Libano. Attivismo sociale e ostacoli al cambiamento

Donne medio orientali

TEMI DI ATTUALITÀ

L’attivismo è in genere indice dello spessore di una società. In Libano, i principali motori dell’attivismo sono i movimenti studenteschi e le associazioni fiorite nel corso del ventesimo secolo, che si servono di avanzati mezzi mediatici per promuovere le loro cause, lanciare appelli o accrescere la consapevolezza sociale.

Estella Carpi

Dossier Il Medio Oriente dopo le primavere arabe

Per una comprensione del quadro storico e sociale dell’attivismo nel Libano contemporaneo, è utile partir dall’idea, avanzata da Shirin Ebadi, avvocato e attivista iraniana, che la legge dovrebbe stare sempre un passo avanti rispetto alla società su cui legifera, cosicché essa possa essere presa a ideale dai cittadini e considerata un valore a cui tendere.
D’altro canto, la difficoltà principale del progresso socio-politico libanese, dopo decenni d’instabilità governativa, sta nella morsa in cui sono chiuse le istituzioni e le leggi. Le mancate riforme statali e la violenza diffusa sono proprio ciò che rendono meno efficaci i cambiamenti energicamente invocati dai movimenti sociali libanesi.
L’attivismo è in genere indice dello spessore di una società. Per quanto concerne l’esperienza libanese, i principali motori dell’attivismo sono i movimenti studenteschi e le associazioni fiorite nel corso del ventesimo secolo, che si servono di avanzati mezzi mediatici per promuovere le loro cause, lanciare appelli o accrescere la consapevolezza sociale. I social network in Libano sono molto sviluppati e utilizzati.

Nella debolezza abissale o assenza tout court dello stato libanese, da sempre incapace di garantire in misura soddisfacente ai propri cittadini i servizi di base (come elettricità, acqua potabile e raccolta dei rifiuti urbani), gli organismi che si profilano come alternativa allo stato, offrendo protezione sociale, beni e servizi, hanno finito per ereditare i vizi morali delle istituzioni statali stesse. Si aggiunga la cronica ingerenza estera negli affari interni libanesi sin dal secolo scorso, nonché il confessionalismo politico (un sistema politico in cui l’appartenenza religiosa determina i diritti, i doveri e i ruoli in società di un individuo), spesso definito come il più grande neo della società libanese1. Lo smantellamento di un sistema politico confessionale è dunque uno degli obiettivi maggiormente perseguiti dai movimenti sociali.Altre questioni pregnanti attorno alle quali si muove da lungo tempo l’attivismo libanese sono la campagna per la trasmissione della cittadinanza da parte della donna ai propri figli e la riforma della legge sulla violenza domestica, due casi simbolo dell’arretratezza giuridica di cui soffrono i diritti della donna in Libano2. Mentre la validità del matrimonio civile, rifiutata negli anni novanta dal defunto ex Premier Rafiq al Hariri, è stata finalmente riconosciuta lo scorso febbraio 20133, la questione della trasmissione della cittadinanza e la legge contro la violenza domestica, nonostante timidi passi avanzati di recente, non sembra possano essere affrontati a breve, e sono state ulteriormente rimandate a causa dell’ennesima caduta del governo libanese lo scorso 22 marzo.

Altra causa sociale tuttora irrisolta riguarda le persone scomparse durante la guerra civile (1975-1990), nonostante molteplici tentativi intrapresi dalla Commissione delle Famiglie delle persone rapite e scomparse in Libano.
Di assoluta importanza resta anche la richiesta dei cittadini per la riforma della legge elettorale e dello stato di diritto: stante un decreto francese del 1936, le autorità religiose delle singole comunità hanno la possibilità giuridica di legiferare in materia di adozioni, patrimonio, violenza domestica e matrimonio. Ciò dimostra come spesso sia stata l’amministrazione coloniale francese in Libano (1920-1943) ad avere nutrito la divisione confessionale del paese su materie civili e sociali.

