Letture. I totalitarismi

Totalitarismi

LIBRI IN CLASSE

Lettere a una dodicenne sul fascismo di ieri e di oggi di Daniele Aristarco
Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys
Destinatario sconosciuto di Kressmann Taylor
Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato di Dario Fertilio
Uno scrittore in guerra (1941-1945) di Vasilij Grossman
La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento di Gabriele Nissim
Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo di Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta e Giovanna Parravicini
Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Lettere a una dodicenne sul fascismo di ieri e di oggi

Autore: Daniele Aristarco
Editore: Einaudi ragazzi, 2019
Pagine: 105

Undici lettere meritevoli d’essere lette, rilette e commentate in classe, da parte di tutti i docenti, superando i rigidi steccati disciplinari, compongono il libro di Daniele Aristarco. L’autore, prendendo occasionale spunto dalla scritta “DVX” incisa sul banco di un’alunna assente, sente il bisogno, di fronte allo smarrimento e al vuoto culturale dell’intera classe nel tentativo di spiegare il significato del termine, di scrivere delle lettere allo scopo di far ragionare i giovani lettori per «tenere saldo e teso il filo che lega il passato e il presente». Non quindi, per raccontare e ricostruire cronologicamente l’intera vicenda del fascismo, ma per farli riflettere sul significato dei concetti perché oggi più che mai creare pensiero è diventata una primaria urgenza. Aristarco, drammaturgo e scrittore per ragazzi, scrivendo a Giulia, l’alunna assente quel giorno, vuole aprire con lei un dialogo, che richiede tempo e attenzione, in grado si oltrepassare la fulminea e irriflessiva messaggistica digitale, per imparare a pesare, misurare e comprendere a pieno il valore delle parole. L’autore, partendo dall’analisi della parola “potere”, allarga sempre più gli orizzonti del termine, esplicitandone le implicazioni politiche e storiche e collegandola a termini come dittatura, consenso attivo e passivo, responsabilità, complicità, propaganda, repressione, leggi razziali e dissenso, seminando così nella lettrice dubbi e curiosità e aiutandola ad edificare una soggettività fondata sul senso critico e lo studio ragionato. Ed è il tema della costruzione del cittadino, vigile, consapevole e libero, il collante di tutte le lettere, tematica strettamente collegata al pericolo dell’emergere del «fascismo eterno» che, in tutti i tempi, fa leva sull'indifferenza, la paura e l’odio e «spegne il pensiero» delle persone. L’invito finale dell’autore a Giulia ad «afferrare tra le braccia quanto più futuro puoi» è un anelito a vivere consapevolmente e coraggiosamente la propria vita, facendo tesoro della memoria storica, senza mai tradire e rinnegare i valori democratici del pluralismo e dei diritti costituzionali.

A cura di Lino Valentini

Avevano spento anche la luna

Autore: Ruta Sepetys
Editore: Garzanti, 2011
Pagine: 298

Il libro

L’autrice rivela il momento storico e il luogo della vicenda nella prima pagina del romanzo: Lituania, 14 giugno 1941. Nellʼabitazione in cui la protagonista, la quindicenne Lina Vilkas, vive con il fratellino Jonas e la madre, fa irruzione la polizia sovietica, la famigerata NKVD, che annuncia che torneranno a prenderli dopo mezzʼora: un brevissimo lasso di tempo per raccogliere le cose più importanti per affrontare quella che sarà la loro deportazione.
Dopo settimane di viaggio, ammassati in un vagone-bestiame insieme a centinaia di altri ebrei lituani deportati come loro, il punto di arrivo è la Siberia, in un lager-kolkhoz per la coltivazione delle barbabietole, dove la vita è segnata dal ritmo del lavoro forzato, dal cibo scarso e stantio, da arbitrari atti di violenza quotidiana.
La giovane protagonista ha un rapporto forte, vitale con lʼhobby del disegno, unʼespressione di vita irriducibile: al terzo giorno consecutivo senza cibo, Lina si sente “divorare dentro”, e al tempo stesso soffre di non poter disegnare.
Nel corso di frequenti flashback emerge che Lina si esprimeva graficamente perfino facendo satira di Stalin, raffigurato come un triste clown, suscitando la reazione allarmata del padre. Nel momento in cui la famiglia Vilkas arriva nel lager, nel timore che i disegni della ragazzina possano rivelare sentimenti di protesta o di ribellione, il padre le vieta quindi di scrivere e, soprattutto, di disegnare. Eppure Lina continua a produrre, con un bastoncino nel terreno fangoso oppure, in qualche sera di particolare disperazione, tirando fuori lʼalbum che tiene nascosto nelle federe. Disegnare è l’unico gesto che può dare un senso allʼinferno quotidiano in cui è precipitata con la sua amata famiglia.
A Lina accade di innamorarsi, riamata, di Andryus. Tutte le relazioni costruite nel gulag dalla famiglia Vilkas si spezzeranno però nel momento in cui verranno nuovamente deportati, stavolta sulle sponde del mar Glaciale Artico. I rigori del terribile inverno artico e la denutrizione determinano la malattia e la morte di moltissimi deportati, tra cui la mamma della protagonista.
Anche Lina e Jonas si ammalano per la fatica e il freddo ma lʼarrivo del dottor Samodurov – unico nome reale nella fiction narrativa – riesce a salvare la vita di molti prigionieri. Una lettera datata 9 luglio 1954, scritta dalla protagonista, ci informa degli sviluppi: Lina si è sposata con Andryus e ora vive serenamente, pur conservando la memoria dellʼorrore e la volontà di continuare a testimoniare la verità anche in nome delle «tantissime vittime le cui voci sono state soffocate per sempre».

