Insegnare il Novecento e salvare i classici: missione impossibile? Parte 2

Insegnare i classici parte 2

Il canone del Novecento

APPROFONDIMENTI DISCIPLINARI

Ipotizzando che si sia riusciti a economizzare il tempo e a esaurire entro gennaio dell’ultimo anno l’Ottocento, si avranno di fronte circa quattro mesi da dedicare al Novecento. A questo punto si aprono molti problemi, dei quali il più difficile è quali autori affrontare. Per la scuola il problema è costituito dal combinarsi di due fattori: da un lato l’esorbitante ricchezza di scrittori significativi, degni di attenzione, che il Novecento presenta (a differenza dell’Ottocento, dove non è un danno irreparabile se non si studiano Giusti, Tarchetti o Capuana, mentre ignorare Tozzi, Landolfi, Gadda, Pavese, Calvino, Fenoglio e tanti altri è impensabile); dall'altro lato l’impostazione storica che da noi è alla base dell’insegnamento letterario, e che impone di tracciare quadri il più possibile esaurienti delle varie epoche storiche, con congrue letture di testi.

di Guido Baldi

Ipotizzando che si sia riusciti a economizzare il tempo e a esaurire entro gennaio dell’ultimo anno l’Ottocento, si avranno di fronte circa quattro mesi da dedicare al Novecento. A questo punto si aprono molti problemi, dei quali il più difficile è quali autori affrontare. Per la scuola il problema è costituito dal combinarsi di due fattori: da un lato l’esorbitante ricchezza di scrittori significativi, degni di attenzione, che il Novecento presenta (a differenza dell’Ottocento, dove non è un danno irreparabile se non si studiano Giusti, Tarchetti o Capuana, mentre ignorare Tozzi, Landolfi, Gadda, Pavese, Calvino, Fenoglio e tanti altri è impensabile); dall’altro lato l’impostazione storica che da noi è alla base dell’insegnamento letterario, e che impone di tracciare quadri il più possibile esaurienti delle varie epoche storiche, con congrue letture di testi. In altri paesi il problema non si pone, in quanto ci si limita alla lettura integrale di uno o due opere all’anno, con vantaggi di maggiore approfondimento, ma con lo svantaggio di enormi lacune lasciate nelle conoscenze complessive degli allievi. Dinanzi a quella ricchezza di scrittori e opere l’insegnante si trova nell’impossibilità di tracciare un quadro completo di tutti gli autori significativi, se non vuole limitarsi a un arido elenco di nomi e intende far accostare gli allievi ai testi. Deve perciò necessariamente compiere scelte drastiche, che al tempo stesso salvino le linee generali del quadro. Però, se per i secoli precedenti si è stabilito ormai un canone largamente condiviso, che fissa gli autori a cui non si può rinunciare, non è ancora avvenuto lo stesso per il Novecento; quindi il docente non trova indicazioni che lo guidino con sicurezza in quelle scelte.

A mio avviso, in un panorama così folto, si potrebbero già individuare degli autori veramente grandi, la cui statura mi sembra paragonabile a quella dei grandi classici dei secoli precedenti, vale a dire Pirandello, Svevo, Montale e Gadda. Sono confortato in questa asserzione dalla massa ormai imponente di monografie e saggi critici che si è accumulata su questi scrittori, segno inequivocabile della loro affermazione nella “Borsa” dei valori artistici; ma è un parere personale, e so bene che non sarebbe ampiamente condiviso, anzi andrebbe incontro a obiezioni fortissime, che opporrebbero altri nomi, se non in sostituzione, certamente in aggiunta.

Se non si è fissato un vero canone, comunque almeno fino agli anni ottanta una scrematura nella sterminata congerie degli scrittori si è operata. Mi è successo recentemente di gettare l’occhio, in calce a un volume anni sessanta della mondadoriana “Medusa degli Italiani”, all’elenco dei volumi sino ad allora pubblicati nella collana: ebbene, la maggior parte di quegli autori e di quelle opere mi risultava sconosciuta. Erano autori e opere usciti per un momento alla ribalta e poi inghiottiti dall’oblio, di cui non si trova traccia non solo nei manuali scolastici ma neppure nelle grandi storie letterarie. Segno che la memoria collettiva ha operato un triage irreversibile, per usare il termine del sociologo della letteratura Robert Escarpit. E si tratta di un solo editore: se si aggiungono gli altri editori all’epoca dominanti, Einaudi, Garzanti, Bompiani, Rizzoli, il fenomeno assume proporzioni impressionanti.

