Agenda Onu 2030. Intervista a un geografo esploratore

Esploratore

TEMI DI ATTUALITÀ

«L’approccio geografico è fondamentale perché i ragazzi possano diventare cittadini responsabili, riconoscendo lo stretto legame tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali. Perché possano impegnarsi direttamente nel quotidiano per affermare modelli di produzione e di consumo sostenibili, con uno sguardo consapevole sul presente e sul futuro.»
Intervista a Giancarlo Corbellini, autore del nuovo corso di geografia per la Scuola secondaria di Primo grado #ioviaggio (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 2019).

Giancarlo Corbellini

Che cosa significa, oggi, essere un geografo oltre che un autore di libri di geografia per la scuola?

Nel romanzo del francese Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, viaggiando nello spazio, giunge su un pianeta abitato da un vecchio signore che si dichiara geografo. Curioso come tutti i ragazzi, il piccolo principe gli chiede notizie sul suo pianeta; ma il vecchio geografo gli risponde che non ha nessuna informazione su laghi, fiumi, montagne, città, perché lui è un geografo e non un esploratore. Il geografo è una persona troppo importante per andare in giro, non lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori. In loro assenza, il suo libro di geografia ha solo pagine bianche. «Ma tu sei un esploratore» dice il geografo al piccolo principe e gli consiglia di andare a esplorare il pianeta Terra «che ha una buona reputazione».
Quando chiedo ai ragazzi che cosa vorrebbero fare da grandi, in genere mi rispondono: cantanti, attori, piloti di Formula 1, calciatori. Nessuno che mi dica l’esploratore. E li capisco, visto che il nostro mondo sembra davvero tutto esplorato: rimane solo qualche piccolo lembo non raggiunto dall’uomo, angoli di deserti e foreste equatoriali abitate da isolate tribù mai “contattate”, la cima di qualche montagna himalayana.
Tra le mie esperienze di viaggio ho avuto la fortuna di esplorare territori della regione himalayana, dell’Artico canadese e delle Ande, e di dare un nome – un toponimo – a luoghi che ancora non lo avevano (ghiacciai, vette ecc.). Oggi il compito del geografo-esploratore non è finito, è solo cambiato: l’obiettivo è infatti quello di verificare sul campo i cambiamenti ai quali il nostro mondo è soggetto in modo vorticoso, ma sempre sulla base della sequenza classica dell’esplorazione: osservazione, descrizione, interpretazione. Si fa anche sempre più urgente un ulteriore obiettivo del geografo: quello di proporre soluzioni sostenibili ai gravi problemi che pesano sul nostro pianeta.

Lei si definisce un “geografo sul campo”: ci racconta come la sua esperienza di viaggiatore aiuta il suo lavoro di ricerca e di autore?

Grazie agli strumenti informatici oggi si potrebbe scrivere un corso di geografia stando comodamente seduti nel proprio studio, esattamente come fa il vecchio geografo del Piccolo principe. Avere accesso alle informazioni e alle immagini è altra cosa, però, dall’acquisire competenze dirette, reali. Con ironia dico sempre che i miei libri sono “scritti con i piedi”. Nascono infatti dalle migliaia di chilometri percorsi sulle strade del mondo, da una ricerca personale e diretta sul terreno, frutto di fatica e di passione. L’ambizione di un geografo-esploratore è infatti quella di far capire a chi legge, in primo luogo agli studenti, che i contenuti proposti non sono un sapere teorico e asettico, ma i risultati di una ricerca sul campo, di tante esperienze di esplorazione del mondo, di quello vicino come del più lontano, talvolta poco accessibile ai turisti.
Nei miei corsi di geografia, in Campo base (2016) e, in particolare, nell’ultimo intitolato #ioviaggio, la parte descrittiva viene anticipata da un’esperienza concreta di viaggio che svolge una funzione molto importante dal punto di vista didattico: quella di definire un problema e stimolare interrogativi attraverso una modalità induttiva e coinvolgente anche sul piano emotivo. Lo stesso corredo iconografico è in gran parte originale, personalmente prodotto durante i miei viaggi.
L’esperienza maturata al seguito di tante spedizioni scientifiche e con i protagonisti di Overland (i cui viaggi sono stati trasmessi dalla Rai) mi ha permesso, inoltre, di realizzare molti filmati, alcuni dei quali arricchiscono i contenuti digitali dei miei corsi.
Nel nuovo corso #ioviaggio, l’approccio “reale” si amplia nelle doppie pagine dedicate ai viaggi, prendendo la forma di reportage che raccontano piccole e grandi avventure in Italia, in Europa e nel resto del mondo, di forte valenza didattica e in grado di attivare processi operativi da parte dell’allievo.
Dalla traversata del deserto del Ténéré in Niger, lungo le piste seguite oggi purtroppo dai trafficanti di esseri umani, alla riscoperta delle Vie della seta descritte nel Milione di Marco Polo; dalla risalita delle vallate dell’Himalaya alle lontane coste e isole del Cile, questi reportage permettono di verificare come il fenomeno della globalizzazione abbia ormai modificato gli stili di vita anche dei popoli più lontani. È questo, fra l’altro, l’ambito della ricerca che ho svolto nei quattro anni di missioni in Nepal, Tibet e Pakistan come responsabile del programma di geografia e antropologia del Progetto Everest-K2 del CNR, ideato dal geologo-esploratore Ardito Desio alla cui filosofia mi sono ispirato: lo studio geologico delle montagne non può prescindere dalla conoscenza degli aspetti e dei problemi delle popolazioni che ne abitano le pendici e che le considerano il centro anche religioso del loro universo.

