Caratteristiche e limiti dell’economia italiana

Operaio al lavoro

CULTURA STORICA

Nel nostro paese la crisi mondiale scoppiata nel 2008 si è sovrapposta a una crisi tutta particolare che risale ai primi anni novanta del Novecento ma che trova le sue premesse nelle illusioni e nelle contraddizioni irrisolte del decennio precedente.

Matteo Pasetti

Gli anni dell'illusione

1986: l’anno del “sorpasso”

Nel gennaio 1987, Giovanni Goria, ministro del Tesoro del governo guidato da Bettino Craxi, annunciò che l’Italia, per la prima volta, aveva scavalcato la Gran Bretagna nella classifica del Pil, diventando la quinta potenza economica del mondo capitalista (dietro Usa, Giappone, Germania Ovest e Francia). A fronte delle perplessità sollevate dai britannici, i dati forniti dall’Ocse 1 confermarono l’avvenuto “sorpasso”: nel 1986 il Pil italiano aveva sfiorato i 600 miliardi di dollari, superando di una cinquantina di miliardi quello del Regno Unito. Per quanto futile in termini strettamente economici, il “sorpasso” aveva un certo valore simbolico, poiché sanciva la fine di una lunghissima rincorsa rispetto alla patria della rivoluzione industriale.

Il “sorpasso” decretava inoltre la definitiva uscita dell’economia italiana dalla crisi mondiale degli anni settanta 2Non per niente già da un paio d’anni vari commentatori stavano parlando di un “secondo miracolo economico italiano” 3, e portavano a supporto del proprio ottimismo tutta una serie di concreti indicatori economici: per esempio, oltre a una discreta crescita del Pil (a un tasso medio annuo tra il 2 e il 3%), dall’inizio degli anni ottanta si registrava una fondamentale ripresa delle esportazioni manifatturiere (scesa dal 4,6% al 4,4% tra il 1970 e il 1982, la quota dei prodotti italiani sul mercato mondiale era poi tornata a crescere arrivando al 5% nel 1987). Sebbene l’inflazione, pur diminuendo sensibilmente (dal 21% del 1980 all’8,6% nel 1985, al 4,6% nel 1987), rimanesse più elevata rispetto alla media europea, si poteva ritenere ormai risolto il problema di fondo del decennio precedente, cioè la “stagflazione”. Ed erano sotto gli occhi di tutti – anche perché ampiamente enfatizzati dai mezzi di comunicazione di massa – fenomeni come la nuova corsa ai consumi, sotto la spinta di un’invasione di messaggi pubblicitari in parte generata dall’avvento delle televisioni commerciali, o come la dilatazione degli investimenti speculativi, provocata da una sorta di “euforia borsistica di massa”.



1 Acronimo di Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, è un centro internazionale di studi economici creato nel 1960. L’Ocse ha sede a Parigi e vi fanno parte i paesi economicamente più sviluppati. Attualmente conta trentaquattro stati membri.

2 Crisi economica scoppiata nel 1973 in tutti i paesi del mondo capitalistico. Generata dall’improvviso innalzamento del prezzo del petrolio, fu caratterizzata dal fenomeno della “stagflazione” (vedi il glossario a pagina seguente).

3 L’espressione “secondo miracolo economico italiano” era in uso negli anni ottanta del Novecento per enfatizzare il buon andamento del sistema economico, richiamando il precedente boom degli anni cinquanta-sessanta.

Gli elementi critici dello sviluppo italiano

A sguardi più critici, certo non mancavano elementi per valutazioni meno ottimistiche. La disoccupazione, il cui tasso varcò la soglia del 10% della popolazione attiva a metà degli anni ottanta, stava diventando un problema cronico, che penalizzava soprattutto i giovani e le donne delle regioni meridionali. Il debito pubblico, in continua ascesa fin dal decennio precedente, aumentava ormai a ritmo vertiginoso e sembrava inesorabilmente lanciato a sfondare la barriera del 100% del Pil (che infatti sarebbe stata superata nel 1992).

