Il calcio in Cina: obiettivi politici, economici e sociali

Cina striscione calcio

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Le origini del calcio sono strettamente legate alla storia della Cina, eppure la qualità degli atleti professionisti della Repubblica popolare è piuttosto bassa. Oggi il governo cinese ha l’obiettivo di inculcare l’educazione calcistica nelle generazioni più giovani e sta investendo massicciamente in questo sport per scopi politici, economici e sociali: consentire alle aziende di espandere i propri interessi fuori dal paese, rafforzare l’unità nazionale, migliorare la sua immagine all’estero.

Giorgio Cuscito

Le origini del calcio: il cuju cinese

Sono stati i britannici a codificare le regole del calcio moderno nella seconda metà del 1800, ma la prima versione di cui si hanno prove tangibili risale all’antica Cina. In un manuale militare del II-III secolo a.C. si rintraccia infatti una pratica sportiva chiamata cuju, che significa letteralmente “calciare la palla”. Il cuju consisteva nell’indirizzare con i piedi un pallone riempito di piume e capelli di donna dentro una rete larga circa 30-40 centimetri fissata all’estremità di due lunghe canne di bambù. L’esercizio non prevedeva l’utilizzo delle mani. Il cuju diventò in poco tempo popolare anche alla corte dell’imperatore. Il sovrano Wu Di, della dinastia Han (206 a.C – 220 d.C.) si appassionò particolarmente a questo sport1. Durante la dinastia Tang (618-907), i cinesi cominciarono ad utilizzare una palla riempita d’aria e durante la dinastia Song (960-1279) fu praticato persino per celebrare il compleanno dell’imperatore Huizong. Al seguente link si possono osservare immagini relative al cuju.

L’intreccio fra calcio e storia politica

Nel diciannovesimo secolo, l’arrivo dei missionari dall’Europa stimolò un maggiore coinvolgimento della popolazione nella pratica di questo sport e cominciò a manifestarsi un intreccio tra calcio e politica, che si sviluppò a fasi alterne. In epoca imperiale, la Cina si considerava una civiltà (non una nazione) al centro del mondo in nome della sua superiorità culturale e morale. Tuttavia, dalle Guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60) in poi, le invasioni occidentali e giapponesi e le ribellioni interne diedero inizio alla parabola discendente dell’impero. Nel 1912, Pu Yi, ultimo sovrano della dinastia Qing, abdicò e Sun Yat-sen fondò la Repubblica di Cina.

Tra i suoi obiettivi vi era la formazione dell’identità nazionale cinese; Sun sapeva che la pratica di uno sport collettivo poteva rafforzare il sentimento di appartenenza. Nel 1926, furono creati i primi club calcistici e il campionato nazionale. Questo periodo fu tuttavia assai complicato per la Repubblica, segnato dalle lotte interne tra i signori della guerra. Il secondo conflitto sino-giapponese (1931-1945) e la guerra civile tra i comunisti guidati da Mao Zedong e i nazionalisti di Chiang Kai Shek segnarono in maniera profonda la storia del paese.

Nel 1949, Mao fondò la Repubblica popolare. Il “grande timoniere” si avvicinò all’Unione sovietica e nel 1952 promosse la pratica e la cultura dello sport, convinto che questo trasmettesse l’immagine di un paese in salute e rigoroso sul piano morale. Il maresciallo He Long, che guidava la Commissione nazionale dello sport, affermò che bisognava praticare gli sport delle “tre palle” (calcio, pallavolo e pallacanestro). La Repubblica popolare iniziò quindi a partecipare alle competizioni con i paesi del Patto di Varsavia2.
L’inizio della rivoluzione culturale (1966-1976) lanciata da Mao determinò successivamente una battuta d’arresto nello sviluppo del calcio. Mao voleva rafforzare il proprio controllo sul Partito comunista cinese, che si era affievolita dopo il fallimento della politica del “Grande balzo in avanti” e incitava i giovani a ribellarsi contro la cultura, le tradizioni e le abitudini appartenenti al passato poiché ostacolavano la trasformazione della Repubblica popolare in un paese socialista. Lo sport in generale fu messo da parte perché rappresentava i valori individualisti.

L’apertura al mondo e la professionalizzazione del calcio

Nel 1978, Deng Xiaoping, leader della Repubblica popolare fino al 1992, lanciò la politica di “riforma e apertura”, che prevedeva l’adozione di una serie di riforme economiche e una maggiore apertura al resto del mondo. Deng promosse allora nuovamente il calcio, sottolineando la necessità di praticarlo sin da bambini. Il campionato riprese piede e la nazionale cinese ricominciò ad affrontare quelle straniere. Proprio nel 1978, l’Inter fu il primo club nella storia del calcio italiano a visitare la Cina. La delegazione interista - capeggiata da Sandro Mazzola, che si era già ritirato - volò a Pechino per disputare quattro amichevoli. Sembra che a una di esse fosse presente anche l’attuale presidente cinese Xi Jinping e che in quell’occasione avesse sviluppato una simpatia per l’Inter3.

