Colloquio orale all’esame di Stato

ITALY-DOCENTI-FOLIO-Marzo-2018-JPEG-Colloquio orale_GettyImages-184320350

Come dovrebbe essere?

IDEE PER INSEGNARE

Proponiamo alcune riflessioni sulla prova orale dell'esame di Stato che ha inizio con la presentazione da parte del candidato della “tesina”. Spesso questa prova si traduce in una veloce riproposizione di contenuti già sentiti, senza un personale apporto dello studente. Questo momento potrebbe invece diventare occasione per mostrare come siano state acquisite alcune capacità poi fondamentali anche nella vita adulta. Ma perché sia così occorre rivedere alcuni paradigmi…

di Monica Bottai

Anche per questo anno l’esame di Stato si svolgerà secondo lo stesso procedimento degli anni scorsi; anche per questo anno ogni alunno sarà chiamato a cimentarsi con le tre prove scritte e con la prova orale. Pertanto, supponiamo che, secondo i dettami della consueta ordinanza di maggio, il Presidente della commissione, il giorno della prima prova scritta, inviterà i candidati a comunicare la tipologia dei lavori prescelti per dare inizio al colloquio, ovvero “titolo dell'argomento, esperienza di ricerca o di progetto, presentata anche in forma multimediale”. In queste parole emerge la questione su cui riflettiamo, ovvero la presentazione svolta dal candidato di un oggetto di indagine o di approfondimento.
Le stesse parole tornano nell’OM n. 31 del 4 febbraio 2000 art. 16 comma 2: “… il colloquio ha inizio con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato. Rientra tra le esperienze di ricerca e di progetto la presentazione da parte dei candidati di lavori preparati, durante l’anno scolastico, anche con l’ausilio degli insegnanti della classe.”; e ancora nell’ultima OM n. 57, 4 maggio 2017: “Il colloquio ha inizio con un argomento disciplinare o pluridisciplinare, scelto dal candidato, anche riferito ad attività o esperienze attuate durante l’ultimo anno del corso di studi (…).”

Argomento di approfondimento o percorso di ricerca: quali le differenze?

Per “argomento di approfondimento” intendiamo una breve trattazione in cui l’alunno illustra un oggetto di studio, che ha acquisito rilevanza – interesse e curiosità - nel suo percorso scolastico, tanto da suscitare il suo personale desiderio di approfondimento e di ricerca ulteriore rispetto alle proposte didattiche. Il lavoro dovrà iniziare con una ricerca bibliografica, per proseguire con la stesura di un documento di presentazione (cartaceo, multimediale, fotografico …) corredato da ciò che l’alunno riterrà utile (esposizione di oggetti inerenti l’argomento, registrazioni audio o video …).
La “tesina”, invece, è un percorso multidisciplinare con cui il candidato espone un argomento, un’esperienza, un concetto, un progetto. Anche in questo caso, la ricerca bibliografica è il punto di partenza essenziale, per legare il proprio punto di vista alla tradizione scientifica sull’argomento e per sostanziare la propria argomentazione. Anche in questo caso, la presentazione può avvalersi di sussidi quali documenti, mappe, materiali cartacei o multimediali di vario tipo.
Per quanto vi siano punti di contatto nel metodo di lavoro e nella strutturazione di queste esposizioni orali, vi sono alcuni elementi che caratterizzano la tesina e la differenziano dall’approfondimento, ovvero il nesso fra le discipline, l’originalità, l’impostazione critica. La tesina richiede un lavoro evidentemente più complesso dell’approfondimento e la scelta tra l’uno e l’altro dovrà fondarsi sul desiderio e l’interesse dell’alunno, ma anche sulla tipologia di scuola e, dunque, sulle competenze maturate dall’alunno stesso. È dunque il frutto di una maturazione e di un percorso scolastico quinquennale, in cui il docente ha conosciuto l’alunno e soprattutto l’alunno ha conosciuto sé stesso. Potremmo dunque dire che questo lavoro ha una dimensione temporale lunga quanto la durata del percorso scolastico stesso, in quanto ne è somma ed espressione: dall’approccio al metodo usato, al contenuto, tutto indica come e quanto l’alunno abbia maturato delle proposte didattiche vissute negli anni. È importante innanzitutto riflettere sulla dimensione temporale necessaria per la realizzazione di questo prodotto finale.

