Note sulla conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici

Conferenza clima

TEMI DI ATTUALITÀ

La Conferenza di Parigi si è aperta con obiettivi molto ambiziosi: uno di natura ambientale, uno di natura politica. Il primo riguardava l’impegno a contenere l’innalzamento della temperatura terrestre entro 2°C rispetto all’era preindustriale. Il secondo si proponeva di coinvolgere positivamente i Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo, contrari a qualsiasi limitazione che potesse in qualche misura rallentare le loro possibilità di sviluppo economico. L’Accordo raggiunto a Parigi può essere definito storico per le implicazioni ambientali, politiche, economiche e sociali che contiene.

Cristina Tincati

Il punto sul cambiamento climatico

Benché l’attuale innalzamento delle temperature possa probabilmente inserirsi in un quadro di cambiamenti climatici più volte avvenuti nella storia della Terra, è ormai accertato che l’intensità e la rapidità con cui sta avvenendo sia riconducibile alle attività umane. Due ordini di fattori, infatti, si incrociano: la crescita demografica e lo sviluppo industriale, che determinano l’aumento esponenziale della domanda di energia, ricavata principalmente da materie prime di origine fossile (carbone, petrolio, gas naturale), disponibili sul mercato a prezzi convenienti.

All’apertura della Conferenza di Parigi sul clima – la COP21 – alcuni dei dati e dei fatti accertati e più rilevanti sul cambiamento climatico sono:

  • l’aumento della temperatura media terrestre di 1°C raggiunto nel 2015 rispetto all’era preindustriale;
  • l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera, salita da 280 ppm a 390-400 ppm;
  • la rapidità con cui si sta innalzando la temperatura terrestre;
  • la progressiva riduzione della banchisa polare e dei ghiacciai;
  • la presenza di specie ittiche tropicali lontano dal loro habitat naturale, come avviene, per esempio nel Mediterraneo;
  • ondate di calore eccezionali per intensità e durata;
  • l’aumento delle precipitazioni di forte intensità in diverse aree temperate;
  • l’aumento dei periodi di prolungata siccità nelle aree tropicali e subtropicali.
Tabella Emissioni

Gli obiettivi della Conferenza

La Conferenza di Parigi si è aperta con obiettivi molto ambiziosi: uno di natura ambientale, uno di natura politica. Il primo riguardava l’impegno a contenere l’innalzamento della temperatura terrestre entro 2°C rispetto all’era preindustriale.

Il secondo si proponeva di coinvolgere positivamente i Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo, contrari a qualsiasi limitazione che potesse in qualche misura rallentare le loro possibilità di sviluppo economico. Fino a questo momento, infatti, si sono trincerati dietro a una sola argomentazione: del cambiamento climatico si occupino i Paesi industrializzati, primi responsabili dell’attuale stato del Pianeta, e ci lascino perseguire liberamente il diritto allo sviluppo, compreso quello all’inquinamento, con le modalità che riteniamo opportune.

I risultati

L’Accordo raggiunto a Parigi, definito storico per le implicazioni ambientali, politiche, economiche, sociali che contiene, prevede:

  • di contenere l’aumento della media del Pianeta ben al di sotto di 2°C, possibilmente entro 1,5°C rispetto all’era preindustriale;
  • di abbandonare o di limitare al massimo l’impiego delle fonti fossili di energia entro il 2050;
  • di raggiungere entro il 2050 il traguardo di zero emissioni nette ossia l’equilibrio fra le emissioni di gas-serra e la capacità del Pianeta di assorbirle;
  • di istituire un fondo per gli aiuti ai Paesi emergenti e in via di sviluppo di almeno 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 affinché possano perseguire gli obiettivi;
  • controllare ogni cinque anni l’applicazione degli impegni assunti; la prima revisione avverrà nel 2025.

Quali differenze qualificanti rispetto al Protocollo di Kyoto?

L’Accordo ha una grande rilevanza sul piano ambientale e soprattutto sul piano politico, essendo il primo subordinato al secondo. I delegati dei 195 Paesi e delle Organizzazioni presenti, per la prima volta, hanno approvato pressoché all’unanimità (il Nicaragua ha votato no) un documento condiviso dai Paesi avanzati e da quelli in via di sviluppo che hanno riconosciuto che la conservazione di un buono stato di salute del Pianeta è obiettivo comune, poiché ogni cambiamento negativo si ripercuote indistintamente su tutti. Questa è la differenza più significativa rispetto al Protocollo di Kyoto, che pure è la premessa senza la quale non si sarebbe giunti al risultato attuale. Il Protocollo di Kyoto (del 1997; entrato in vigore nel 2005), infatti, era rivolto solo ai Paesi industrializzati, sui quali storicamente ricadeva la responsabilità di avere innescato e alimentato i cambiamenti climatici. Un’altra differenza di non poco conto è che mentre in base al Protocollo c’era la possibilità di comprare o vendere le quote di emissioni di gas serra assegnate a ciascun Paese, l’Accordo di Parigi indica un’unica strada: ridurre le emissioni, pur con le modalità più opportune individuate da ciascun Paese. Il nuovo Accordo è dunque più flessibile.

Le criticità

Alcuni aspetti dell’Accordo di Parigi presentano delle criticità che possono in parte vanificare l’obiettivo:

  • il taglio delle emissioni è lasciato alla volontà dei singoli Stati e non sono previste sanzioni per chi non lo persegue;
  • non è indicata l’entità della riduzione delle emissioni di gas serra e neppure rispetto a quale periodo (per il Protocollo di Kyoto era il 1990);
  • non è prevista una carbon tax, ossia una tassa sulle emissioni di gas serra, che induca ad assumere modalità di produzione e di consumo più virtuosi.

La responsabilità degli Stati A intesa raggiunta, la responsabilità di applicazione passa nelle mani degli Stati. Il primo passaggio è la ratifica dell’Accordo da parte dei governi nazionali, che in teoria potrebbero rifiutarlo. La sua entrata in vigore, infatti, è subordinata al raggiungimento del consenso del 55% dei Paesi firmatari, che nel loro insieme devono raggiungere il 55% del totale delle emissioni mondiali di CO2. Inoltre, ogni Paese dovrà elaborare un piano strategico di breve, medio e lungo periodo per raggiungere gli obiettivi da comunicare alla segreteria dell’Accordo istituita presso le Nazioni Unite.

 

Cristina Tincati ha insegnato fino al 2010 Geografia generale ed economica all’ITC “G.B. Bodoni” di Parma. Per Pearson, è autrice di numerosi manuali di geografia per le scuole superiori.