Il saldo commerciale con l’estero, nonostante il buon andamento delle esportazioni, rimaneva sempre negativo, scontando soprattutto l’endemica penuria di materie prime e fonti energetiche. Il dualismo tra regioni centro-settentrionali e regioni meridionali, dove la criminalità organizzata controllava una parte consistente delle attività economiche, continuava a rappresentare una questione irrisolta, che condannava il Mezzogiorno a peggiori condizioni sociali.

Una peculiarità: la piccola e media imprenditoria

Ma gli osservatori delle vicende italiane erano intenti piuttosto ad analizzare, e spesso a elogiare, il vero segreto del “secondo miracolo economico”: l’ascesa della piccola e media imprenditoria. Da sempre radicate nel tessuto industriale italiano, negli anni ottanta le piccole e medie imprese assunsero in effetti il ruolo di protagoniste della ripresa economica. Diversi distretti manifatturieri, composti appunto da fabbriche di ridotte dimensioni e concentrati in particolare nella “terza Italia” (il Nord-est e le regioni centro-settentrionali), dimostrarono una sorprendente capacità di reggere la concorrenza internazionale nei rispettivi settori di mercato, tanto che in certa letteratura di stampo economico o sociologico divennero il prototipo di un modello alternativo di sviluppo industriale, apparentemente più consono ai mutamenti introdotti nel sistema produttivo dopo la crisi del fordismo 4. Una peculiare esperienza dell’industrializzazione italiana assurgeva così al rango di caso esemplare, al centro dell’attenzione del mondo capitalistico.



Sistema di produzione industriale molto diffuso nei decenni centrali del XX secolo, imperniato sull’utilizzo della catena di montaggio, su una rigida divisione gerarchica delle mansioni, sulla standardizzazione dei prodotti e sulla concentrazione dei lavoratori in grandi fabbriche.

Dalla periferia al centro

Proprio alla fine del decennio, una storica dell’economia, Vera Zamagni, pubblicò un libro il cui titolo, Dalla periferia al centro (Il Mulino, 1990), divenne la formula più efficace per riassumere la lunga evoluzione dell’Italia unita da società rurale a potenza industriale. Anche se all’autrice non sfuggivano alcune gravi aporie del processo di modernizzazione italiano (nel capitolo conclusivo lo stesso titolo era posto in forma interrogativa), secondo la sua tesi l’Italia aveva acquisito nel tempo, soprattutto grazie alla duttilità del proprio apparato produttivo, la forza di competere con le principali economie di mercato, recuperando lo svantaggio iniziale e assicurandosi l’ingresso nel ristretto novero di paesi al centro del sistema capitalistico mondiale. Tuttavia, soltanto pochi anni dopo il titolo del libro sarebbe apparso meno convincente, e il presunto “secondo miracolo italiano” si sarebbe rivelato fenomeno effimero, se non del tutto illusorio.

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La necessità delle riforme

1992: il Trattato sull’Unione europea

Nel febbraio 1992, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti sottoscrisse a Maastricht il Trattato sull’Unione europea 5 che fra le varie decisioni prevedeva l’adozione di una moneta unica entro il 1999 e vincolava i paesi firmatari a rispettare determinati parametri per essere ammessi nella futura Eurozona. I cinque requisiti richiesti ai singoli stati imponevano il contenimento del deficit pubblico, il controllo dell’inflazione, la stabilità della moneta nazionale, un adeguamento dei tassi di interesse sui prestiti bancari, una limitazione al rapporto debito pubblico/Pil. Siccome quest’ultimo limite venne fissato al 60%, l’Italia (insieme al Belgio) fu esentata dal rispettarlo, poiché sarebbe stato inverosimile pretendere un drastico riallineamento del suo enorme debito pubblico (letteralmente raddoppiato nell’arco di un decennio, dopo aver varcato la soglia del 100% del Pil nel 1992 avrebbe superato nel 1994 anche quella del 120%). Le si chiedeva comunque una dimostrazione di “buona volontà”, cioè un costante impegno a invertire la tendenza.



