Riassumere per capire, riassumere per capirsi

Una pratica fondamentale per rendere efficace la comunicazione

APPROFONDIMENTI DISCIPLINARI

Non ce ne accorgiamo ma nella vita quotidiana siamo abituati a riassumere: quando parliamo, infatti, selezioniamo dati e informazioni per rendere la nostra comunicazione efficace. Il parlato però si avvale dei gesti e delle espressioni del volto, per cui si possono sottintendere dettagli che risultano evidenti dalla mimica del corpo. Nel riassunto scritto invece occorre esplicitare più informazioni possibili per evitare ambiguità e fraintendimenti, senza perdere coerenza, coesione e completezza.

di Fabio Ruggiano

Quando scriviamo non facciamo altro che rappresentare in modo sintetico e ordinato la realtà, sia quella che si svolge intorno a noi, sia quella che produciamo dentro di noi (le nostre idee ed emozioni). La scrittura ci consente di fermarci a riflettere su ciò che viviamo e pensiamo, di ricordare le informazioni che percepiamo o che la nostra mente elabora, di comunicare le medesime informazioni ad altre persone, anche se lontane nello spazio e nel tempo.
Anche quando parliamo semplifichiamo, selezioniamo dati e cerchiamo di concentrare la nostra e la altrui attenzione su ciò che è più rilevante (per noi). Il parlato, però, è multimediale, perché è arricchito da gesti ed espressioni del volto, e si colloca nella situazione condivisa dagli interlocutori; può, pertanto, sottintendere molti dettagli che sono resi evidenti dal contesto. Al contrario, lo scritto è tipicamente unimediale e unidirezionale; quando scriviamo, quindi, dobbiamo esplicitare tutto il più possibile, per prevenire qualsiasi possibile fraintendimento.

A cosa serve riassumere?

La necessità di essere espliciti rende lo scritto difficile da comprimere senza perdere completezza, coerenza e coesione; allo stesso tempo, però, la rappresentazione scritta deve essere sintetica: trasformare tutte le informazioni in parole, infatti, produrrebbe, se fosse possibile, un testo infinitamente lungo e confuso, un non-testo.
Dal punto di vista didattico, quindi, riassumere è cruciale per affinare alcune abilità riconducibili alle competenze di analisi critica dei testi e di comunicazione efficace. Abilità cognitive generali, come individuare le informazioni salienti e i legami logico-semantici tra i blocchi informativi; abilità specificamente linguistiche, come riconoscere le sfumature di significato e le varietà di registro.

No ai commenti personali…

La pratica formale del riassunto prevede la trasformazione di un testo scritto originario in un altro più breve. Il riassunto, quindi, è un testo parassita, che mantiene la struttura del testo originario e ne rispecchia (idealmente) la natura, la tipologia (narrazione, descrizione, argomentazione...), il registro linguistico, il contenuto semantico e concettuale. Per fare un buon riassunto, quindi, si può anche non conoscere l’argomento o la storia contenuti nel testo originario (purché quest’ultimo non presenti buchi informativi incolmabili). Coerentemente, il riassunto impone a chi scrive un atteggiamento di totale distacco, che esclude qualsiasi intervento personale (aggiunta introduttiva, di commento, conclusiva...). Questa richiesta risulta difficile da ottemperare per gli studenti, che non resistono a esplicitare il loro punto di vista di interpreti. Il giudizio degli studenti penetra nel riassunto sotto forma di «Secondo me...» e simili, oppure di interventi di cornice quali «I fatti vengono narrati dal punto di vista di un presunto protagonista», «Successivamente l’autore sposta la scena su...», «Il narratore, attraverso un flashback, ripercorre il periodo...», e simili. Si riconosce, in questo atteggiamento, l’abitudine indotta dalla scuola ad affrontare i testi con la prospettiva del commento. Molte esercitazioni scolastiche, infatti, ruotano più o meno esplicitamente intorno a questo modello di attività, dalle domande di comprensione ai commenti veri e propri, dai temi (contenitori indifferenziati di generi spesso concentrati sulle informazioni e non sulla forma) ai saggi brevi.

… Sì alla ripetizione di parole presenti nell’originale

Rispetto alla struttura grammaticale originale, nel riassunto è possibile trasformare la prima persona in terza persona e il discorso diretto in discorso indiretto. Per il resto la fedeltà deve essere ricercata con acribia, al punto che è ammessa la ripetizione di parole dell’originale e la citazione di espressioni particolarmente significative (scelta censurata in un altro esercizio di scrittura tradizionalmente proposto a scuola: la parafrasi), purché brevi e segnalate tra virgolette (preferibilmente basse). In alcuni casi, in realtà, la ripetizione è quasi obbligata; si deve rifuggire, infatti, dalla variazione a tutti i costi, che porta a usare giri di parole innaturali come “cessò di vivere” al posto di “morì” o sinonimi apparenti (perché designanti oggetti solo in parte sovrapponibili o perché appartenenti a varietà diverse dell’italiano) come “auriga” per “cocchiere” o “alloggio” per “casa”.

