Con gli occhi di Dante

Per capire l’attualità della Divina Commedia

IDEE PER INSEGNARE | II GRADO

A settecento anni dalla sua morte Dante continua a suscitare interesse in pubblici diversi e anche tra i più giovani. Per quale ragione? Perché le sue parole sono ancora un modo per guardare il mondo com’è, ma soprattutto per progettare come potrebbe essere.

di Alessandra Mantovani

L’attenzione riservata al testo letterario dagli studi novecenteschi, negli ultimi decenni, tende a valorizzare il ruolo del lettore nella ricezione dell’opera, rinnovando così il concetto di tradizione e la riflessione sulla perenne attualità dei classici. Questa si realizza proprio nell’incontro tra il “contenuto fattuale” del testo – quello che esso ha significato per chi l’ha scritto e per il pubblico del suo tempo, le regole formali a cui ubbidisce la sua struttura – e il suo “contenuto di verità”, ciò che l’opera significa per noi lettori di oggi.
Ciò vale sicuramente per un autore come Dante e per la sua Divina Commedia, sulla cui straordinaria popolarità, intesa come capacità di comunicare, emozionare e parlare ai pubblici più diversi, torniamo a interrogarci oggi: nell’occasione di questo settimo anniversario dantesco, e nel proliferare delle iniziative più varie, ci troviamo di fronte alla sempre stupefacente novità di un Dante “per tutti”. Allora diventa importante chiedersi: quali sono le ragioni di questo interesse che si rinnova? Perché, pur nella difficoltà che nasce dalla obiettiva lontananza di una cultura diversissima dalla nostra, Dante continua a essere letto, a suscitare entusiasmi anche tra i lettori più giovani?

La Commedia tra realtà e finzione

La prima risposta credo si trovi nella capacità di Dante di presentarci la sua finzione come totalmente vera, nel suo particolare realismo “figurale” che – come ha insegnato Auerbach – consiste nel rappresentare nella dimensione dell’eterno l’essenza autentica e definitiva della vita umana, il suo mondo di odi e di amori, di pensieri, passioni e idee. Dante ci propone tutto questo nella forma di un racconto al centro del quale vi è un individuo reale, il personaggio Dante nella sua identità biografica di fiorentino, di esule, di perseguitato, di poeta. Concreti sono per l’appunto i luoghi e gli incontri di questa storia che si dà nella forma più antica del racconto di avventura, quella del viaggio di formazione. Certo si tratta anche di un viaggio allegorico in cui il pellegrino, un cristiano peccatore che ha smarrito la «diritta via» (Inf., I, v. 39) rappresenta sé stesso e contemporaneamente la «nostra vita» (Inf., I, v. 1), l’intera umanità. Ma la dimensione dell’allegoria non contraddice l’invenzione che crea un effetto contemporaneamente realistico e visionario – oggi diremmo di realtà “aumentata” – qual è quella di un oltremondo totalmente fantastico, presentato in una narrazione non priva di suspense e di colpi di scena da seguire per intero, in una serie di tre episodi successivi tutti legati tra loro, ma anche da fruire singolarmente, se lo vogliamo.

Dante tra coscienza civile e politica

Dante entra in scena come un personaggio a tutto tondo, dotato di una forte personalità, alle prese con una scelta difficile, come tante volte accade anche nella nostra quotidianità: affrontare quel viaggio ultraterreno che potrebbe rivelarsi temerario e «folle» (Inf., II, v. 35) e farlo anche se ha paura di non riuscire. Forse per questo è tanto appassionato e pieno di disprezzo per la vasta zona grigia di coloro che non prendono mai posizione, per opportunismo o indifferenza, quegli ignavi che non meritano nemmeno di essere ricordati: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» (Inf., III, v. 51). Egli trasferisce nella Commedia la sua esperienza di uomo di cultura impegnato in politica, una politica che ha praticato al punto da dimenticare l’amore per la sua Beatrice, la quale nel Paradiso terrestre non mancherà di rimproverarlo per questa sua passione così terrena. Per la sua coerenza e la sua onestà, di cui non ci permette mai di dubitare, ha vissuto la crudeltà dello sradicamento e dell’esilio, sperimentando «come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» (Par., XVII, vv. 58-60).
Come tutti coloro che sono costretti a migrare, soffre di una struggente nostalgia per il suo mondo perduto, ma non per questo rinuncia a denunciare colpe e responsabilità. Ci sfida parlandoci dal cielo del suo sogno di giustizia sulla terra e, per quanto questo sogno prenda la forma per noi anacronistica e lontana dell’impero universale, continua a porci un problema che ci riguarda, ancora attualissimo: il primato della legge, senza il quale una comunità si disgrega perché perde di vista il bene comune. Per questo riserva la pena di atroci mutilazioni agli «scommettitori», i seminatori di discordia che “disconnettono” i legami sociali con il risultato di una violenza che inevitabilmente non distingue tra colpevoli e innocenti: lo dice affidando all’invenzione poetica il compito di sollecitare la nostra coscienza civile, presentando con Ugolino il dramma assoluto di un padre davanti ai cadaveri dei figli: «E se non piangi, di che pianger suoli?» (Inf., XXXIII, v. 42).