Scheda didattica

Periodo storico documentato: lʼinizio delle deportazioni degli ebrei lituani in Siberia, 14 giugno 1941, culminato nel loro genocidio.

Lʼautrice: Ruta Sepetys, nata a Detroit nel 1967, discende da rifugiati lituani. Il suo romanzo dʼesordio rompe il lungo silenzio con cui letteratura e storia hanno avvolto il genocidio delle comunità ebraiche dellʼarea baltica. Tradotto in dieci lingue, il romanzo le è valso molti riconoscimenti.

Il significato del titolo: la spietatezza del potere sovietico ha spogliato le vittime di ogni dignità e di ogni speranza. “Avevano spento anche la luna” nella notte senza fine della Siberia.

Contenuto storico: sappiamo dei milioni di vittime dei campi di concentramento e di sterminio del totalitarismo nazista, non altrettanto di quanto avvenuto in Europa orientale a seguito dellʼimperialismo stalinista e dello sterminio dei “nemici di classe” e degli oppositori politici (in questo caso, il movente non fu primariamente il razzismo). Sepetys documenta il genocidio pianificato e attuato da Stalin dal 1941 al ʼ45 nei confronti degli ebrei lituani, sottoposti ad inimmaginabili torture e sofferenze nei gulag in Siberia e, infine, sulle sponde del mar Glaciale Artico. «Si calcola che Josif Stalin – riporta lʼautrice nella postfazione – abbia fatto uccidere più di venti milioni di persone nel suo regno del terrore, e a seguito delle deportazioni Estonia, Lettonia e Lituania persero oltre un terzo della loro popolazione».

Valore didattico: si tratta di un tragico frammento di storia poco conosciuto, quasi assente dai manuali scolastici, che lʼautrice ha ricostruito sia attraverso testimonianze dirette dei sopravvissuti sia attraverso ricerche storiche.

Stile e modalità narrativa: Lina Vilkas è unʼadolescente che narra in prima persona la sequenza dei drammatici eventi. Il testo è denso di dialoghi serrati e incisive descrizione di ambienti e di personaggi. La visione è quella di una ragazza che riesce a sopravvivere al gulag, ma anche la storia di una comunità deportata e inghiottita nella notte senza fine dello stalinismo. La narrazione alterna vicende drammatiche a episodi di profonda umanità. La voce di Lina si eleva come a voler raggiungere “la luna” intrappolata nel cielo.

A cura di Paola Ducato

Destinatario sconosciuto

Autore: Kressmann Taylor
Editore: Bur contemporanea, (2003) 2015
Pagine: 80

Il libro

Pubblicato sulla rivista Story nel 1938, il romanzo epistolare dell’americana Kressmann Taylor (1903-1996), all’anagrafe Katherine Taylor, per certi versi anticipa già quella che sarà la pulizia etnica nazista nei confronti degli ebrei, attuata nella Shoah.
Martin e Max sono due amici tedeschi che vivono a San Francisco, dove sono titolari di una galleria d’arte ben avviata, che ottiene buoni proventi e che porta i loro nomi, Schulse-Einsenstein. Nel 1932 Martin ritorna a vivere in Germania e si stabilisce con la moglie e i numerosi figli a Monaco dove, a causa della crisi economica e dell’inflazione che imperversa nel paese, può acquistare una villa enorme, un vero e proprio castello, perché è in grado di pagare in dollari americani. Attorno a sé però osserva la povertà e la distruzione, conseguenze della guerra. I due amici si scrivono spesso, parlando di affari, della vita quotidiana e della situazione politica tedesca del dopoguerra. Quando, nel 1933, Hitler prende il potere, Martin si esprime favorevolmente nei confronti del Partito nazionalsocialista, dichiarando a Max di avere accettato incarichi politici locali. Nel frattempo sua moglie è ancora incinta e di lì a poco darà alla luce il piccolo Adolf. Max, al contrario, è molto preoccupato per le voci che arrivano dalla Germania, in particolare per ciò che riguarda l’antisemitismo che dilaga nel paese, poiché lui stesso è di origine ebraica e sua sorella Griselle, che fa di mestiere l’attrice teatrale, è in tournée in Europa e dovrà recitare proprio a Monaco.

