Funzionare o esistere?

Miguel Benasayag (Vita e Pensiero, 2019)

di Federica Giardino

Noi funzioniamo o esistiamo? Naturalmente saremmo tutti portati a dire che esistiamo e che il funzionamento fa parte di un meccanismo tipico delle macchine e della tecnologia, ma è sempre così? In questo saggio Benasayag ribalta il nostro comune pensiero e ci accompagna in riflessioni interessanti sul tema.

Funzionare o esistere? Il piccolo saggio di Benasayag propone al lettore una riflessione illuminante e al tempo stesso sconcertante sul nostro attuale modo di vivere.

Filosofo e psicanalista, Benasayag negli ultimi anni sta ponendo al centro della sua riflessione il rapporto – o meglio l’ibridazione – tra umano e informatica, biotecnologie e scienze cognitive. Il libro ci conduce fin dalle prime pagine a porci la domanda: “noi funzioniamo o esistiamo?” Perché naturalmente saremmo tutti portati a dire che esistiamo e che il funzionamento fa parte di un meccanismo tipico delle macchine e della tecnologia. In realtà, se poniamo attenzione a come viviamo, non possiamo che constatare che nell’attuale società tutti noi tendiamo a seguire un preciso percorso di vita, che dobbiamo raggiungere obiettivi e risultati, essere performanti, non mostrare debolezze o indecisioni, non sbagliare… ma questo ci spinge, senza neanche rendercene conto, a inseguire un modello di vita predeterminato, imposto, un percorso lineare che ha poco a che fare con l’esistere e tanti punti comuni con il funzionare.

Una riflessione per giovani e meno giovani

Quando questo succede? Dalla più tenera età e cioè l’infanzia e la giovinezza. Le pagine sull’educazione dei giovani sono particolarmente spiazzanti per chi come noi si occupa di educazione e formazione e per chi è genitore. Quante volte parliamo di “pedagogia delle competenze”, da acquisire e sviluppare nel percorso scolastico e personale? O magari richiamiamo bambini di 7 anni perché se non fanno i compiti con impegno saranno disoccupati? O andiamo in crisi per figli adolescenti che non hanno un’idea di cosa fare nel prossimo futuro? Ebbene, Benasayag ribalta il nostro comune pensiero rilanciando la necessità di vivere la giovinezza come tappa del percorso di vita, in cui ci si ferma, ci si arresta, ci si perde di fronte a più possibilità… e si sbaglia.

“Non abbiamo più tempo di perdere tempo”: sembriamo dunque ossessionati dal futuro e dal fatto di arrivarci preparati e “ben funzionanti” senza intoppi e interruzioni nel nostro percorso. Insomma guardando (con ansia) al domani finiamo per perdere completamente di vista l’oggi.

Purtroppo anche gli anziani non se la passano benissimo, per le stesse ragioni di cui sopra: siamo tutti talmente abituati a essere autonomi, dinamici e con buone performance che anche gli anziani si devono adeguare. E allora sono bandite le fragilità e la vista di una debolezza genera inquietudine. Un anziano deve consumare, e mostrare i segni di “non vecchiaia”: un telefono ultimo modello, una grande auto… perché il criterio che guida la società post-moderna è innanzitutto consumare.

Il ruolo delle tecnologie e del digitale

E qui si arriva a un altro tassello molto interessante che spiega le ragioni per cui rischiamo di funzionare e non esistere. Benasayag allarga il ragionamento al contesto in cui viviamo, alla società governata dalla modellizzazione digitale. Le tecnologie e i modelli digitali si insinuano sempre più in ogni meandro del nostro vivere: basti pensare a tutto il tema dei big data per cui “tutto è informazione” e al mondo di app e strumenti che scandiscono i nostri comportamenti prevedendo quelli futuri grazie agli algoritmi. Quale lo scopo? Semplicemente predire comportamenti, tendenze, consumi. In sostanza prevedere mondi lineari e non complessi. Ma in questo modo è come se abdicassimo e lasciassimo alle macchine il compito di predire il mondo senza peraltro capirlo.

Avviene così quell’ibridazione tra umano e tecnologia a cui si aggiungono “utopie” che sperano di poter raccogliere e trasferire tutta l’informazione del cervello in un hard disk in modo che non si possa corrompere (p. 49). Ecco ancora una volta il predominio del funzionare al posto dell’esistere. Ma l’autore ribadisce con forza l’importanza per l’uomo di dimenticare e selezionare i propri ricordi: perché questa selezione o dimenticanza non è un malfunzionamento ma il processo e la condizione fondamentale per dare un senso alle cose, e quindi conoscerle.

Quale soluzione?

Per tutti quanti noi è forse più semplice seguire un percorso predeterminato senza porci troppe domande. Ma questa non è la soluzione per esistere. Nell’ultima parte del libro l’autore ribadisce la necessità di una conoscenza situazionale del mondo: condizione dell’uomo e non della macchina è vivere l’esperienza, sulla base della nostra singolarità, sensibilità e cultura. Perché ogni esperienza ci permette di conoscere e cambiare: paradossalmente “siamo gli stessi finché cambiamo”. E l’esistenza non è mai predeterminata.

Insomma: un inno alla fragilità, all’errore, a un percorso di vita che prevede deviazioni, passi indietro per imparare a conoscere la complessità del mondo. Perché come dice il poeta Kavafis nella poesia Itaca lo scopo del viaggio è il cammino.