L’umanità di Dante

Dante è un uomo generoso, ma ha sperimentato il rischio delle passioni, prima fra tutte la superbia, e ha dovuto faticosamente imparare l’umiltà di chi sa che il nostro cammino di uomini è sempre in salita, proprio come scalare una montagna dove spesso ci troviamo a domandarci in che modo «possa salir chi va sanz’ala» (Purg., III, v. 54). Il viaggio gli insegna da subito che non è possibile camminare da soli, come diventa evidente nel suo rapporto con la guida Virgilio, «maestro» e «autore», e negli incontri con altri maestri e amici che incontra via via, insieme ai quali si ripensa come uomo e come poeta: «Se tu reduci a mente / qual fosti meco, e qual io teco fui / ancor fia grave il memorar presente» (Purg., XXIV, vv. 115-116). Ogni incontro nell’aldilà – ma non è poi così diverso nella vita reale – costringe il pellegrino a mettersi in discussione, a riconoscersi in un percorso di perenne trasformazione e, idealmente, di crescita e di miglioramento.
Negli incontri con amici e sodali, per quanto ormai lontani dal mondo terreno, quello che si impone è sempre un insopprimibile amore per la vita: la vita integra dell’anima riunita al corpo, come promette la dottrina cristiana della resurrezione, tanto che persino i beati mostrano in cielo un «disio d’i corpi morti» (Par., XIV, v. 63), di contatto e di abbracci. Al corpo – quel corpo che di questi tempi ci appare nuovamente più che mai prezioso, fragile e inerme di fronte alla malattia – le anime si protendono con un desiderio fortissimo di riconoscimento, proprio perché inerisce alla nostra umanità il bisogno di una relazione affettiva che ci restituisca l’essenziale che abbiamo perduto, «per le mamme / per li padri e per li altri che fuor cari» (Par., XIV, vv. 63-65).

La poesia della natura

L’amore per la vita si traduce poi nell’attenzione, nella pietas creaturale per ogni aspetto del mondo intorno a noi, che Dante descrive con la sua straordinaria capacità di osservatore pronto a cogliere, anche nei dettagli, la mirabile poesia della natura. Il suo percorso è fatto di atmosfere e paesaggi, di albe e tramonti correlati a una condizione spirituale, a stati d’animo – «l’alba vinceva l’ora mattutina» (Purg., I, v. 115) – catturati da uno sguardo di uno straordinario fotografo naturalista, che alterna inquadrature “all’infinito” all’osservazione di piccole cose: le gocce di rugiada sull’erba, le lucciole di una valle in una notte d’estate. Il mondo, che gli si rivela come creazione divina per il tramite della natura, si regge su un equilibrio di cui l’uomo è parte integrante perché «le cose tutte quante / hanno ordine tra loro» (Par., I, vv. 103-104). E questo, che il poeta presenta come un miracolo dello spirito e della materia perfettamente concordi, ci può persino far riflettere su quello che oggi chiamiamo equilibrio ambientale perché postula sempre un rapporto di responsabilità, un nesso tra azione umana e vita delle cose: cosicché siamo esposti al rischio che siano propri i nostri comportamenti dissennati a desertificare l’ambiente intorno a noi e, per la nostra colpevole noncuranza, subentri «la muffa dov’era la gromma» (Par., XII, v. 114), esattamente come avviene alla botte asciutta e insterilita, che non può più produrre vino buono.

La poesia delle parole, le parole della poesia

Scrivendo la Commedia Dante si sente investito di un compito, di una missione profetica – «questa tua voce farà come vento, / che le più alte cime più percuote» (Par., XVII, vv. 133-134) – con l’ambizione e la fiducia di poter salvare gli uomini attraverso la parola poetica. È uno scrittore profondamente persuaso della potenza della letteratura, l’arte che fa appello alla nostra razionalità – quel lógos che ci distingue da ogni altro animale –, ma proprio attraverso le parole tocca i nostri sentimenti, scatena le nostre passioni, esplora le nostre emozioni. Per questo racconta la storia di Francesca e del suo amore distruttivo come la storia di una lettrice, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse» (Inf., V, v. 137); e per questo l’immagine del libro può valere persino come metafora di un mondo che possiamo leggere «legato con amore in un volume» (Par., XXXIII, v. 86) e finisce per coincidere con il volto di Dio.
Dante dimostra come la parola, forma e pre-condizione del nostro pensiero, non solo descriva la realtà, ma possa addirittura crearla. Aprendo le pagine del suo poema siamo posti di fronte al miracolo di una lingua che certamente richiede la mediazione di un’esegesi che ce la avvicini, ma in fondo è ancora la nostra. Come insegnano gli storici della lingua, affidandosi a sondaggi e valutazioni quantitative, l’italiano di oggi è, a tutti gli effetti, la lingua che Dante ha inventato. Grazie a lui acquisiamo consapevolezza dell’infinita creatività del linguaggio, messo continuamente alla prova e costretto a superare sé stesso proprio perché chiamato a rappresentare l’irrappresentabile: la lingua ci precipita nell’orrore grottesco del corpo violato e insieme è in grado di farci «trasumanar», di superare il limite fisico ed espressivo della nostra umanità; e permette anche a noi di “infuturarci” – è il sogno e l’ambizione di Dante – ovvero di protenderci verso il futuro, mentre acquisiamo consapevolezza del nostro passato e della nostra storia. Ci insegna quello che possiamo fare affidandoci all’uso consapevole, ma anche audace e creativo delle parole. Ci insegna che le parole possenti della letteratura, come avviene in modo straordinario nell’opera dantesca, sono ancora un modo per guardare il mondo com’è, ma soprattutto per progettare come potrebbe essere.

Referenze iconografiche: incamerastock / Alamy Stock Photo

 

Alessandra Mantovani è docente di italiano e latino presso il Liceo classico linguistico “G. Pico” di Mirandola. Professore abilitato di II fascia in Letteratura italiana e Filologia italiana, collabora da anni come docente a contratto con le Università di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia. È autrice di saggi critici, articoli e traduzioni che spaziano dall’Umanesimo-Rinascimento al Novecento e di edizioni critiche di opere della storiografia umanistica.

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