Scheda didattica

Nel 1992 la rivista Story ha ristampato l’opera, ritenendo che il suo valore fosse tornato d’attualità alla luce della diffusa xenofobia che si andava manifestando in quegli anni, non solo negli Stati Uniti e non solo nella forma dell’antisemitismo. La diffusione delle teorie sul suprematismo bianco cominciavano infatti a riecheggiare tetramente il passato e il messaggio «profondo e universale» di Destinatario sconosciuto doveva tornare a parlare alla coscienza morale di tutti.
Il libro non è infatti solo un racconto sull’ascesa di Hitler e sui cambiamenti che questo evento portò nella vita dei tedeschi e degli ebrei tedeschi, ma è anche la storia di un’amicizia che si lacera a causa di fatti di una enorme gravità, lasciando il posto unicamente al sentimento di vendetta. Sono molte le domande che il lettore si pone dopo avere terminato il libro: come è possibile essere accecati dall’odio razziale a tal punto da violare un sentimento fraterno? Come è possibile non riuscire a provare empatia verso l’altro? Ma anche: fino a che punto è giusto moralmente vendicarsi di chi ci ha fatto del male? Ci sono dei limiti nella vendetta o, per liberarci dal ruolo di vittime, è lecito utilizzare gli stessi strumenti del carnefice?
Lo studente che si approccia al testo resterà disorientato dal finale imprevedibile e sarà spinto a porsi tutti questi interrogativi e a riflettere su un periodo fra i più complessi e problematici della storia dell’umanità. Proprio a causa della profondità e della crudezza del contenuto – e non tanto per lo stile, che risulta chiaro e scorrevole anche grazie alla forma del romanzo epistolare – il libro si adatta a giovani lettori che abbiano non meno di 12-13 anni, quindi di classe seconda o terza.
L’insegnante potrà richiedere agli studenti di riflettere sui temi proposti attraverso un elaborato scritto oppure potrà proporre un’attività di approfondimento dell’epoca in cui il testo è ambientato attraverso ricerche sui libri di storia e online.

A cura di Elena De Marchi

Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato

Autore: Dario Fertilio
Editore: Rubbettino, 2017
Pagine: 210

È lecito leggere il fenomeno storico del totalitarismo anche con le categorie della scienze naturali? Il regno delle guerre della Natura è affine ai campi di battaglia della Storia? Possiamo trasporre i meccanismi della contaminazione virale al diffondersi del male nelle società autoritarie?
Dario Fertilio lancia questa provocante sfida. Il libro sviluppa il concetto dell’idealtipo totalitario, inteso come strumento paradigmatico, multi e interdisciplinare, capace d’indagare la natura dei tre sistemi totalitari (dai nazifascismi al comunismo fino all’islamismo radicale) caratterizzati da una mobilitazione permanente simile al contagio infettivo che vuole espandere e conservare il potere del male sull’intero organismo vivente. Il volume procede con suggestive, ma necessariamente discutibili, analogie tra le più acute analisi storico, filosofiche, letterarie del fenomeno totalitario e la biologia, l’informatica e le neuroscienze, connettendo concetti come propagazione, codice genetico, adattabilità, mutazione, contagio virale con quelli di ideologia, alienazione delle coscienze, propaganda e terrore di massa. Il rischio e il fascino, nello stesso tempo, di una simile operazione è di superare gli steccati, di diltheyana memoria, degli ambiti e metodi propri delle scienze storiche e delle scienze naturali, producendo una contaminazione che può sicuramente stimolare il pensiero critico del lettore, ma anche spaesarlo alquanto. L’autore, noto scrittore d’origine dalmata, non si limita a descrivere la natura del virus e analizzarne la teoria e la prassi che lo generano e diffondono, permettendogli di penetrare all’interno del “sistema immunitario” delle comunità, ma offre anche una possibile “terapia” della patologia. Rimedi, non sempre condivisibili, che non devono passare attraverso la reazione emotiva o il “sociologismo giustificazionista” o peggio ancora “il miope realismo politico”, produttore solo di un pericoloso relativismo valoriale, ma attraverso “un cocktail di farmaci” capace di coniugare certezza del diritto e intervento militare, aumento e distribuzione della ricchezza globale e cultura della libertà.

