Mio figlio e l'ADHD

Mio figlio e l'ADHD

Strategie per genitori e bambini

INCLUSIONE E BES

Vostro figlio è un “terremoto”? Non vi ascolta? E’ distratto? Fa le cose a metà?
Gli insegnanti, i vostri amici, il medico di base, vi fanno notare che il bambino è particolarmente irrequieto? A scuola riferiscono che potrebbe “essere un ADHD”?
Cari genitori, parliamone, non disperate!

di Elisa Bracco

L’ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. È un disturbo connesso con la personale difficoltà a regolare il proprio comportamento in funzione del tempo disponibile, degli obiettivi e delle richieste. Non è frutto di un’educazione sbagliata o insufficiente, né di un’opposizione premeditata del bambino alle richieste di genitori o scuola.
Diversamente, essere “irrequieti” non vuol dire necessariamente “avere l’ADHD” e l’irrequietezza può essere dovuta a molteplici ragioni.

Secondo i medici, come testimonia anche la Dottoressa Andreas Wechsler, pediatra, "troppo spesso si usa il termine "iperattivo" in maniera inappropriata: i bambini che presentano un quadro clinico riconducibile a una ADHD che li caratterizza sin dalla prima infanzia, corrispondono al 2%. In tutti gli altri casi, si tratta di irrequietezza motoria, un fenomeno molto diffuso e di varia natura ma sul quale è possibile intervenire, a partire dallo stile di vita e da un approccio al bambino adeguato, con risultati talvolta sorprendenti”.

Si tratta dunque di due cose ben diverse.
L'irrequietezza viene ritenuta spesso come parte integrante della natura dei bambini e sembra far parte del loro modo di essere, ma in realtà ha delle cause esterne, per esempio ambientali: alcune di queste sono state individuate nei ritmi frenetici della società odierna.
L’ADHD è invece un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni rari casi impedisce il normale sviluppo, l'integrazione e l'adattamento sociale di bambini, adolescenti e adulti. Di fronte alla mancanza di autocontrollo comportamentale del bambino e del fallimento di diverse misure educative e disciplinari, di fronte al grande stress e alla frustrazione che sia genitori, sia insegnanti, sia bambini sperimentano, si approda generalmente a una richiesta di aiuto al pediatra.

Come si arriva alla diagnosi?

Il primo passo per la diagnosi spetta infatti al pediatra, il quale sottopone il bambino a un approfondito controllo al fine di escludere altre patologie.
Solo in un secondo momento, se il medico lo riterrà necessario, ci si potrà rivolgere a uno specialista a cui dovranno essere riportati dai genitori e dagli insegnanti tutti gli aspetti della vita familiare e scolastica che appaiono in qualche modo collegati al comportamento del bambino.
Non esistono test diagnostici in grado di indagare in modo esaustivo tutte le sfumature del disturbo, si tratta di una diagnosi che richiede l’impiego di fonti multiple.
I principali strumenti a disposizione dello specialista per effettuare la diagnosi di ADHD sono: questionari, interviste, osservazione strutturata, test cognitivi e neuropsicologici.

Cosa fare nel quotidiano, in caso di diagnosi di ADHD?

Quelle che seguono sono alcuni semplici ma fondamentali suggerimenti per alleggerire la quotidianità e aiutare il bambino a convivere meglio con il proprio disturbo.