Il fattore che accomuna queste cause tradizionalmente radicate sia nel Libano della guerra civile sia nella società odierna libanese, risiede nel fatto che, nel postguerra, le associazioni si sono gradualmente trasformate in movimenti sociali di più ampio respiro, tesi ad aumentare la consapevolezza e la responsabilità collettiva.
Seppur la nozione di “attivismo” sia definibile universalmente come azione che tende a cambiare l’ordine delle cose in nome della giustizia e dell’eguaglianza, va anche tenuta in conto una sua accezione strettamente confessionale in ambito libanese, che, come detto, rispecchia la struttura socio-politica del paese. Le forme tradizionali di solidarietà e mobilitazione sociale sono storicamente legate alle comunità confessionali di riferimento, e, come tali, costituiscono spesso un fattore di eredità famigliare di grande importanza. Ciononostante, notevoli passi verso un’azione sociale laica sono riscontrabili di recente grazie all’azione dei più giovani, organizzati in circoli artistici e culturali. I giovani, soprattutto dopo la guerra del luglio 2006 combattuta contro Israele, si sono dimostrati determinati nel voler superare i confini tra le diverse comunità confessionali nell’azione di ricostruzione postbellica e nell’assistenza umanitaria.

Le proteste studentesche in Libano sono sempre andate di pari passo con le cause politiche nazionali e regionali, rispecchiandone i cambiamenti. È dovuta a questa stretta connessione la creazione nel ‘51 della Lebanese University, considerata dal noto quotidiano libanese an-Nahar il “vero inizio dell’esistenza del Libano”. Spesso si protestava per desiderio di eguaglianza con gli altri studenti siriani ed egiziani che avevano accesso a professioni e scuole di specializzazione in Libano, in particolare dopo il ’58 e la fondazione della Repubblica Araba Unita (RAU) da parte del leader socialista egiziano Gamal ‘Abd el Nasser.
L’attivismo interuniversitario in Libano è tuttora tradizionalmente radicato, generando consapevolezza su ciò che accade nei sistemi accademici degli altri paesi arabi. Sono stati spesso gli studenti a protestare per l’unità nazionale e a invitare all’abbandono del confessionalismo; a tal proposito, nel dicembre 1968 tre università libanesi indirono uno sciopero dopo l’attacco israeliano all’aeroporto di Beirut: il quotidiano beirutino al Diyar nel 1969 riportò che “gli studenti universitari cercano un Libano del futuro, libero da feudalesimi politici ed economici e dall’orribile sentimento del settarismo”. La maggior voce che si era levata dopo l’attacco israeliano era quindi quella degli studenti, e ciò evidenziava l’incapacità dello stato di difendere il paese.
L’attivismo studentesco è tuttora vivo nelle università libanesi, pur subendo un processo indotto di de-politicizzazione, al presunto fine di garantire la stabilità nelle scuole e università. Talvolta tali politiche incorrono in insuccessi, come accaduto durante gli scontri violenti tra studenti sunniti e sciiti nel campus della Beirut Arab University, nel 2007. Da ciò si deduce come i sempre più frequenti cartelli di divieto a discorsi politici e religiosi in alcuni luoghi pubblici in tutto il Libano non siano di certo la soluzione verso un futuro più stabile.