L’Assemblea delle Nazioni Unite ha lanciato un programma "universale", l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Come può la scuola contribuire a formare cittadini consapevoli del futuro?

L’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile - The Global Goals - propone temi di fondamentale importanza per il futuro dell’umanità, anche se per la loro soluzione pone un termine temporale a dir poco ottimistico. L’Educazione allo Sviluppo Sostenibile (ESS) è esplicitamente richiamata nel Target 4.7 dell’Agenda: «Entro il 2030, assicurarsi che tutti gli studenti acquisiscano le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso, tra l’altro, l’educazione per lo sviluppo sostenibile e stili di vita sostenibili, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la promozione di una cultura di pace e di non violenza, la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile». Come si vede, essa non riguarda solo l’ambiente, ma anche l’economia (consumi, povertà, nord e sud del mondo) e la società (diritti, pace, salute, diversità culturali) e può essere dunque concepita come il risultato di percorsi interdisciplinari, coordinati tra loro, in grado di affrontare temi cruciali: la garanzia della sicurezza alimentare sulla base di un’agricoltura sostenibile, la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua, la riduzione delle diseguaglianze all’interno e tra i paesi, l’adozione di misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico e le sue conseguenze, la conservazione e la protezione degli ecosistemi, il potenziamento dell’uso di energie pulite e rinnovabili, per citarne solo alcuni.
Fondamentale nel trattare questi temi è partire da un approccio geografico per far capire che l’intervento da parte dell’uomo può essere stabilizzante o destabilizzante riguardo al territorio in cui vive, territorio considerato «tramite di comunicazioni, mezzo e oggetto di lavoro, di produzioni, di scambi, di cooperazione» (De Matteis, 1985). Un esempio di stabilizzazione è, per esempio, la creazione di terrazzamenti di pietre a secco che hanno consentito la pratica dell’agricoltura anche sui versanti più scoscesi delle vallate montane, come la coltivazione della vite sulle Alpi, del riso nell’Asia himalayana, delle patate e della quinoa sui rilievi andini del Perù; tutti interventi che impediscono i fenomeni di erosione dovuti al dilavamento e le conseguenti frane. Oppure nei deserti caldi e freddi, la formazione di insediamenti stabili (le oasi) irrigati grazie allo scavo di una rete di canali sotterranei che trasportano l’acqua dalle sorgenti evitandone l’evaporazione (i qanat in Iran, i karez in Asia centrale, i falaj in Oman, le foggare in Algeria, le kettare in Marocco).
Un eclatante esempio di destabilizzazione è invece la scomparsa del Lago Aral, oggi diviso in due bacini distinti separati dalle sabbie del deserto (il Piccolo Aral in Kazakistan e il Grande Aral in Uzbekistan): «Il più grande disastro ecologico del secolo scorso», causato dalle decisioni di politica economica dell’Urss di sacrificare scientemente un ecosistema naturale (il lago d’Aral, appunto, a cui era legata l’economia della pesca) a favore delle piantagioni industriali di cotone irrigate dall’acqua derivata mediante dighe e canali dai due principali immissari: il Syr Darja e l’Amu Darja.
Affrontare temi di questo tipo partendo da esperienze concrete è fondamentale perché i ragazzi possano diventare cittadini responsabili, riconoscendo lo stretto legame tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali. Perché possano quindi impegnarsi direttamente nel quotidiano per affermare modelli di produzione e di consumo sostenibili, per assumere decisioni responsabili nella gestione del territorio e nella tutela dell’ambiente, con un consapevole sguardo sul presente e sul futuro.