A cura di Lino Valentini

Uno scrittore in guerra (1941-1945)

Autore: Vasilij Grossman, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova
Editore: Biblioteca Adelphi, 2015
Pagine: 471

Uno scrittore in guerra (1941-1945) raccoglie le corrispondenze belliche dell’autore, come inviato del quotidiano “Krasnaja zvezda” sul fronte sovietico dal 1941 al 1945. Grossman, uno degli scrittori più straordinari del Novecento, si mostra acuto investigatore di ogni dettaglio delle vicende militari, spesso ignorate dalle versioni ufficiali. Il suo amore per la vita ne fa un narratore dotato di una scrittura coinvolgente, capace di descrivere con forza sia gli aspetti fisici che i caratteri psicologici, sia i gesti d’eroismo che le criminali vigliaccherie. La sua passione per la verità lo spinge innanzitutto all’attento ascolto degli umori e degli stati d’animo dei soldati russi, capaci di comunicare la spietata “dialettica della guerra”, sia nei momenti tragici della disfatta nella “concentrazione di Kiev” dell’agosto 1941, sia nel momento del riscatto di Stalingrado nel novembre 1943. Nessun bollettino ufficiale o velina di regime troviamo nei sui taccuini. Non c’è retorica nazionalista né compiacenza verso il potere, nella sua narrazione, ma solo lucida volontà di esprimere i risvolti umani della tragedia bellica. La meticolosa ricostruzione cronologica studiata e realizzata dai due curatori (uno storico inglese e una ricercatrice russa) di tutti gli spostamenti di Grossman sul fronte, fa dell’opera un testo imperdibile, capace di unire la documentazione dei fatti storici con un immenso talento letterario.

A cura di Lino Valentini

La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento

Autore: Gabriele Nissim
Editore: Mondadori, 2015
Pagine: 304

Il grande merito dell’ultimo libro di Gabriele Nissim, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento, è quello d’indagare la genealogia e lo sviluppo della personalità di un Giusto. La vicenda prende spunto dalla lettera scritta, nella primavera del 1933 a Hitler dal poeta tedesco Armin Theophil Wegner (1886 – 1978) con l'intento d’accendere un barlume di coscienza nel Führer. La missiva, di cui si sono perse le tracce, diventa il filo conduttore – ricostruito mediante le testimonianze dirette della segretaria del poeta, Johanna - di uno scavo nella profondità dell’anima dell’autore, nel contesto della drammatica storia del Novecento. È la questione della colpa, individuale e collettiva del popolo tedesco che emerge in primo piano; colpe, come ricordava il filosofo K. Jaspers, criminali, politiche, morali e metafisiche, di chi si sente parte integrante del genere umano e si scopre fragile di fronte alla violenza della storia. La bravura di Gabriele Nissim, scrittore e presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti, è quella di non idealizzare il protagonista, ma di comprenderne le umane debolezze e motivazioni, mosse più dall’egoismo, che da nobili principi. “Fare del bene, non è una virtù, ma è come un vizio”, dichiara, in maniera provocatoria Wegner: una specie di dipendenza legata al bisogno di liberarsi dalle proprie angosce.

A cura di Lino Valentini

Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo

Autori: Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta, Giovanna Parravicini
Editore: La Casa di Matriona, 2015
Pagine: 180

Angelo Bonaguro, Marta Dell'Asta, Giovanna Parravicini, con Vive come l'erba... Storie di donne nel totalitarismo, ci raccontano e testimoniano dello spirito e del coraggio eccezionali di otto donne, capaci non solo di sopravvivere, ma di resistere attivamente all’annientamento disumano dei Gulag sovietici. I tre autori, mediante biografie, lettere, diari, interviste, hanno ricostruito le vicissitudini umane delle protagoniste. Personalità diverse, nomi noti e sconosciuti: attiviste dei diritti umani, suore-artiste di icone, docenti universitarie, ex-deportate, filologhe e poetesse, tutte unite da un’insaziabile tensione alla verità, capace di tenere testa a tutte le disgrazie della sorte. Donne convinte che nessuna ideologia possa giustificare menzogne e violenze e denaturare i valori della cultura, della religione e della tradizione popolare. La speranza comunista, che in gioventù aveva attratto e illuso le loro famiglie, ha deluso ogni aspettativa e mostrato il volto della disumanità. Malgrado tutto, le protagoniste sono convinte che esiste “un amore di bene persino nei lager” e nessuno strumento coercitivo riuscirà a “strappare agli uomini l’umanità”. Le personali e intense storie di Ekaterina, Ionna, Kommunella, Ol’ga, Milena, Růžena, Dagmar, Natal’ja raccontano e insegnano che la Storia può essere cambiata dall’interno anche con semplici gesti di solidarietà e bontà.