Quanto deve essere lungo un riassunto?

Non c’è una regola sulla lunghezza minima o massima di un riassunto; la considerazione da fare è che l’esercizio diventa più difficile all'accorciarsi del risultato, fino a raggiungere un punto di non ritorno, oltre il quale non è più ragionevolmente possibile mantenere riconoscibile il contenuto del testo originario. Un obiettivo impegnativo ma raggiungibile per uno studente alla fine delle scuole superiori è riassumere il testo di partenza in circa il 20% delle parole. È bene, però, calcolare il rapporto quantitativo non su tutto il testo originario, bensì sequenza per sequenza, per rispettare anche le proporzioni tra le parti del testo.

Capire il testo e riscriverlo nel modo corretto

Una volta stabilita la lunghezza richiesta per il riassunto, nella sua realizzazione vanno distinte due fasi operative: quella ricettiva e quella produttiva, che sono compenetrate. Il riassunto, infatti, è una prova integrata, che richiede prima la comprensione fine del testo originario e la selezione delle informazioni principali, poi l’organizzazione delle stesse informazioni nel testo parassita e la manipolazione verbale funzionale alla loro migliore resa formale. Il docente, pertanto, riconoscerà nei riassunti le difficoltà degli studenti nell'interpretare i testi frammiste a quelle espressive. Costruire un testo felice per iscritto, infatti, è certamente difficile, ma a emergere prima di tutto è la fatica degli studenti a comprendere i testi.

Alcuni problemi tipici

Per illustrare alcune difficoltà tipiche della pratica del riassunto, riporto alcuni esempi estratti da prove di studenti del primo anno di università nell'anno accademico 2017/2018.
Nella colonna di sinistra è citato il testo originale: il primo è tratto dall'articolo di Pier Paolo Pasolini Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango, pubblicato su "Paese Sera" l’8 luglio 1974:

Originale

Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. I dialetti (gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spazio: i figli son costretti a non parlarli più perché vivono a Torino, a Milano o in Germania. Là dove si parlano ancora, essi hanno totalmente perso ogni loro potenzialità inventiva.

Riassunto

Un esempio è il linguaggio verbale, in quanto si ha un'impoverimento dell’espressività e della comunicazione: i ragazzi che vanno a studiare o a lavorare nelle grandi città, quali Torino o Milano, non andranno più a parlare i dialetti, i loro idiomi materni; chi invece ancora lo parla andrà però a perdere ogni potenzialità inventiva.

Trascuriamo l’errore di ortografia (un'impoverimento) e concentriamoci su quelli di interpretazione del testo originale e di rielaborazione linguistica. Nella frase «si ha un impoverimento dell’espressività e della comunicazione» notiamo un fraintendimento, quindi un problema di ricezione: Pasolini sostiene che nel mondo contemporaneo la lingua dei giovani rischia di perdere potenza espressiva per ridursi a un codice utile per comunicare esclusivamente bisogni primari; lo studente, invece, mette sullo stesso piano l’impoverimento dell’espressività e un fantomatico impoverimento della comunicazione, che rimanda a uno scenario assente dalla prospettiva del discorso, di rarefazione delle relazioni sociali e isolamento dell’individuo. Un difetto d’interpretazione è riscontrabile anche in «i ragazzi che vanno a studiare o a lavorare nelle grandi città, quali Torino o Milano, non andranno più a parlare i dialetti, i loro idiomi materni»; Pasolini, in realtà, incolpa non le grandi città, bensì l’emigrazione in generale (accanto a Torino e Milano pone la Germania) della perdita delle occasioni di parlare in dialetto. Il difetto ricettivo, in questo caso, s’intreccia con un problema produttivo: la perifrasi “andranno a” è ridondante e inelegante, nonché un vero e proprio tic espressivo, come dimostra la ripetizione a distanza di pochi righi («andrà però a perdere»). Infine, l’errore d’interpretazione più evidente: «chi invece ancora lo parla andrà però a perdere ogni potenzialità inventiva». La potenzialità inventiva dei dialetti, nell'originale rappresentati prima da un ellissi («Là dove Ø si parlano ancora»), poi da un pronome («essi hanno totalmente perso»), viene attribuita ai parlanti, chiaramente per via del mancato riconoscimento del referente tanto dell’ellissi quanto del pronome (appunto i dialetti, non i parlanti).