5 Noto anche come Trattato di Maastricht, dal nome della città olandese dove venne firmato il 7 febbraio 1992 dai 12 stati membri dell’allora Comunità economia europea, sancì la nascita dell’Unione europea fissando le regole politiche e i parametri economici necessari per farvi parte.

La crisi monetaria del 1992

Per l’Italia, però, il cammino verso l’unione monetaria iniziò male. Sottoposta a ripetuti attacchi speculativi, nel settembre 1992 la lira conobbe una forte svalutazione. La perdita di valore fu tale da costringere il governo italiano guidato da Giuliano Amato a prendere la decisione di far uscire l’Italia dal Sistema monetario europeo 6, perché risultava difficile riportare sotto controllo il cambio della moneta nazionale e ripristinare quelle condizioni di stabilità richieste agli stati membri. Si trattò di una scelta disperata, presa fra l’altro in una fase storica particolarmente delicata per il paese anche sul piano politico e civile (risalivano a pochi mesi prima l’esplosione dello scandalo di Tangentopoli e l’attacco stragista sferrato dalla mafia con gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino).

La crisi della lira, che nei tre anni successivi continuò a svalutarsi perdendo circa il 40% del suo valore sul dollaro statunitense e sul marco tedesco, provocò una grave recessione: nel 1993, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, il Pil italiano registrò un tasso annuale negativo, calando quasi dell’1%, mentre la disoccupazione riprese a salire. Sullo scenario internazionale, l’immagine dell’economia italiana ne uscì fortemente ridimensionata rispetto a cinque anni prima, quando era stato celebrato il “sorpasso”. La decisione di uscire dallo Sme (guarda caso presa negli stessi giorni anche dal governo britannico di fronte a un analogo problema di svalutazione della sterlina) corrispondeva infatti a una dichiarazione di debolezza da parte dell’Italia, che in pratica ammetteva di non essere in grado di garantire la stabilità della propria moneta. A questo punto il rispetto degli impegni presi a Maastricht divenne ancor più imprescindibile al fine di recuperare credibilità.



6 Inaugurato nel 1979, il Sistema monetario europeo consisteva in un accordo tra gli stati membri della Comunità economica europea per vincolare le monete nazionali a rapporti di cambio quasi fissi, al fine di prevenire fluttuazioni troppo ampie.

Il risanamento dei conti pubblici

Così, nel corso degli anni novanta il compito principale della politica economica italiana mutò di segno: se in un passato ormai remoto consisteva nella lotta all’arretratezza e alla disoccupazione, e se negli anni settanta era diventato lo scioglimento del nodo stagnazione-inflazione, ora l’obiettivo prioritario riguardava il risanamento dei conti pubblici. Lo sviluppo, l’occupazione, la crescita e la disinflazione restavano temi all’ordine del giorno, ma erano subordinati all’imperativo di contenere il deficit di bilancio e abbattere il debito pubblico. La strategia adottata da diversi governi (guidati nell’ordine da Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini e Romano Prodi) mirava a ridurre le uscite e aumentare le entrate attraverso un composito insieme di riforme che si muovevano in una triplice direzione: taglio delle spese statali, incremento del prelievo fiscale, privatizzazione delle imprese pubbliche.


Il taglio delle spese fu attuato diminuendo gli investimenti pubblici e cercando di riorganizzare alcuni apparati burocratici divenuti estremamente costosi, oltre che spesso inefficienti. Per esempio, nel 1993 una riforma della pubblica amministrazione affidata al ministro Sabino Cassese portò in quell’anno a un risparmio per le casse dello stato di circa 2600 miliardi di lire. Al contempo, un referendum abrogativo decretò la soppressione del Ministero delle Partecipazioni statali, che dal 1956 svolgeva una funzione di controllo degli enti pubblici e di gestione dei finanziamenti.

