Il gusto del giusto

Modificare le abitudini quotidiane per un cambiamento significativo dell’impronta ecologica

SCIENZE - TECNOLOGIA - SCIENZE DELLA TERRA

Siamo la specie con lo stile di vita più consumistico, ovvero siamo quelli che sciupano più risorse di altre specie. Un rapporto della FAO del 2013 mostra che esiste una significativa "impronta ambientale dello spreco alimentare" che colpisce "clima, acqua, terra e biodiversità". Con un’attività didattica in classe è possibile dimostrare come modificare piccole abitudini alimentari possa determinare un cambiamento importante nella nostra impronta ecologica.

di Gaetana Serio

L’equilibrio tra domanda e offerta

Guardando il mondo dal nostro piccolo punto di vista, ci sembra che sia un sistema inesauribile di risorse fondamentali per la nostra esistenza, ma serve fare un piccolo sforzo e allargare l’orizzonte, dobbiamo pensare che tutto quello che consumiamo e i rifiuti che produciamo devono essere moltiplicati per più di 7 miliardi di individui. Inoltre, siamo la specie con lo stile di vita più consumistico, ovvero siamo quelli che sciupano più risorse di altre specie, non permettendo che queste si rinnovino poiché il nostro consumo supera il loro tempo di rigenerazione.

Partendo da queste osservazioni, gli scienziati hanno deciso di misurare se la richiesta da parte della popolazione globale e l’offerta del nostro pianeta sono in equilibrio tra loro, ovvero la domanda delle nostre richieste energetiche, alimentari e i rifiuti che produciamo sono al pari rispetto a quello che il nostro pianeta può offrirci e può assorbire? La misura della domanda e dell’offerta sono state affidate a due indicatori di sviluppo sostenibile che sono rispettivamente l’impronta ecologica e la biocapacità.

L’impronta ecologica e la biocapacità

Il concetto di impronta ecologica fu sviluppato per la prima volta da Mathias Wackernagel e William Rees nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth (La nostra impronta ecologica: ridurre l'impatto umano sulla Terra), pubblicato nel 1996. Gli autori descrivono l’impronta ecologica come “la quantità di superficie terrestre e acquatica necessaria a produrre tutte le risorse che l'umanità consuma, e ad assorbire i rifiuti o le emissioni che produce“.

Più semplicemente possiamo definire l’impronta ecologica come un indicatore che misura quante risorse naturali ciascuno di noi consuma in termini di beni di consumo, alimentazione, trasporti, abitazione e servizi, in relazione al tempo che impiega la Terra a rinnovarle. Risponde a una domanda ben precisa, ovvero quanti ettari di pianeta biologicamente produttivo sono necessari per sostenere i consumi e l’assorbimento dei rifiuti di una determinata popolazione che ha un determinato stile di vita; essa è calcolata in gha (ettari globali).

In Figura 1 è riportato uno studio nel quale viene mostrato quanti “pianeta Terra” servirebbero per soddisfare la richiesta di territorio capace di produrre le risorse necessarie per soddisfare la popolazione di ogni nazione in elenco. Nel grafico sono riportate le nazioni che incidono in modo più significativo sull’impronta ecologica globale: se facciamo una media vedrai che servirebbero globalmente circa 1,7 pianeti come la Terra per soddisfare le richieste dell’umanità.

A fianco dell’impronta ecologica, c’è la biocapacità di un territorio, cioè la capacità che hanno gli ecosistemi di produrre e rinnovare le risorse naturali e di assorbire i rifiuti per ogni abitante; questo parametro rappresenta l’offerta alla domanda posta dall’impronta ecologica ed è anch’esso misurato in gha. Questo vuol dire che se l’impronta ecologica di una determinata popolazione supera la biocapacità - quindi la capacità del territorio in cui vive di rigenerare e assorbire quanto consumato da essa - abbiamo un bilancio negativo tra domanda e offerta, e come tutti i bilanci in “rosso” anche in questo caso la popolazione è debitrice verso il suo territorio; questo sovrasfruttamento delle risorse prende il nome di deficit ecologico. Noi abbiamo già accumulato un forte debito con il nostro pianeta, come dimostrato dal grafico di Figura 1, e, visto che non possiamo duplicare la Terra, l’unica possibilità che abbiamo per continuare a vivere come specie è pensare di cambiare il nostro stile di vita in modo che sia sostenibile con le risorse presenti e i tempi di rigenerazione richiesti per l’equilibrio del nostro pianeta.