Quello che la tesina dovrebbe essere e quello che invece è…

Diversamente da quanto vediamo spesso accadere nelle nostre scuole, per elaborare una tesina frutto di una ricerca seria e rigorosa, è necessario un periodo lungo e disteso, che occupi quasi tutto l’ultimo anno scolastico (da novembre a maggio). Pertanto, la scelta dell’argomento deve avvenire a inizio anno, in un colloquio col docente di riferimento, con il quale l’alunno individuerà le sue motivazioni (interesse personale, sollecitazioni didattiche, esperienze di studio, proiezioni verso il futuro accademico o lavorativo, piste di ricerca) e stabilirà i passi del lavoro da svolgere. Il colloquio col docente serve non soltanto per esprimere le proprie intenzioni, ma per verificarle e confermarle nella loro fattibilità e sensatezza, oppure per correggere la direzione e rivedere gli obiettivi.

Come servono tempi lunghi per l’elaborazione, così serve un tempo adeguato anche in sede d’esame. Il prodotto finale dovrebbe avere un ruolo centrale nella prova orale: invece, il tempo dedicato alla tesina ancora consiste di solito in dieci minuti e poi il colloquio prosegue con l’interrogazione classica su tutto il programma annuale di tutte le discipline. Sono due esposizioni e due valutazioni completamente diverse: critica, ragionata, personale la prima; nozionistica e affastellata di contenuti la seconda. Questo dipende sia dalla struttura stessa dell’esame, sia dalla mentalità con la quale ancora tanti docenti vedono la loro azione didattica e la verifica delle competenze (o conoscenze?) acquisite. Infatti, la rincorsa del programma ancora incombe su tanti di noi e penalizza fortemente quello che dovrebbe essere il colloquio orale dell’esame, ovvero la dimostrazione di “maturità” dell’alunno nel suo senso critico, nella sua capacità di valutazione, nella sua creatività ed originalità, nella sua capacità di dire “io”. Evidentemente, è necessario reimpostare la prova affinché questi elementi emergano realmente; la tesina sarebbe un ottimo strumento, ma è necessario conferirle un ruolo ed un valore che ancora non ha.

Se il fattore tempo è il primo oggetto di riflessione, in secondo luogo, è necessario strutturare e impostare il lavoro secondo criteri rigorosi, il che non significa che l’alunno debba confezionare un prodotto di alto livello scientifico, o un elevato numero di pagine scritte, o ancora, numerosi collegamenti fra le discipline, spesso artificiosi, o infine effetti speciali multimediali; invece, deve sicuramente presentare un lavoro originale, non slegato da modelli di riferimento, ma espressione di un personale giudizio di valore sui modelli seguiti e reinterpretati; critico e argomentato, in quanto frutto di verifica della propria idea, opinione, o tesi; serio e rigoroso, in quanto nato dal paragone con la tradizione scritta (bibliografia) e orale (i docenti); accurato e curato nella forma.