L’aumento della pressione fiscale

Rispetto a Francia, Germania e altri paesi europei, in Italia la pressione fiscale era minore. Negli anni settanta era rimasta stabile, a un livello di circa il 25% del Pil. Negli anni ottanta era gradualmente aumentata, arrivando nel 1986 al 35% del Pil, ma toccando soprattutto i redditi da salario e non i redditi da capitale o da lavoro autonomo. Anzi, uno dei fattori che in quei decenni aveva favorito lo sviluppo della “terza Italia” era stata proprio la bassa imposizione fiscale sulle aziende (nonché una certa indulgenza per il fenomeno dell’evasione).
Negli anni novanta la necessità di incrementare le entrate per risanare i conti pubblici portò i governi a un ulteriore inasprimento della pressione fiscale, che nel 1995 superò il 40% del Pil e nel 1997 il 43%. Il grosso dell’onere gravava ancora sui salari (nel 1997 le imposte sul lavoro dipendente assorbirono il 50% del monte salari lordo, ben cinque punti percentuali in più di Francia e Germania). Ma inevitabilmente furono tassati con maggior peso anche gli altri redditi, che da un lato, almeno in parte, continuarono a praticare forme di evasione deleterie per le finanze pubbliche e la redistribuzione collettiva, e dall’altro non tardarono a trovare rappresentanza politica in partiti (Forza Italia e Lega Nord) impegnati a condurre una vigorosa “protesta fiscale”.

Le privatizzazioni

L’intervento più carico di conseguenze sul sistema economico italiano venne però dalle privatizzazioni. Fin dal 1992 lo stato avviò un vasto programma di vendita ai privati di imprese ed enti pubblici, che in molti casi risultavano ormai da tempo in perdita. Nell’arco di pochi anni fu privatizzato gran parte del patrimonio pubblico in vari settori: bancario (Banca commerciale, Banco di Roma, Credito italiano, Bnl, Imi, Istituto San Paolo), siderurgico (Ilva, Nuovo Pignone), alimentare (Alemagna, Bertolli, Cirio, De Rica, Motta), assicurativo (Ina), delle telecomunicazioni (Telecom), delle infrastrutture (Autostrade), oltre a quote significative di enti come Enel, Eni, Snam e così via. Nell’insieme si trattò di un programma di privatizzazioni imponente, che riuscì ad assicurare allo stato italiano grandi introiti e permise una riduzione del debito di circa 7-8 punti percentuali di Pil.

Ma le conseguenze furono rilevanti anche da un punto di vista storico, poiché si chiuse così, negli anni novanta, l’esperienza dello “stato banchiere e imprenditore” che aveva connotato il capitalismo italiano a partire dagli anni trenta, quando era stato inaugurato un “sistema a economia mista” nel quale il pubblico e il privato convivevano e interagivano. In parte per la necessità di intervenire sui conti pubblici, in parte come risposta a un crescente dissenso verso questa commistione tra pubblico e privato che a tutti gli effetti non funzionava più, negli anni novanta, con una ventina d’anni di ritardo rispetto ad altri paesi, anche in Italia divenne allora predominante un indirizzo di politica economica imperniato sulla formula neoliberista 7 del “meno Stato, più Mercato”.



7 Il neoliberismo è una dottrina economica che, considerando inviolabile la libertà di mercato, privilegia l’iniziativa privata rispetto all’intervento pubblico e mira a ridurre al minimo il ruolo dello stato. In auge dagli ultimi decenni del XX secolo, si richiama ai precetti del liberismo classico del secolo precedente.