A cura di Lino Valentini

Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali

Autori: Mario Avagliano, Marco Palmieri
Editore: Baldini & Castoldi, 2013
Pagine: 446

“È tempo che gli Italiani si proclamino puramente razzisti”. È il 1938. Di fronte alle leggi razziali gli italiani hanno un duplice atteggiamento: indifferenza allineata o piena “condivisione ossequiosa”, al punto che vengono registrati non pochi atti vandalici compiuti addirittura da zelanti ebrei fascisti contro altri ebrei.
Nell’unico paese europeo che, dopo la Germania, applica leggi razziali, la dichiarazione del duce sembra realizzarsi con relativa rapidità. Questa la tesi degli autori Mario Avagliano e Marco Palmieri, giornalisti e scrittori legati alla rete degli Istituti della Resistenza, da cui appunto provengono i moltissimi materiali della ricerca.
Si può davvero parlare di “libidine di asservimento”? Gli eventi dello spazio pubblico testimoniano purtroppo una tendenza a cui non si sottrae neppure quell’intellighenzia che diventerà così rappresentativa per la successiva democrazia italiana. La tesi viene chiarita fin dalle prime pagine del volume, dove gli autori si oppongono alla tesi della sostanziale “estraneità degli italiani alla questione razziale” portata avanti da Renzo De Felice.
Il complesso fenomeno del generale allineamento all’antisemitismo del regime viene approfondito attraverso diverse prospettive: l’antisemitismo “applicato” nelle scuole e nelle università; la debole voce dell’antifascismo proprio nel 1938, in concomitanza con la grande crescita del consenso nel ‘38-‘39; la chiesa tra fattiva solidarietà privata e silenzio istituzionale, rotto da alcune voci di veemente cattolicesimo antigiudaico come padre Agostino Gemelli.
Tra i vari spaccati della società italiana in quel 1938, particolarmente significativa l’attenzione data al mondo della scuola, da quella dell’infanzia, momento embrionale di una prima coscienza razzista, alla scuola media, dove inizia l’incontro con la cultura umanistica, i cui testi e finalità vengono attentamente selezionati, fino alla scuola superiore, in cui si compie un percorso di formazione che porterà a diventare, a propria volta, divulgatori della dottrina delle razze.
Una caratteristica dominante dell’istituzione scolastica appare l’oscillazione tra il conformismo dichiarato e i tanti piccoli gesti di solidarietà privata, tanto più forte negli atenei italiani. Due esempi illustri. Elio Toaff (che sarebbe diventato rabbino capo di Roma, accogliendo in sinagoga papa Giovanni Paolo II) riuscì a ottenere la tesi grazie a un professore particolarmente coraggioso e illuminato che lo avrebbe accompagnato fino alla discussione; ma lì, in segno di protesta, uscirono dall’aula gli altri accademici. Una vicenda analoga per Primo Levi, scaricato da un docente all’altro finché non riuscì a laurearsi. Pur nell’elogiarlo con un 110 e lode, la pergamena precisava che il neo-dottore era “di razza ebraica”.
La questione ebraica sarebbe confluita nel drammatico epilogo, oggetto della nostra memoria storica nella Giornata del 27 gennaio; e l’Italia “puramente razzista” sarebbe entrata nel cono d’ombra della Shoah europea.

A cura di Paola Ducato

 

Elena De Marchi è dottoressa di ricerca in Società europea e vita internazionale nell’età moderna e contemporanea presso l’Università di Milano.

Paola Ducato è docente di Storia e filosofia presso il liceo Annibale Mariotti di Perugia. Ha svolto attività di formazione e aggiornamento per docenti ed è autrice di pubblicazioni di interesse didattico, tra cui Fotogrammi per la Storia. Attività laboratoriale per la didattica della Storia, Morlacchi, Perugia 2004; Sogno “lamericano”. Laboratorio cine-storico, e-book pubblicato nel 2007 sul sito ufficiale della FILEF, Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie, www.filef.info; Rifacciamo boom, viaggio nell'Italia “miracolata” nella prospettiva di EXPO 2015 edizione Guardastelle, Perugia, 2015.

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.