Perché accada questo, è fondamentale il punto di partenza, ovvero la domanda che l’alunno è e la domanda che l’alunno ha. Questo è il punto cruciale spesso sottovalutato o non compreso. Nessuna ricerca, nessun percorso di indagine, nessuna inchiesta nasce senza una domanda nel soggetto che compie il percorso. Purtroppo spesso il nostro insegnamento non mira a suscitare domande, ma a dare risposte a domande non poste («Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone», in R. Niebuhr, Il destino e la storia. Antologia degli scritti, BUR, Milano 1999, p. 66). Spesso la nostra didattica non mira a suscitare il movimento personale dell’alunno, ma a creare sovrastrutture che si agganciano solo esteriormente ai cuori dei nostri ragazzi. Per questo la cosiddetta tesina raramente corrisponde a quella che è la persona dell’alunno, mentre più spesso è la riproposizione di contenuti già detti, già sentiti, già visti (internet è un loro grande alleato in questo…). Dovremmo dare maggior credito al cuore dei nostri ragazzi e impostare tutta l’attività didattica con lo scopo di pro-vocare e far emergere realmente il loro io. Allora potremmo semplicemente porre alcune domande per avviare il lavoro: quale questione senti urgente? Quale esperienza stai facendo di te, della scuola, del mondo intorno a te? Quale interesse c’è in te? Cosa ti appassiona? Possiamo sentire astratte queste domande soltanto se le nostre lezioni non le hanno mai prese in considerazione; soltanto se preparando le nostre lezioni non abbiamo mai guardato veramente in faccia i nostri ragazzi. Ma se, entrando in aula, abbiamo l’obiettivo di far incontrare la nostra lezione, il nostro argomento, con queste loro sottese, confuse e inascoltate domande, allora non sentiremo astruso iniziare il lavoro sulla tesina a partire da quelle stesse domande.

Se il punto di partenza è questo, quasi automaticamente verranno meno quei collegamenti astrusi e artificiosi fra l’Infinito leopardiano e la matematica o fra la meccanica aerea e il volo dannunziano su Vienna: tali nessi sono intellettualistici e vuoti, proprio perché nascono da un ragionamento astratto, che non ha a che vedere con l’esperienza reale dell’alunno. I collegamenti reali fra le discipline nascono, invece, quando un oggetto d’indagine è così interessante che l’alunno vuole verificare la sua pertinenza a tutto il resto (“Nell'esperienza di un grande amore” - ha scritto Romano Guardini - “tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito”); e quanto più sarà interessato, tanto più userà (o ne riscoprirà la necessità) un metodo serio e rigoroso soprattutto nella fase iniziale e preparatoria, che potremmo schematizzare come segue:

Anche la forma conta…

Altrettanto significative sono la cura e l’accuratezza formale del prodotto finale: elementi essenziali sono il frontespizio (Scuola, Esame di Stato – Anno, titolo, sottotitolo, eventuale immagine, Nome Cognome, classe) l’indice, la premessa (la premessa o prefazione dell’autore esplicita le finalità del lavoro e chiarisce le ragioni che hanno suscitato l’interesse personale all’origine della ricerca), l’introduzione (con il sommario dei contenuti, alcune indicazioni sulla struttura del testo, eventuali note sulla metodologia adottata, eventuale mappa concettuale), il testo suddiviso in paragrafi, la conclusione (qualora la tesina fosse argomentativa), un glossario (qualora la tesina riguardi un argomento prettamente tecnico o settoriale), la bibliografia, la sitografia.

Come valutare?

La tesina dovrebbe avere, dunque, un ruolo assai significativo all’interno del colloquio orale: se il suo scopo precipuo è esplicitare la “maturità” dell’alunno (interesse, creatività, capacità critica e argomentativa, rielaborazione personale degli studi compiuti), essa dovrebbe chiaramente rappresentare il punto centrale della valutazione della prova orale. Perché dunque non adottare una griglia ad hoc? Oppure, perché non valutare tutta la prova orale secondo quei criteri specifici caratterizzanti la tesina, spostandoci realmente sulle competenze acquisite dall’alunno, visto che le conoscenze sono state già valutate durante tutto l’anno, con verifiche scritte e orali sul programma, fino alla fine di maggio? Probabilmente, la prossima riforma dell’esame di Stato andrà in questa direzione, visto che oggetto dell’orale sarà l’esperienza dell'alternanza scuola-lavoro fatta dall’alunno. Dico probabilmente, in quanto è legittimo temere che se già la tesina non ha spesso quella centralità che dovrebbe avere tanto più una “relazione” rischierà di avere un peso ancora inferiore. Ma, anche in questo caso, saranno i docenti a decidere come dare seguito alle indicazioni del Ministero: potremo quindi rendere tale relazione non soltanto un’esposizione tecnica o settoriale, proiettata magari sul mondo del lavoro e sul futuro (incerto), ma piuttosto una rielaborazione critica e personale che l’alunno svolge sul proprio vissuto scolastico, sul percorso conoscitivo, sulla verifica del sapere da lui compiuta attraverso l’esperienza fatta. In tale ottica, dovrebbe poi svolgersi anche il resto della prova, guidando l’alunno non all’ennesima esposizione di contenuti (peraltro già abbondantemente verificati in corso d’anno), ma a un dialogo, magari interdisciplinare, su alcuni nodi concettuali del percorso svolto; oppure, all’interno delle singole materie, verificando la personale rielaborazione critica delle linee concettuali fondanti i percorsi disciplinari.