  1. Comunicare in modo lineare, facendo una richiesta alla volta, assicurandosi che venga eseguita
    È fondamentale che in famiglia ci si abitui a parlare al bambino esprimendo, con poche parole, un pensiero alla volta, in modo gentile e fermo. Es: “Roberto, appena torni da scuola sistemerai la tua camera, per piacere”. Non è opportuno usare delle frasi tipo: “Vediamo se più tardi sistemerai la tua camera, senza fare storie”.
  2. Routine quotidiana
    È importante per i bambini avere una routine quotidiana in cui ci si ritrova e di cui si conoscono i ritmi; quando ciò non è possibile è opportuno fornire una lista degli impegni/attività della giornata. Ciò li aiuterà a prevedere i tempi di attenzione o di sforzo richiesti e a dosare le fatiche, affrontando quindi meglio le diverse difficoltà giornaliere.
  3. Essere di esempio positivo
    Per i bambini con ADHD, più che per tanti altri, è importante “vedere” come devono comportarsi: avere un esempio da imitare li rassicura.
    Al fine di instaurare un’intesa educativa con l’adulto, sarebbe opportuno ignorare gli atteggiamenti lievemente negativi e punire solo quelli molto negativi privando il bambino di qualcosa a lui particolarmente gradito, o obbligandolo a rimanere fermo per alcuni minuti per riflettere sul suo atteggiamento.
  4. Premiare e gratificare i comportamenti positivi
    Ottenere una ricompensa immediata per la disponibilità e l’impegno mostrato, non solo per il risultato ottenuto, indurrà senz’altro il bambino a ripetere il comportamento positivo.
  5. Non intervenire nella fase acuta
    Mai discutere o cercare un accordo nella fase acuta del conflitto. Lasciare “sfogare” il bambino, quando è infuriato o si oppone in modo caparbio alle richieste è l’unica possibilità. Nei litigi tra fratelli, ad esempio, è opportuno separare i ragazzi e ribadire in modo deciso di lasciar perdere. Se ciò non dovesse bastare allora sarà necessario imporre il TIME OUT con un chiaro segnale. Sedata la lite, non è il caso di rielaborare nell’immediato quanto accaduto ma riprendere il normale svolgimento della giornata e tornare sull’argomento solo in seguito.
  6. Sostituire “prediche” con il contatto
    Nell’ADHD è bene sostituire le correzioni verbali: “Io vorrei che tu adesso una buona volta…”, “Secondo me adesso dovresti…” con il contatto fisico, ad esempio una dolce pacca sulla spalla, un avvicinamento fisico e un’indicazione concreta di come fare…
  7. Floor time
    Il floor time consiste nel ritagliarsi un momento speciale della giornata per stare con i propri figli per il solo piacere di divertirsi. È un momento in cui si può fare quello che vuole il piccolo, partecipando al suo gioco senza assumere il controllo pur essendone coinvolti. L’interazione privilegiata fra adulto e bambino, l’elemento morbido (un tappeto), il pavimento e alcuni giocattoli creano un contesto educativo gratificante per entrambi.

La cura dell’ADHD è il risultato di un lavoro d’equipe tra psicologi, pedagogisti, psicoterapeuti, insegnanti e genitori che aiutano il bambino ad acquisire consapevolezza delle proprie difficoltà sociali e ad “apprendere” quei comportamenti che gli consentono di accedere alla realtà che lo circonda in modo più adeguato.
La riuscita dell'intervento è subordinata al coinvolgimento delle persone che hanno un ruolo attivo nella vita del bambino. La famiglia è in tal senso, una risorsa imprescindibile per favorire la comparsa di comportamenti positivi. Tuttavia, l'istinto protettivo dei genitori e la disponibilità nei confronti del figlio non sono sufficienti a modificarne i comportamenti.
Recenti studi hanno dimostrato anche la validità del Parent Training, quale strumento per sostenere i genitori nella crescita del figlio. Si tratta di un percorso articolato in una serie di incontri in cui personale specializzato affianca la famiglia per supportarla nell’affrontare le situazioni di disagio e nell’introdurre le strategie sopra indicate, spesso non semplici da applicare quando si è stressati ed emotivamente provati da una situazione complessa come il disturbo del proprio figlio.

 

Elisa Bracco è docente specializzata nelle attività di sostegno. Attualmente insegna alla scuola primaria nella provincia di Varese. Si occupa di progetti di inclusione e coordina le attività di monitoraggio dei Bisogni Educativi Speciali, in qualità di funzione strumentale dell'Istituto. Collabora con Pearson Italia sui temi dell'inclusione e dei B.E.S.