Nel seguente esempio (in questo caso l’originale è un brano del Barone rampante di Italo Calvino) i problemi di comprensione sono intrecciati con quelli di espressione. Per facilitare il confronto riporto un pezzo più ampio dell’originale (a sinistra) rispetto al brano effettivamente riassunto, che va da “Risuonò” alla fine:

Originale

Invece, quell’anima senza pace di nostra sorella Battista percorreva la notte tutta la casa a caccia di topi, reggendo un candeliere, e con lo schioppo sotto il braccio. Passò in cantina, quella notte, e la luce del candeliere illuminò una lumaca sbandata sul soffitto, con la scia di bava argentea. Risuonò una fucilata. Tutti nei letti sobbalzammo, ma subito riaffondammo il capo nei guanciali, avvezzi com’eravamo alle cacce notturne della monaca di casa. Ma Battista, distrutta la lumaca e fatto crollare un pezzo d’intonaco con quella schioppettata irragionevole, cominciò a gridare con la sua vocetta stridula: ― Aiuto! Scappano tutte! Aiuto! ― Accorsero i servi mezzo spogliati, nostro padre armato d’una sciabola, l’Abate senza parrucca, e il Cavalier Avvocato, prim’ancora di capir nulla, per paura di seccature scappò nei campi e andò a dormire in un pagliaio.

Riassunto

Il suono inquietante di uno sparo allarmò Battista, rifugiandosi poco dopo in un pagliaio.











A parte l’eccesso di sintesi, che cancella quasi tutto il brano, salta all'occhio la resa di «Risuonò una fucilata. Tutti nei letti sobbalzammo» con «Il suono inquietante di uno sparo allarmò Battista», con evidente scambio di soggetto. Lo studente, cioè, non è riuscito a ricondurre l’azione dello sparo al vero responsabile, Battista (lo si inferisce dalla descrizione precedente della bambina che va in giro con lo schioppo sottobraccio). Conclude, quindi, che Battista debba seguire il destino degli altri abitanti della casa, ed essere allarmata dallo sparo. Va sottolineato, peraltro, che non è lo sparo ad allarmare i parenti, bensì le urla seguenti, ancora di Battista: un riassunto efficace, quindi, avrebbe omesso il dettaglio coloristico dello sparo per rilevare quello delle urla, che provocano la prosecuzione dell’azione. Infine lo studente, trascurando totalmente il testo originario, sostiene che Battista si rifugia nel pagliaio, quando è, invece, il Cavalier Avvocato a compiere questa azione. Questo secondo punto, nel quale la mancata comprensione è massima, s’intreccia con l’errore di costruzione del gerundio; stando alla costruzione dello studente, infatti, chi si rifugia nel pagliaio è il suono inquietante, soggetto della proposizione reggente quella al gerundio.

I problemi espressivi riscontrabili in un riassunto non sono diversi da quelli che gli studenti dimostrano in altri testi: errori di accordo e di reggenza, lessico incoerente per significato o per registro, uso disordinato dell’interpunzione e difficoltà nella costruzione sintattica, come in questo caso: «... riflettere su quelle che sono le differenze che da una parte, uniscono il passato e il presente, dall'altra, invece, passato e presente non si somigliano più, ma appaiono come due realtà completamente diverse e lontane». Ci si aspetterebbe che “(che) dall'altra” introducesse una proposizione relativa simmetrica a quella introdotta da “che da una parte”; chi scrive, invece, prende un’altra strada, disattendendo la costruzione correlata.

Il riassunto come pratica scolastica, insomma, serve agli studenti per esercitarsi nell'interpretazione e nella costruzione di testi scritti di ogni genere; questa pratica, inoltre, è per il docente uno strumento semplice e preciso di monitoraggio dello sviluppo delle competenze di lettura e scrittura degli studenti, e di diagnosi dei problemi di tale sviluppo.

Bibliografia

  • Cardinale Ugo, L’arte di riassumere. Introduzione alla scrittura breve, Bologna, Il Mulino 2015.
  • Colombo Adriano, Graffi Giorgio, Capire la grammatica. Il contributo della linguistica, Carocci 2017.
  • Rossi Fabio, Ruggiano Fabio, L’italiano scritto: usi, regole e dubbi, Roma, Carocci 2018.
  • Ruggiano Fabio, L’italiano scritto a scuola, Roma, Aracne 2011.
  • Serianni Luca, Benedetti Giuseppe, Scritti sui banchi. L’italiano a scuola fra alunni e insegnanti, Roma, Carocci 2015.

 

Fabio Ruggiano è ricercatore al Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, nel quale insegna Linguistica italiana, Didattica dell’italiano e Glottodidattica; è, inoltre, responsabile del corso di recupero degli Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA) per l’italiano. Ha scritto diversi contributi sulla didattica dell’italiano. Con il prof. Fabio Rossi è fondatore e curatore della pagina di consulenza e informazione linguistica DICO.