena, Milano, EDUCatt, 2009.
  • 

Marco Bresciani, Domenico Scarpa, Gli intellettuali nella guerra civile (1943-1945), in Atlante della letteratura italiana. Vol. 3: Dal Romanticismo a oggi, Torino, Einaudi, 2012, pp. 703-171.

 

Paolo Senna svolge ricerche sulla letteratura italiana dal Rinascimento al Novecento e ha al suo attivo vari saggi e diverse collaborazioni editoriali.