Non valutiamo le conoscenze ma quelle capacità che rivelano la maturità dello studente

Nell’attesa della riforma, quali criteri possiamo utilizzare per valutare l’ultima tornata di tesine che ci aspetta? È importante utilizzare indicatori centrati su alcune capacità rivelative della maturità del candidato: quella espressiva, di padronanza della lingua, di analisi e di sintesi, ma soprattutto critica e di rielaborazione, nonché argomentativa. Lascerei in secondo piano invece la spinosa questione dei collegamenti interdisciplinari; essi sono presenti in varie griglie diffuse fra i docenti, ma dovrebbero essere valutati eventualmente in base al tipo di ricerca svolta; mettendoli in secondo piano, forse eviteremmo di spostare l’attenzione dalla dimensione della profondità dell’indagine a quella della sua estensione e ampiezza, spesso causa di forzature astratte nel lavoro dei nostri alunni. In questo senso dovremmo leggere queste righe tratte dal documento del Miur citato all’inizio: “Preponderante rilievo deve essere riservato alla prosecuzione del colloquio, che (…) deve vertere su argomenti di interesse multidisciplinare e con riferimento costante e rigoroso al lavoro didattico realizzato nella classe durante l'ultimo anno di corso. Gli argomenti possono essere introdotti mediante la proposta di un testo, di un documento, di un progetto o di altra questione di cui il candidato individua le componenti culturali, approfondendole.” Diventa perciò interessante provare a collegare argomenti e discipline proprio durante la prosecuzione del colloquio, che è appunto un dialogo, una discussione collettiva, in cui l’obiettivo non è verificare la conoscenza dell’argomento ma la padronanza del medesimo da parte dell’alunno e la sua rilettura dentro un contesto ampio e condiviso. D’altra parte, anche leggendo il regolamento del Miur (DPR 323/1998; OM n. 31 del 4 febbraio 2000 art. 16 comma 2; OM n. 57, 4 maggio 2017) relativo allo svolgimento del colloquio, più volte torna la parola “discussione” (“… il candidato individua le componenti culturali, discutendole”, “… la discussione degli argomenti attinenti le diverse discipline “, “… discussione degli elaborati…”, “Il colloquio tende ad accertare la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite, di collegarle nell’argomentazione e di discutere ed approfondire sotto vari profili i diversi argomenti”) che chiaramente favorisce l’emergere delle reali competenze acquisite dall’alunno, nonché ci ricorda la dimensione corale e pluridisciplinare del colloquio.

In realtà, sono i nostri stessi alunni che ci chiedono un più ampio respiro e una sfida più alta, con cui mettersi alla prova; la loro noia diffusa o passiva acquiescenza alle nostre proposte ce lo grida chiaramente. Conviene prendere sul serio questo grido dentro
le nostre aule e, forse, anche l’esame potrà essere un vero momento di passaggio, o meglio, di iniziazione all’età adulta.

 

Monica Bottai: è insegnante di italiano e storia, si occupa di pedagogia e didattica e svolge attività di formazione per docenti; ha pubblicato Pagine di elegia. Antologia dalle opere di Tibullo, Properzio, Ovidio, G. D’Anna, Firenze 2003 e Se non io, Il Filo, Roma 2008.