Figura1: Nel grafico sono riportati la quantità di pianeta Terra che servirebbero se la popolazione globale vivesse con lo stile di vita degli abitanti di ogni nazione elencate. Ad esempio, se l’umanità vivesse come noi italiani servirebbero circa le risorse equivalenti a quelle prodotte da tre pianeta Terra; questo vuol dire che la nostra impronta è superiore alla media globale.
Fonte: Global Footprint Network >>

Lo spreco alimentare e l’impronta ecologica

Dal momento che l’impronta ecologica tiene in considerazione sia le superfici produttive (pascoli, terreni coltivabili, zone di pesca...) sia le superfici per smaltire i rifiuti come le emissioni di carbonio prodotte, non abbiamo altra possibilità se non imparare a essere dei consumatori responsabili delle risorse del nostro pianeta. Un’azione che tutti noi possiamo fare semplicemente è diminuire lo spreco alimentare, ovvero la produzione di cibo che supera sia il reale fabbisogno nutrizionale della popolazione mondiale sia la biocapacità della Terra.

Figura 2: UNEP Food Waste Index Report 2021 https://www.unep.org

Nell’immagine sono indicati i dati di: cibo prodotto nel 2019 (5,3 miliardi di tonnellate); cibo sprecato (931 milioni di tonnellate); la provenienza del cibo sprecato, e la quantità di cibo sprecato pro-capite globalmente (121 kg). In basso il dettaglio di cibo sprecato pro-capite per alcune nazioni divise nelle categorie: le peggiori 5 nazioni, altre nazioni, le nazioni del G-7; e alcune nazioni sud asiatiche.

Secondo il Food waste index report 2021 pubblicato il 4 marzo 2021 (Figura 2 da il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente-UNEP, un'organizzazione internazionale che opera contro i cambiamenti climatici a favore della tutela dell'ambiente e dell'uso sostenibile delle risorse naturali) lo spreco alimentare nel 2019 è stato di 931 milioni di tonnellate di alimenti equivalenti a circa il 17% di tutto il cibo disponibile per la popolazione mondiale. Dal report emerge che l’11% di cibo sprecato deriva dalle nostre case, il 5% dalla ristorazione e il 2% dal commercio; pensa pure che c’è circa un 14%* dei prodotti alimentari perso ancora prima di entrare nel mercato alimentare. La stima pro-capite di cibo sprecato per ogni cittadino del mondo è circa 121 kg, a fronte di questi ricordiamoci che ci sono circa 700 milioni di persone al mondo che soffrono la fame, per cui ciò vuol dire anche che c’è una parte della popolazione mondiale che spreca ancora più di quanto stimato.

*FAO per Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, settembre 2020

Fonte: Barilla Center For Food and Nutrition Foundation 2015

Figura 3: In questo grafico sono riportati i litri di acqua consumati per la produzione di un Kg o litro di alimento. Si può vedere che la produzione di carne bovina è in assoluto più dispendiosa in termini idrici, richiede all’incirca 15500 litri di acqua a differenza delle carni come il pollo che ne richiedono circa 4000, la frutta e la verdura ne richiedono rispettivamente 970 litri e 325 litri, sempre per kg di prodotto.

Esiste un’organizzazione della Nazioni Unite, la FAO (Food and Agriculture Organization of United Nations), che nasce nel 1945 con l’obiettivo di garantire una buona nutrizione in tutti i paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, e di migliorare le pratiche agricole, forestali, della pesca ma non solo, si occupa anche di promuovere un’agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare.

Un rapporto della FAO del 2013 mostra che esiste una significativa "impronta ambientale dello spreco alimentare" che colpisce "clima, acqua, terra e biodiversità". Le ragioni di questo impatto sono molteplici, vediamo le principali.