Le organizzazioni che si autodefiniscono attiviste reclamano un ruolo nell’azione pubblica, de facto sostituendosi allo stato libanese nelle sue funzioni principali, anche se non sempre si pongono come obiettivo la (ri)costruzione o la sua riforma. Tale quadro ostacola enormemente l’attuazione di cambiamenti sociali capaci di dare l’addio al diffuso nepotismo, al sistema politico confessionale e all’inadeguatezza di molte leggi.
Gran parte delle associazioni libanesi è fiorita in seguito alla legge del 1909 che ne legittimava la creazione (attuale Art.13 della Costituzione). In un primo momento, l’azione associativa verteva sulla carità e la beneficenza, per poi incentrarsi nella seconda metà del secolo scorso su partecipazione cittadina, sviluppo rurale e giustizia sociale.
Dopo il 1975, varie associazioni nacquero al fine di opporre resistenza civile alla guerra destinata a durare sino al 1990. Esse fornivano cure mediche ai feriti, assistenza agli sfollati e partecipavano alla ricostruzione delle abitazioni distrutte dalla guerra.
A partire dal 2000, con il passaggio dall’occupazione israeliana a uno stato fragile di pace apparente, la vita associativa libanese si è focalizzata in misura crescente sulla libertà politica di espressione4 e sull’ecologia.
Le organizzazioni hanno sviluppato le loro attività nel vuoto lasciato dallo stato e hanno ricevuto cospicui aiuti finanziari da paesi esteri, soprattutto occidentali, i quali investono nell’industria sociale e culturale libanese per poi esercitare influenza politica all’interno del paese5.

Con la globalizzazione, anche gli attivisti sembrano aver modificato le proprie ideologie e ampliato il numero degli oggetti di protesta: ad esempio, i concetti di democrazia partecipata, sviluppo sostenibile, good governance, trasparenza e responsabilità delle istituzioni hanno acquisito grande importanza in Libano prima che in altri paesi arabi.
È infatti nella seconda metà del secolo scorso che i movimenti attivisti hanno assunto la qualifica di “civili”, giacché contribuiscono alla formazione di una nuova identità politica, distante sia dalle milizie sia da orientamenti confessionali. Grazie alla loro azione diretta, hanno avuto modo nel corso degli anni di ottenere credibilità popolare. Tali associazioni civili finiscono per essere competitivi con lo stato stesso, criticandolo dall’esterno e non tentando di rafforzarlo attraverso la propria azione sociale. Nell’associazionismo confida la stragrande maggioranza dei libanesi, sperando che esso produca cambiamenti tangibili, ormai non più attesi dallo stato a causa della sua cronica debolezza.

È importante evidenziare che gli attivisti, il più delle volte, appartengono alle classi medie o alte: come accade in genere nelle realtà dove vi è povertà cronica, l’attivismo sembra restare appannaggio degli strati più abbienti e quindi in grado di rendersi attivi all’interno della propria società. Le classi basse, pertanto, restano prevalentemente oggetto - e non soggetto - di tale attivismo sociale. L’assenza di voce diretta dei meno abbienti mette a rischio la credibilità delle associazioni per i diritti umani in termini di rappresentanza, rendendo l’associazionismo un fenomeno di mero “decoro” o peggio di ingannevole espressione della società civile.
Chi sono, pertanto, i leader di tali organizzazioni? Per la gran parte, a dirigerle sono aspiranti politici tagliati fuori dalla politica locale. A riprova di ciò, le mogli di alcuni personaggi politici sono leader di alcune organizzazioni non governative6.
La porosa frontiera tra campo associativo e politico causa corruzione e inefficienza nelle associazioni, mentre i misfatti della politica vengono legittimati moralmente.