In crisi prima della crisi

L’ingresso nell’Eurozona

Nel maggio 1998, il governo guidato da Romano Prodi riuscì a ottenere l’ammissione dell’Italia nell’Eurozona, superando i dubbi di alcuni partners europei e centrando un obiettivo che in vari frangenti era sembrato irraggiungibile. Grazie alle riforme, e a una politica di rigore che ebbe tra i principali artefici il “superministro” del Tesoro, bilancio e programmazione economica Carlo Azeglio Ciampi, alla fine del 1997 l’inflazione era scesa all’1,9%, il deficit di bilancio al 2,7%, mentre la parabola del debito pubblico aveva decisamente invertito il suo andamento. Tra i benefici dell’ingresso nell’Eurozona va indicato in primo luogo il ritorno alla stabilità monetaria: con l’euro che andava a sostituire la lira (destinata a sparire dalla circolazione a partire dal 1° gennaio 2002), si estirpava il rischio di un’eccessiva svalutazione della moneta nazionale rispetto alle altre valute europee, e soprattutto si evitava lo spettro di crolli monetari come quello sfiorato nel 1992.

Il rallentamento della crescita

Nonostante questo successo, tuttavia, l’economia italiana nel suo complesso mostrava una salute tutt’altro che promettente. Per esempio, l’incremento annuo del Pil pro capite continuava a rallentare (scendendo dal 2,3% del 1983-92 all’1,5% del 1993-2001), mentre il tasso di disoccupazione restava su livelli elevati (a una media dell’11% negli anni novanta). Questo rallentamento della crescita era un fenomeno comune a quasi tutti i paesi più avanzati, in una fase storica in cui iniziavano ad affacciarsi sulla scena mondiale nuove potenze economiche (la Cina e l’India in particolare); ma in ogni caso il trend italiano faceva registrare valori fra i peggiori, che non accennavano a migliorare nemmeno dopo l’ingresso nell’Eurozona.
Forse memori dell’incauto ottimismo generale degli anni ottanta, all’inizio del XXI secolo molti osservatori delle vicende economiche italiane fornivano analisi e valutazioni preoccupanti.

Marcello De Cecco, per esempio, ricorreva a una metafora pregnante intitolando una raccolta di suoi articoli L’economia di Lucignolo (Donzelli, 2000): comportandosi come l’amico di Pinocchio – che nella favola di Collodi dilapida i suoi beni nel paese dei balocchi, viene trasformato in un asino e finisce aggiogato a tirare l’acqua di un pozzo per il padrone – l’Italia si stava privando di tutti i mezzi che le avevano dato la possibilità di avvicinarsi al centro del mondo capitalistico, e rischiava perciò la retrocessione a un ruolo marginale, subordinato alle fortune altrui. Dopo essere passata “dalla periferia al centro” del sistema capitalistico, insomma, secondo De Cecco l’Italia aveva intrapreso il percorso inverso.
 Come ribadiva anche Luciano Gallino (La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, 2003), la perdita più rilevante consisteva nel drastico smantellamento delle grandi imprese italiane, sia private sia pubbliche, che avevano trainato il processo di industrializzazione del paese fino agli anni settanta. È sufficiente riportare un paio di dati inequivocabili: nel 1971 gli occupati nelle fabbriche con più di 1000 addetti erano circa 1 306 000 (pari al 24,3% del totale degli occupati nel settore manifatturiero), mentre nel 2001 erano circa 558 000 (pari all’11,4%). Ma quel che è peggio – sottolineava Gallino – è che la scomparsa della grande industria riguardava soprattutto settori nei quali l’Italia aveva raggiunto posizioni d’avanguardia, anche grazie alla simbiosi tra privato e pubblico, e che rappresentavano i rami più innovativi dello sviluppo economico: è il caso dell’informatica, della chimica, dell’aeronautica civile, dell’elettronica di consumo, dell’alta tecnologia. Nel sistema produttivo italiano, rimaneva di fatto un unico settore della grande industria, cioè quello dell’automobile, che tuttavia a cavallo dei due secoli incontrava difficoltà sempre maggiori, dovendo operare in un mercato estremamente complicato, saturo in Europa e molto concorrenziale nel resto del mondo.