  • L’impronta del carbonio e i cambiamenti climatici: le attività e le risorse che concorrono alla produzione, trasformazione, distribuzione e commercializzazione del cibo, consumano circa il 30% dell’energia globale disponibile (fonte FAO 2018). Sappiamo che ricaviamo l’energia principalmente dai combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), fonti non rinnovabili la cui combustione causa la produzione di gas serra, responsabili dell’impronta di carbonio che rappresenta il 50% dell’intera impronta ecologica. L’impronta di carbonio corrisponde alla misura della quantità totale dei gas serra emessi in atmosfera dalle attività umane, misurata in termini di CO2 equivalenti (l’anidride carbonica, è il principale gas serra per cui viene preso come riferimento per le misurazioni di tutti i gas serra compreso il metano, da qui il nome impronta del carbonio). Nella produzione di cibo si hanno delle emissioni di gas serra dirette (come nel trasporto e nella produzione) e indirette (produzione di fertilizzanti e pesticidi per lo sfruttamento del suolo).
    Il solo cibo che viene sprecato, quindi non consumato ma buttato via, produce tra l’8% e il 10% delle emissioni globali di gas serra contribuendo pertanto in modo significativo al global warming, cioè al riscaldamento globale. La FAO afferma che se lo spreco alimentare fosse un paese sarebbe il terzo più grande al mondo per emissioni.
  • Consumo del suolo e perdita di biodiversità. Partiamo dal presupposto che anche il suolo è una risorsa non rinnovabile, pertanto andrebbe protetto e favorito un uso sostenibile (obiettivo 15 dell’agenda 2030). A oggi, invece, circa il 30% della superficie agricola disponibile a livello globale è sfruttata per la produzione di cibo che non viene consumato; questo suolo agricolo deriva da terreni spesso deforestati, sovrasfruttati e inquinati dall’uso di fertilizzanti e pesticidi rendendolo presto non più fertile. Un’altra conseguenza è la perdita della biodiversità, poiché il suolo spesso deforestato per l’agricoltura e per il pascolo non sarà più disponibile come habitat per la vegetazione e gli animali autoctoni di quelle aree. Per non parlare dell’importanza che ha il suolo nella protezione dei fenomeni idrologici (prevenzione di frane, inondazioni), anch’essa compromessa dal degrado del suolo.
  • L’impronta idrica: è la quantità di acqua utilizzata per la produzione di un prodotto o un servizio, in questo caso è l’acqua dolce che usiamo per la produzione degli alimenti di origine vegetale e animale. È da sottolineare che i prodotti di origine animale hanno un’impronta idrica superiore rispetto a quelli di origine vegetale; inoltre all’interno dei prodotti di origine animale c’è una sostanziale differenza, come riportato in Figura 3. La situazione in Italia è migliore rispetto alla media mondiale; infatti, a fronte di circa 15500 litri di acqua usati per produrre carni bovine, in Italia siamo intorno agli 11500 litri, questo è dovuto alle zootecniche di allevamento utilizzate e al fatto che la maggior parte di allevamenti avviene in zone ricche di sorgenti idriche.

COMPITO DI PRESTAZIONE: #Move the date
Discipline coinvolte: scienze, educazione digitale, educazione civica, tecnologia, italiano

Premessa

Earth Overshoot Day (in italiano il giorno del superamento terrestre) è il giorno dell’anno solare in cui si esauriscono le risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni. Questo giorno se vivessimo in un mondo ideale dovrebbe ricadere almeno il 31 dicembre di ogni anno, ma siamo molto lontani da un mondo sostenibile, basti pensare che l’Overshoot Day del 2021 è caduto il 29 luglio. La data di questo giorno viene calcolata tenendo in considerazione il numero dei giorni dell’anno in cui la biocapacità della Terra è sufficiente a soddisfare l’impronta ecologica dell’umanità. Questo vuol dire che nel 2021 il giorno successivo al 29 luglio avremo superato le risorse sostenibili creando un deficit ecologico. Dal grafico di Figura 4 puoi vedere l’andamento dell’Overshoot Day dal 1970 al 2021: l’andamento è in diminuzione, ovvero questo giorno arriva sempre prima, con una sola eccezione nel 2020 in cui è arrivato quasi un mese dopo rispetto all’anno precedente a causa dei lockdown per la pandemia da Covid-19.

 

Figura 4: Nel grafico sono riportate le date dell’Overshoot Day dal 1970 al 2021.
La parte in rosso sono i mesi dell’anno in cui stiamo consumando più risorse di quelle disponibili.
Credit: overshootday.org

Il movimento #Movethedate, promuove una serie di azioni affinché si arrivi a posticipare sempre di più l’Earth Overshoot Dayma cosa possiamo fare noi per spostare questa data più avanti?

Situazioni di apprendimento

Dividetevi in 4 gruppi di lavoro, ognuno dei quali svolgerà le seguenti attività; o in alternativa tutti i membri della classe possono fare una o più delle seguenti attività in coppia:


Gruppo 1: Ogni membro del gruppo calcola la propria impronta ecologica e il personale Overshoot Day utilizzando questo sito: http://www.footprintcalculator.org/home/it. Confrontate i risultati che avete ottenuto tra di voi e svolgete queste attività:

• Riportate su un poster i vostri nomi e a fianco disegnate il numero di pianeta Terra che sarebbero necessari se tutta l’umanità vivesse come voi; riportate per ognuno di voi anche la data del vostro personale Overshoot Day. Ponete i dati in modo decrescente, dal più “consumatore” al meno.
• Ricercate le abitudini che determinano le differenze tra chi ha un Overshoot Day anticipato rispetto a chi lo ha più lontano nell’anno. Aiutatevi analizzando e confrontandovi sulle risposte alle domande che vi ha proposto il test.
• Preparate un poster in cui presentate il problema dell’Overshoot Day e scrivete un vademecum sulle abitudini che potreste adottare per diminuire la vostra impronta ecologica.
• Rifate il test, uno per gruppo, in cui collaborate rispondendo alle domande immaginando di cambiare il vostro stile di vita secondo il vademecum che avete stilato
• Potreste pensare di presentare alla scuola il vostro lavoro per il giorno dell’Overshoot Day italiano, ovvero il giorno in cui l’Italia ha consumato tutte le risorse disponibili.

