Grammatica a scuola

Grammatica a scuola

Perché, quando e come?

IDEE PER INSEGNARE - SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO E SECONDO GRADO

Prima di sciogliere i tre interrogativi e apporvi le risposte, occorre fissare due nozioni preliminari.
La lingua verbale è un sistema di simboli mediante i quali il nostro cervello identifica e rappresenta a sé stesso il mondo percepito attraverso i sensi.
A tre o quattro anni, in genere, il bambino ha acquisito dai parlanti del suo ambiente una quantità sufficiente di tali simboli e anche i meccanismi della loro combinazione per generare le frasi: ha nel suo cervello la grammatica di quella lingua.

Francesco Sabatini

 

Sorge allora la domanda: se a quell'età il bambino ha già la grammatica in testa, perché a scuola gliela dobbiamo insegnare (con fatica e spesso con scarso risultato)? Quasi nessuno ci spiega bene che nel cervello del bambino prescolare si è impiantata solo la lingua fonica, nelle aree a ciò destinate, mentre a scuola gli vogliamo insegnare la lingua scritta, una facoltà che non ha una sede specifica nel suo cervello e va impiantata attraverso un altro circuito sensoriale, quello visivo, che parte dagli occhi e mette capo a un'altra area cerebrale. Per dirlo in maniera semplice: per insegnare a leggere bisogna "insegnare esplicitamente all'occhio quello che l'orecchio già sa". (E con l'occhio deve cooperare molto la mano che scrive, terzo canale della lingua!).

Abbiamo così già dato una risposta al "perché". Ma è una risposta parziale, perché dobbiamo distinguere tra due fasi di questo apprendimento: nella Scuola primaria bisogna allenare il cervello soprattutto alla decodifica dei segni grafici e a una capacità di lettura e scrittura sostanzialmente per ricalco del parlato, con spiegazioni soprattutto di lessico, semantica, pronuncia, ortografia, e poco o nulla circa le classificazioni morfologiche e le strutture sintattiche. Solo in una fase successiva, nella Scuola media, diventa indispensabile presentare queste altre parti della struttura della lingua.

Qui il "perché" si salda al "quando". La spiegazione di come le parole si collegano tra loro per formulare le frasi diventa opportuna e necessaria solo quando l'alunno comincia a trovarsi davanti a strutture testuali di una certa complessità e abbastanza difformi da quelle del parlato: strutture nelle quali proprio l'occhio deve ravvisare, in catene anche di una certa lunghezza, l'intreccio dei pezzi, dei quali deve riconoscere forme e funzioni. Solo quando comincia a maturare la capacità di astrazione, il discente può puntare a scoprire la grammatica che è già presente nel suo cervello. La nozione fondamentale che ora deve conquistare è quella della frase, l'entità concettuale e linguistica basilare, mediante la quale il cervello costruisce la conoscenza ben definita della realtà.

Qui passiamo al "come" compiere questa (non facile) operazione, con un residuo di attenzione ancora al "perché". Questa operazione, si è detto, diventa necessaria perché l'alunno ha davanti a sé testi in genere più complessi: aggiungiamo anche testi di vario tipo, che mirano, cioè, a produrre effetti diversi sul ricevente impiegando in modi diversi la pura grammatica della lingua. Per interpretare questa varietà di testi, il ricevente deve riconoscere lo specifico trattamento testuale che vi hanno ricevuto le strutture grammaticali (può esservi aderenza totale ad esse, per vincolarne l'interpretazione, o una serie di variazioni, che permettono elasticità dell'interpretazione) e questo lavoro gli è possibile soltanto se mette bene a confronto gli enunciati testuali con la costruzione della frase. Il discorso, dunque, rimbalza ancora sulla grammatica. Ed è qui che si rivela il pregio della potenza ed economicità di quel modello esplicativo delle strutture della frase che si basa sulla funzione primaria del verbo: primaria perché è con l'enunciazione del verbo che nella nostra mente "si apre una scena", nella quale, secondo il significato (o "valenza semantica") del verbo stesso, vengono chiamati i nomi che indicano gli altri elementi coinvolti nell'evento e si forma il nucleo della frase. È il modello della "grammatica valenziale" che, anticipato da intuizioni secolari, ha segnato una tappa decisiva per la linguistica scientifica moderna e sta trovando fruttuose applicazioni nella didattica di qualsiasi lingua. Mentre giungono ad esso conferme anche dalle scoperte della neurologia che rilevano connessioni tra l'enunciazione del verbo e la funzione motoria del nostro corpo, come atto di immediata conoscenza del mondo.

Va da sé che la conoscenza riflessa dei meccanismi grammaticali generali della lingua acquista sempre maggiore importanza via via che le lingue di cultura scritta ampliano il proprio repertorio di costrutti (si pensi all'influenza del latino nell'edificazione delle lingue europee dal Medioevo in poi) e via via che si innalza il grado di padronanza delle lingue richiesto a chi opera in seno alle società complesse.

 

Francesco Sabatini: è presidente onorario dell'Accademia della Crusca e professore emerito dell'Università degli Studi Roma tre. È autore di numerose pubblicazioni tra cui il Dizionario italiano, insieme a Vittorio Coletti, e Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso, da pochi giorni in libreria. I suoi campi di studio sono: le origini dell’italiano e delle lingue neolatine; la pluralità di lingue e culture nell’Italia medievale; la formazione della norma linguistica italiana; l’evoluzione dell’italiano contemporaneo; il linguaggio giuridico; l’educazione linguistica nella scuola; i modelli teorici della sintassi della frase e della tipologia dei testi; la posizione delle lingue nazionali nell’Europa contemporanea.