Tuttavia, anche questa scrematura, che ha lasciato sopravvivere nella memoria solo gli scrittori più rilevanti, ai fini dell’insegnamento non è sufficiente: gli autori da ricordare (si parla sempre di quelli attivi e affermati prima degli anni ottanta) restano comunque troppi per essere affrontati tutti a scuola. Di qui deriva una caratteristica che accomuna quasi tutti i manuali scolastici: un’ampia antologizzazione del Novecento, che però si riduce a una serie di scrittori presentati con una scarna scheda critica e un passo solo tratto dalle opere, spesso breve, con un effetto di polverizzazione del quadro culturale, in cui si rischia di perdere l’orientamento. E non vale a ovviare all’inconveniente il raggruppamento in correnti e tendenze o in percorsi tematici e di genere, perché il senso di atomizzazione permane egualmente. Atomizzazione che pone sempre l’insegnante di fronte a scelte difficili o all’inseguimento affannoso di una totalità irraggiungibile. E anche così i manuali scontentano sempre qualcuno, che pur nel vasto panorama antologizzato non trova l’autore prediletto.

Mi sento allora di avanzare una proposta, che spero non suoni eccessivamente scandalosa. Sia i compilatori di antologie sia gli insegnanti devono avere il coraggio di compiere scelte più radicali: individuare pochi autori, ritenuti maggiormente significativi e rappresentativi, dedicando a essi brevi capitoli monografici, con una presentazione un po’ più approfondita e una scelta più ampia di testi che dia un’idea dello svolgimento dell’opera complessiva, e ignorare tutto il resto. In tal caso l’assenza di un canone stabilito si può trasformare da limite e difficoltà in occasione di libertà. Sarà magari doloroso per l’insegnante non trovare nel manuale proprio lo scrittore da lui amato, ma è il prezzo da pagare per sfuggire a quella polverizzazione e a quella dispersione, che in ultima analisi non risultano didatticamente produttive, anzi non possono avere che riflessi negativi. E comunque ormai vengono in ausilio gli strumenti digitali, per cui se non si trova nel libro un autore lo si può sempre cercare nella parte in rete o su supporto elettronico.

Si diceva che questo vale a un dipresso per il periodo sino agli anni ottanta, il cui panorama si è già in certa misura decantato. Per la stretta contemporaneità, cioè all'incirca gli ultimi due decenni, non mi sembra che ci siano soluzioni: la massa dei libri che escono annualmente (romanzi, soprattutto, ma anche raccolte poetiche) è tale che è impossibile orientarsi, tracciare mappe e percorsi esaurienti, operare scelte sicure e non contestabili. In un recente volume (Non incoraggiate il romanzo, Marsilio, Padova 2011), un acuto critico come Alfonso Berardinelli ha calcolato che sono oggi attivi in Italia almeno 120 romanzieri (e secondo me pecca di ottimismo, o di pessimismo, a seconda dei punti di vista); a cui si aggiungono gli autori stranieri, che non sono più soltanto quelli occidentali, ma provengono dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia, dall’Australia. È evidente che la valanga di libri pubblicati eccede le possibilità di un qualunque lettore, anche vorace, ed è umanamente impossibile anche per lo studioso più solerte dominare il panorama letterario attuale (come osserva Luigi Matt nel capitolo dedicato alla narrativa nel volume collettivo Modernità italiana, Carocci, Roma 2011). Dinanzi a tale panorama lo sforzo di storicizzazione della scuola non può che riconoscersi sconfitto, e con esso lo sforzo dei compilatori di antologie. Si proclami allora un “liberi tutti”: ogni insegnante, a seconda dei suoi orientamenti e dei suoi gusti, per questi ultimi anni potrà consigliare delle letture ai suoi allievi, arrivando al massimo a individuare qualche opera indicativa di una tendenza, a delineare qualche parziale filone tematico, qualche affinità di scelte formali tra diversi autori. E potrà anche accogliere proposte che provengono dalla classe. Non importa se verranno magari fuori nomi come Moccia o Volo; non è il caso, dinanzi alle preferenze dei giovani, di ostentare disgusti superciliosi da aristocratici umanisti. Se quelle sono le loro letture, non ci si può esimere dal partire da esse. Anzi, per l’insegnante sarà l’occasione per esercitare la sua funzione di mediatore e guida intellettuale, aiutando gli allievi a individuare i confini tra letteratura e Trivialliteratur, tra produzione artistica e produzione per il mercato e il consumo, nonché a portare alla luce critica mitologie acriticamente accettate, e il suo lavoro sarà egualmente utile alla formazione dei giovani.

 

Guido Baldi ha insegnato Letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino ed è autore di fortunati manuali scolastici pubblicati da Paravia. Si è occupato in particolare di narrativa otto-novecentesca, di teoria narratologica e di didattica della letteratura.