Quali suggerimenti si sente di dare ai docenti anche al fine di trasmettere il valore di questa disciplina agli studenti del nuovo millennio?

Se la geografia è la scienza dell’organizzazione dello spazio, il suo “spazio” non può essere solo quello chiuso dell’aula scolastica. È giusto che sia anche quello esterno, che i ragazzi devono imparare a esplorare, descrivere e interpretare partendo dal vicino per raggiungere, in un secondo tempo, orizzonti più ampi e lontani.
Le linee guida per l’Educazione ambientale e lo sviluppo sostenibile suggeriscono l’utilizzo di metodologie di apprendimento attivo, con lavori laboratoriali e sperimentazione diretta di processi ecologici, oltre all’organizzazione di uscite didattiche in aree naturalistiche dove realizzare attività outdoor, utilizzando strumenti scientifici da campo.
Gli esempi e gli strumenti presenti nei miei corsi di geografia offrono senz’altro numerosi spunti di cui l’insegnante potrà tenere conto nell’organizzare qualche “esplorazione” nel proprio territorio. La capacità di leggerlo come un contenitore che racchiude in sé sia la storia naturale sia le vicende, la cultura e le scelte economiche delle comunità che vi si sono insediate, individuandone le variabili fisiche e antropiche che lo hanno creato, costituisce il bagaglio che ogni studente dovrebbe portare nel proprio “zaino” all’inizio del suo cammino di scoperta del mondo.
Il punto di partenza sta nella individuazione e nella descrizione dei singoli elementi che compongono un territorio (componente morfologica, atmosferica, idrografica, vegetale, antropica ecc.), per poi cercare di far emergere le motivazioni storiche ed economiche che lo hanno originato, studiando l’evoluzione del popolamento e le sue trasformazioni nel tempo.
È proprio la Geografia a offrire gli strumenti di base in quanto disciplina cerniera che consente di mettere in relazione temi economici, giuridici, antropologici, scientifici e ambientali. Su questa linea di lavoro interdisciplinare, un progetto di “compito di realtà” potrebbe essere quello di esplorare un’area protetta per comprendere il problematico, e spesso conflittuale, rapporto fra l’esigenza di tutela di un ecosistema e gli interessi economici dell’uomo, oppure per approfondire un sito tutelato dall’Unesco. Un modo per evidenziare quel patrimonio naturale e culturale che fa dell’Italia un mosaico unico al mondo, da proteggere, conservare e valorizzare con l’impegno quotidiano di tutti.
Nel mondo c’è ancora così tanto da studiare e da capire che non è difficile formulare progetti che provino a motivare i ragazzi a continuarne la “scoperta”, anche con un pizzico di fatica e di avventura.

 

Giancarlo Corbellini ha sempre affiancato all’insegnamento la ricerca geografica. Ha organizzato e diretto una ventina di spedizioni scientifiche in varie parti del mondo. Si è dedicato in particolare allo studio sul campo delle popolazioni che vivono nelle valli dell’Himalaya e del Karakorum, con il patrocinio dell’Istituto Geografico Militare e del CNR, come responsabile del settore di geografia umana. L’esperienza acquisita e il materiale ricavato gli hanno permesso di realizzare diversi libri di geografia per le scuole di ogni ordine e grado. È anche autore di libri in cui racconta le sue esplorazioni. Tra questi, Guida al Karakorum (Mursia), Karakorum-Himalaya (Zanichelli), L’Anello Azzurro del Mediterraneo (Ciscra Edizioni).
Per Pearson è autore dei corsi Cambo base#ioviaggio (2019).