La professionalizzazione del calcio in Cina è avvenuta negli anni Novanta, quando i club, sostenuti economicamente da imprese cinesi, hanno iniziato a reclutare giocatori ed allenatori all’estero. Nel 2002, la Cina si è qualificata alla Coppa del mondo in Corea del Sud e Giappone, senza superare la fase a gironi, da cui è uscita con zero punti. Nel 2009 il calcio cinese è stato colpito da uno scandalo di corruzione, che ne ha danneggiato la credibilità e spinto gli appassionati di questo sport a seguire altri campionati, a cominciare da quello inglese. Per ripulire l’immagine della China Super League (Csl, la seria A della Repubblica popolare), diversi giocatori, arbitri e dirigenti sono stati arrestati e allo Shanghai Shenhua è stato revocato il titolo vinto nel 2003.

"Papà Xi e il calcio", una serie animata diventata virale sul web cinese. Fonte: http://comic.people.com.cn/n/2014/0702/c122366-25228243.html

Il boom degli investimenti e il piano di sviluppo sportivo

Nel 2011, prima di guidare il paese, Xi Jinping ha espresso “tre desideri”: vedere la Cina qualificarsi a un’altra edizione della Coppa del Mondo, ospitare la competizione e vincerla. L’anno dopo, Xi è diventato segretario del Partito comunista e nel 2013 ha assunto l’incarico di presidente della Repubblica popolare. Da quel momento, il leader cinese ha accentrato rapidamente il processo decisionale nelle sue mani e ha lanciato una dura lotta alla corruzione (ancora in corso) al fine di sgominare anche diversi avversari politici. Xi ha impresso una forte spinta allo sviluppo del calcio. Sull’Internet cinese, i cartoni su “Xi dada” (papà o zio Xi) e questo sport sono diventati virali.
Nel 2016, Pechino ha quindi divulgato un piano di sviluppo di medio e lungo periodo per valorizzare il calcio cinese4 composto da tre fasi. Entro il 2020, 50 milioni di cinesi (di cui 30 milioni di studenti di scuole elementari e medie) dovranno praticare tale sport. A tal fine, 20 mila scuole calcio saranno aperte in tutto il paese e ciascuna scuola, università e college dovrà dotarsi di un campo di gioco di dimensioni standard. Inoltre, 50 città dovranno organizzare partite a livello amatoriale.
Entro il 2030, la nazionale maschile della Repubblica popolare dovrebbe diventare la più forte d’Asia, mentre la femminile dovrebbe tornare essere tra le migliori in assoluto. Per il 2050, la prima squadra dovrebbe competere con le più importanti al mondo.

Il sostegno personale del presidente all’iniziativa ha stimolato l’impegno di imprese e società calcistiche cinesi. Ciò ha accelerato il reclutamento all’estero (soprattutto in Europa e America latina) di allenatori e giocatori stranieri, affinché trasmettano la loro esperienza ai calciatori cinesi e allo stesso tempo elevino il livello della Csl. Il campionato ha attirato diversi professionisti di fama internazionale, quali Marcello Lippi, Fabio Capello, Fabio Cannavaro, Carlos Tevez, Ezeqiuel Lavezzi e Didier Drogba.

Il Guangzhou Evergrande Taobao è una delle più importanti squadre del campionato cinese. L’Evergrande Real Estate, che opera nel settore immobiliare, ne controlla il 60%. Il restante 40% è controllato da Alibaba, gigante dell’economia digitale cinese guidato da Jack Ma. L’ex allenatore della Juventus e della nazionale italiana Marcello Lippi è approdato al Guangzhou nel 2012, ha vinto con questa squadra la Csl per due anni di fila e - per la prima volta nella storia del calcio cinese – ha conquistato l’Asian Football Confederation Champions League. Il Guangzhou dispone oggi della più grande accademia di calcio al mondo, che ospita 2.800 giovani calciatori, seguiti da allenatori provenienti anche dall’estero, inclusi quelli del Real Madrid.

Alcune aziende hanno scelto di investire anche in squadre straniere per diffondere il proprio brand all’estero. In Italia, due sono gli esempi più noti. Il gruppo Suning, che già possedeva la squadra cinese del Jiangsu, ha preso il controllo dell’Inter, e il gruppo Consortium Rossoneri, guidato da Li Yonghong, ha rilevato il Milan.