Se, come ha recentemente affermato lo studioso Slavoj Zizek, il vero cambiamento sociale può risiedere solo al di fuori della sfera politica, le modalità di protesta libanese dovrebbero essere integrate da una micro-rivoluzione delle abitudini quotidiane degli attivisti stessi, al fine di combattere le macro-politiche in modo più determinante.
In tale contesto altamente instabile (il momento più duraturo di stabilità politica è stato vissuto negli anni precedenti la guerra civile, 1975-1990), la protesta è invece diventata un mero evento, una parentesi in cui si esprime il dissenso, senza che esso possa toccare nel vivo tutte le componenti sociali, facendo emergere privilegi e contraddizioni. D’altro canto, seppur considerati l’avanguardia delle mobilitazioni sociali arabe, i libanesi non possiedono tuttora stabili pilastri di legalità e responsabilità nel corpo dello stato, e ciò rappresenta il limite evolutivo di una società in cui la legge sta un passo indietro rispetto alla società stessa.
Con la “Rivoluzione dei Cedri” del 14 Marzo 2005,7 l’attivismo libanese sembrò raggiungere il suo apice nazionalistico e anti-settario sotto lo slogan “verità, libertà e unità nazionale”. Tale rivoluzione, inizialmente abbracciata dalla stragrande maggioranza dei libanesi che mirava a liberare il paese dall’ingerenza siriana, è in realtà andata a confluire nella coalizione politica del 14 Marzo, lo schieramento capeggiato dal defunto premier Rafiq al Hariri, che ha gradualmente perso di credibilità quale portavoce di un’intera nazione, alimentando il divario politico tra i sostenitori del regime siriano di Bashar al Asad e gli oppositori. L’attuale polarizzazione del paese rispetto a una questione politica ancora legata al regime siriano, dimostra il precario successo della rivoluzione libanese del 2005.

Se la guerra civile era stata chiamata “guerra degli altri”, poiché combattuta da stati esteri su territorio libanese per interessi esterni8, allo stesso modo, durante la “primavera” rivoluzionaria degli altri paesi arabi, nella quiete libanese si è parlato di “primavera degli altri”. I libanesi e gli stranieri che risiedono in Libano sempre più numerosi, vittime della guerra degli altri e spettatori della primavera degli altri, sono tuttora in attesa di sentirsi cittadini di uno stato presente e attivo.

Note

1.Sul confessionalismo si fonda il sistema governativo attuale, a partire dal Patto Nazionale (al Withaq al Watani) del 1943, che sancì l’indipendenza dalla Francia. Secondo tale sistema, i seggi in parlamento e le cariche di Stato sono assegnati a partiti che rappresentano 18 diverse comunità e quindi le loro relative fette demografiche.
2.KAFA Association e Nasawiyya sono le principali associazioni referenti per questo genere di cause sociali in Libano, a torto ritenute solo “femministe”.
3.Ogni libanese che rimuove la propria confessione dal registro familiare è ora autorizzato a contrarre matrimonio civile.
4.La libertà d’espressione subì negli anni novanta una battuta d'arresto, dovuta alle campagne di amnistia post-guerra promosse dall’ex premier Rafiq al Hariri, che tentavano di imbavagliare i media tesi a far emergere la memoria collettiva.
5.Uno stretto legame tra i cristiani maroniti e la Francia, sancito dalla creazione e finanziamento di numerose associazioni religiose in territorio libanese da parte di quest’ultima, era già individuabile nel diciannovesimo secolo.
6.Ad esempio Randa Berri, moglie del capo del partito sciita Harakat Amal, la quale gestisce l’associazione libanese per i portatori di handicap in tempo di guerra.
7.La manifestazione del 14 marzo 2005 si opponeva a quella dell’8 Marzo dello stesso anno: la prima chiedeva il ritiro delle truppe siriane presenti in Libano dal 1976 – ritirate poi il mese seguente – mentre la seconda ringraziava il governo siriano per la protezione che aveva fornito al Libano per decenni.
8.Nella guerra civile libanese, infatti, furono coinvolte molte potenze internazionali e regionali, come Francia, Stati Uniti e Italia, che intervennero come Forza multinazionale, così come Iran, Siria e Israele. Le potenze straniere tendevano ad allearsi, spesso in modo contraddittorio, con le diverse sette confessionali, manipolandole politicamente.

Bibliografia

  • Ghusayni Ra’uf Said, Student Activism at Lebanon’s Universities, 1951-1971, Stanford University, 1974.
  • Karam Karam, Le Mouvement Civil au Liban, ed. Karthala – Iremam, Parigi, 2006.
  • Samir Khalaf and Roseanne Saad Khalaf, Arab Youth. Social Mobilization in times of Risk, ed. Saqi Books, Londra, 2011.