Gruppo 2 e Gruppo 3: L’organizzazione “EARTH OVERSHOOT DAY” afferma che se globalmente diminuissimo il consumo di carne del 50% e se dimezzassimo lo spreco alimentare a livello mondiale, potremmo spostare l’Overshoot Day di 30 giorni. Partendo da questa osservazione, ogni membro di ogni gruppo scriva il suo menù settimanale (considerando i tre pasti principali), se nella tua scuola c’è una mensa prendi in considerazione anche quello, confrontalo con la piramide ambientale, nella quale si nota che i cibi più salutari sono anche quelli più sostenibili, e rispondi a queste domande:

1) Di norma mangio almeno due porzioni di frutta, verdura e cereali integrali al giorno?
2) Mangio una volta al giorno alimenti come pasta o riso, frutta secca e olio d’oliva?
3) Mangio tre quattro volte alla settimana legumi?
4) Mangio occasionalmente la carne rossa e la carna processata (insaccati)?
5) Gli alimenti che mangio sono stagionali e a km zero (ovvero la loro produzione è vicina al posto in cui vivo)?
6) Fate un brainstorming in cui discutete i risultati ottenuti, se le risposte alle domande non sono positive vuol dire che potete cambiare qualcosa nelle vostre abitudini alimentari per renderle più sostenibili.
7) Adesso provate in gruppo a scrivere un menù settimanale che sia sostenibile, dividete i giorni della settimana tra i due gruppi. Potete aiutarvi sia osservando la piramide ambientale che consultando il sito: https://www.sueatablelife.eu/it/, per le ricette puoi chiedere anche una mano a un adulto della tua famiglia. Presentate il menù agli insegnanti di scienze e tecnologia della vostra scuola, scrivendo anche un ricettario.

Gruppo 4: Abbiamo visto che lo spreco alimentare ha un forte impatto sull’impronta ecologica, per questo negli ultimi anni sono nate diverse app che permettono di comprare a basso costo le rimanenze di cibo di attività commerciali legate alla ristorazione, o ancora ci sono delle app che permettono di monitorare le scadenze del cibo che abbiamo in frigorifero o che propongono delle ricette con gli avanzi in modo da non essere sprecati. Scegliete tre app tra quelle trovate e immaginate di fare una campagna pubblicitaria per promuoverle per la Giornata Internazionale della consapevolezza sulle perdite e sprechi alimentari (International Day of Awareness for Food losses and waste); quindi elencate i vantaggi e le modalità di fruizione. Ricorda che per fare una pubblicità devi rispettare alcune regole, per esempio usa un’immagine “parlante” come potrebbe essere il logo dell’app ben visibile, scrivi una frase efficace che possa incuriosire e nello stesso tempo dia l’idea del significato di quello che si sta pubblicizzando.

Conclusione dell’attività

Hai imparato quanto modificare delle abitudini quotidiane, come quelle che riguardano l’alimentazione, possa determinare un cambiamento significativo dell’impronta ecologica. Possiamo affermare senza dubbio che quello che è buono per il pianeta è buono anche per noi, sia perché senza le risorse che ci offre il nostro pianeta noi non potremmo vivere sia perché quello che è buono per il nostro pianeta è buono anche per la nostra salute. Ricordati di seguire le norme dell’alimentazione che hai imparato, riduci il consumo della carne soprattutto quella bovina, mangia alimenti provenienti da produzioni vicini alla tua area geografica e che siano stagionali, in modo da non produrre CO2 per il loro trasporto e diffondi queste buone abitudini all’interno della tua famiglia. Sembrano piccoli gesti, ma moltiplicati per 7 miliardi fanno la differenza.

Referenze iconografiche: Rimma Bondarenko / Shutterstock

 

Gaetana Serio, classe 1979 e laureata nel 2003 in Scienze Biologiche, indirizzo Biomolecolare, fra il 2008 e il 2011 è stata titolare di un assegno di ricerca delll’Università degli Studi di Torino, per l’attività di ricerca presso IRCC di Candiolo (To). Dal 2011 a oggi è titolare di cattedra di ruolo presso l’IC Borgaretto Beinasco come insegnante di Matematica e Scienze.

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