Lo zelo delle imprese della Repubblica popolare è stato però superiore a quanto Pechino si attendesse. A inizio 2017, il governo centrale ha iniziato a puntare i riflettori sui movimenti di Suning, Fosun (che possiede il Wolverhampton), Anbang e Dalian Wanda, che possiede l’Atletico Madrid e la società Infront, consulente della Lega di seria A italiana. Ad agosto 2017, il governo ha quindi adottato delle direttive per disciplinare complessivamente gli investimenti all’estero. Il loro obiettivo è impedire la fuga di capitali, ridurre il rischio d’indebitamento delle imprese statali e concentrare il denaro in settori considerati d’interesse strategico per la Repubblica Popolare. Secondo la direttiva, il calcio rientra tra i settori in cui gli investimenti sono soggetti a restrizioni. Tradotto: prima devono essere approvati da Pechino. Dopo l’adozione di questo provvedimento, si è registrata una nuova importante operazione. Il gruppo cinese Orient Hontai ha acquisito a febbraio il 53% di Imagina Media Audiovisual, di cui fa parte MediaPro, colosso spagnolo di produzione audiovisiva, che da poco detiene i diritti del calcio spagnolo e italiano.

Cina calcio Carta

Gli obiettivi della valorizzazione del calcio

Oggi la Cina intende valorizzare il calcio per tre ragioni. Primo, consentire alle proprie aziende di espandere i propri interessi fuori dal paese diffondendo i propri marchi e facendo affari con diritti televisivi e merchandising. Secondo, rafforzare l’unità nazionale. I cinesi oggi competono soprattutto negli sport individuali e lo sviluppo economico della Cina alimenta l’individualismo dei suoi abitanti. Allo stesso tempo, nel paese persiste il divario economico tra regioni costiere e interno e tra città e campagne. Inoltre, il paese deve affrontare problemi legati agli alti prezzi degli immobili, all’inquinamento e ai diritti sociali. Per risolverli, Pechino intende adottare diverse riforme, che potrebbero incidere profondamente sulla vita dei cittadini. Lo sport stimola il sentimento di aggregazione, soprattutto nei momenti di difficoltà. Infine, l’eco mediatico di eventuali successi calcistici - quando e se la Cina li otterrà - può consolidare la sua immagine all’estero, dove spesso il suo rapido sviluppo economico e militare è percepito come una minaccia.

Diversi paesi condividono questo timore. Gli Stati Uniti vedono nella Cina il principale competitore nel lungo periodo per il ruolo di superpotenza. Il Giappone, che ha inflitto severe sconfitte ai cinesi tra il XIX e il XX secolo, ora teme l’affermarsi della Repubblica popolare come paese leader in Estremo Oriente. L’India, storico rivale con cui Pechino ha ancora diverse dispute di confine irrisolte lungo la catena dell’Himalaya, osserva con preoccupazione gli investimenti infrastrutturali cinesi nei paesi limitrofi quali Pakistan e Sri Lanka.

Pechino e le imprese della Repubblica popolare stanno impegnando grandi risorse per valorizzare il bacino di giovani atleti a disposizione e inculcare loro la cultura calcistica. Tuttavia, la nazionale cinese non è riuscita a raggiungere la fase finale della Coppa del Mondo che si svolgerà in Russia nell’estate 2018 e non è chiaro se riuscirà a competere con le più forti al mondo entro il 2050. A prescindere da ciò, è altamente probabile che nel medio periodo la Repubblica popolare cerchi di aggiudicarsi il privilegio di ospitare l’evento. Tre miliardi di persone hanno seguito la Coppa del Mondo svoltasi in Brasile quattro anni fa. L’impatto culturale di questa competizione potrebbe non solo stimolare un’immagine migliore della Repubblica Popolare nei paesi stranieri, ma soprattutto irrobustire ulteriormente l’interesse dei cinesi per questo sport.
 

Ringraziamo “Limes - Rivista Italiana di Geopolitica” e Laura Canali per averci gentilmente concesso la riproduzione di una carta relativa all’argomento dell’articolo.

Note

1. History of Football: The Origins, in fifa.com.

2. Cfr. la recensione di M. Bagozzi e A. Bisceglia, Storia del calcio cinese. Dalle origini ai giorni nostri, Torino, Bradipolibri, 2017. Realizzata da G. Gabusi, in Orizzonte Cina, vol. 8. n.3, maggio-giugno 2017.

3. Cfr. A. Desiderio, G. Cuscito, Inter-Milan, il derby 'cinese' di Xi Jinping, “Repubblica”, 13/10/2017.

4. “China sets up pragmatic plan for football development”, Xinhua, 12/4/2016.

 

Giorgio Cuscito è consigliere redazionale di Limes, analista, studioso di geopolitica cinese. Cura il “Bollettino Imperiale”, l’osservatorio di Limes dedicato alla Repubblica Popolare e alle “Nuove vie della seta”.