I limiti del modello delle piccole e medie imprese

Da un’altra prospettiva, altrettanto problematica iniziò ad apparire anche la situazione della piccola e media imprenditoria, dopo le illusioni degli anni ottanta. Certo, in un insieme molto eterogeneo per tipologia, organizzazione, dimensione, alcune aziende conservavano una grande capacità di muoversi nel mercato globale, continuando a rappresentare il fiore all’occhiello del “made in Italy”. In particolare nei settori dell’abbigliamento, degli alimentari, dell’arredamento, si distinguevano produzioni di nicchia note in tutto il mondo. Ma in generale, anche il modello delle piccole e medie imprese stava manifestando evidenti limiti: come riconosceva per esempio Fabrizio Onida (Se il piccolo non cresce, Il Mulino, 2004), senza l’interazione con le grandi industrie esso sembrava decisamente in affanno e incapace di stimolare la crescita del sistema produttivo italiano.

Verso il declino?

Dai primi anni del nuovo secolo iniziò dunque a serpeggiare un dubbio: l’Italia era sulla strada del declino? Se lo chiedevano fra gli altri un gruppo di economisti e storici in un libro intitolato appunto Il declino economico dell’Italia (Bruno Mondadori, 2004). Uno degli autori, Gianni Toniolo, proponeva una definizione del concetto stesso di declino che sembrava trovare riscontro nella realtà italiana: il declino economico va inteso non come regressione ma come progressiva “divergenza” dagli standard di crescita dei paesi al centro del sistema capitalistico; deriva dall’incapacità di adattare un vecchio modello produttivo a circostanze nuove; diventa percepibile solo quando i suoi effetti sono molto diffusi; ha cause ultime di natura non solo economica, ma anche istituzionale, politica, sociale, culturale. In effetti, confrontando l’andamento del Pil pro capite nel periodo 2001-05, l’Italia registrava una variazione percentuale media annua dello 0,1%, nettamente inferiore sia alla media dell’Unione europea (1,2%), sia a quella dei paesi dell’Ocse (1,4%), per non parlare di quella del mondo (3,1%).

Ed erano altrettanto allarmanti altri indicatori, come quelli relativi alla produttività del lavoro, all’innovazione tecnologica, al volume delle esportazioni nel mercato mondiale: in tutti i casi, i risultati italiani erano tra i peggiori dell’Eurozona. In una ricostruzione storica di ampio respiro, Pierluigi Ciocca (Ricchi per sempre?, Bollati Boringhieri, 2007) definiva perciò il quinquennio 2001-05 come «la più lunga fase di ristagno» attraversata dall’economia italiana dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Non poteva ancora sapere che il quinquennio seguente si sarebbe rivelato di gran lunga peggiore. Per effetto, naturalmente, anche della crisi mondiale scoppiata nel 2007.
 Nel periodo 2005-10, infatti, la variazione percentuale media annua del Pil pro capite ha registrato in Italia un tasso negativo (-1%), come è avvenuto in altri paesi europei (per esempio, -0,3% in Spagna e Regno Unito), ma a differenza delle economie più solide ( 0,1% in Francia, 1,4% in Germania). Nel frattempo, è riesploso il problema del debito pubblico, tornato a crescere dal 2005 in poi, fino a superare di nuovo quota 120% del Pil nel 2011. La Crisi, quella con la “C” maiuscola, che dal 2007 ha travolto il sistema capitalistico mondiale e appare tuttora in piena evoluzione, ha quindi ulteriormente peggiorato le condizioni già critiche dell’economia italiana.

La mancanza di un modello di sviluppo

Il punto è questo: in Italia l’attuale crisi di dimensione mondiale si è sovrapposta a una “lunga crisi” endogena, che risale almeno ai primi anni novanta ma ha le sue premesse nelle illusioni e nelle contraddizioni irrisolte del decennio precedente. Una “lunga crisi” innescata da un circolo vizioso: in una congiuntura storica globale penalizzante per tutte le “vecchie” economie industriali, l’Italia è stata costretta a modificare la propria struttura capitalistica, perché da tempo il suo sistema a “economia mista” produceva deficit ed era diventato necessario smantellare il settore pubblico per sopravvivere.

Ma così facendo si è spezzato un modello di sviluppo senza che ve ne fosse un altro più efficiente in grado di sostituirlo, poiché da un lato le inevitabili privatizzazioni non hanno generato un aumento di competitività del sistema produttivo, e dall’altro il “capitalismo molecolare” della piccola e media imprenditoria non si è dimostrato autosufficiente nel promuovere la crescita economica del paese.

Glossario

  • Pil
    Acronimo di Prodotto Interno Lordo, è un indice che misura la ricchezza di un sistema economico calcolando il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti in un determinato lasso di tempo.

  • Stagflazione
    Neologismo coniato negli anni settanta per definire un fenomeno economico senza precedenti, determinato dalla contemporanea presenza di stagnazione (diminuzione della domanda di beni e della produzione) e inflazione (crescita dei prezzi).
  • Popolazione attiva
    Parte della popolazione di un paese che per età è in grado di svolgere legalmente attività lavorativa.
  • Saldo commerciale con l’estero
    Differenza tra il valore totale delle merci esportate e quello delle merci importate.
  • Debito pubblico
    Debito accumulato da uno stato nei confronti di altri soggetti (individui, imprese, banche, stati esteri) che hanno concesso soldi “in prestito” tramite la sottoscrizione di obbligazioni o titoli di stato (cioè di contratti che a una determinata scadenza garantiscono un rimborso del capitale prestato più un interesse).

  • Piccola e media imprenditoria
    Insieme delle aziende di dimensioni ridotte, che si differenziano dalle grandi industrie. Sebbene non esista una definizione univoca, dal 2003 l’Unione europea ha uniformato i parametri, considerando piccole e medie imprese quelle con meno di 250 addetti e un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro.
  • Eurozona
    Termine con il quale viene indicato in modo informale l’insieme degli stati che adottano l’Euro come moneta ufficiale.
  • Deficit pubblico
    Ammontare del disavanzo finanziario di uno stato, cioè della quota di spesa pubblica che non è coperta dalle entrate.
  • Disinflazione
    Riduzione dell’inflazione (da non confondersi con la deflazione, che significa diminuzione dei prezzi).
  • Variazione percentuale media annua del Pil
    Valore in percentuale che indica l’andamento del Pil in un periodo pluriennale, ottenuto calcolando la media dei dati annuali.
  • Rapporto debito pubblico/Pil
    Indice, solitamente espresso in percentuale, che misura la solidità economica e finanziaria di uno stato mettendo in rapporto il debito pubblico con il prodotto interno lordo. Quando il valore espresso è superiore al 100% significa che il debito è maggiore del Pil.
  • Evasione
    Comportamento illegale che consiste nella violazione di norme fiscali al fine di non pagare i tributi o di versarne una somma inferiore a quella dovuta. Pil pro capite Prodotto interno lordo “per persona”, calcolato dividendo il Pil totale di uno stato per il numero dei propri abitanti.
  • Tasso di interesse sul prestito bancario
    Percentuale sul prestito che il debitore si impegna a versare alla banca in aggiunta alla somma ricevuta nel momento della sua restituzione.

 

Matteo Pasetti è docente a contratto di Storia del tempo presente presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e svolge attività di ricerca presso l’Università di Bologna. Nei suoi studi si è occupato principalmente del fascismo italiano, con particolare attenzione per i temi della politica sindacale del regime e della circolazione transnazionale di progetti corporativi. È autore di numerosi saggi, fra i quali la monografia Tra classe e nazione (Carocci, 2008) e la sintesi Storia dei fascismi in Europa (Archetipo, 2009). In ambito didattico, fin dal 1998 ha collaborato alla realizzazione di vari manuali delle Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, scritti da Alberto De Bernardi e Scipione Guarracino.