Lavoro oggi. La precarietà come condizione strutturale

Ragazzo al lavoro

TEMI DI ATTUALITÀ

Che il mondo del lavoro oggi sia cambiato non lo nega nessuno. Ciò che viene spesso rimosso è la natura qualitativa, e non solo giuridico-economica, del cambiamento. Ci sono state, infatti, trasformazioni strutturali, che hanno rivoluzionato la produzione, l’organizzazione e la distribuzione del reddito sino a modificare l’essenza stessa del lavoro e a stravolgere la vita delle persone. Il ruolo dei saperi (la conoscenza) diventa fondamentale. 

Andrea Fumagalli

 

Le trasformazioni che abbiamo descritto in breve hanno preparato il terreno per una grande rivoluzione: oggi il lavoro è sinonimo di condizione precaria.
Il tema della precarietà non è recente, emerge già a metà degli anni settanta in concomitanza – non casuale – con la crisi del paradigma fordista-taylorista.
In primo luogo si manifesta come embrionale espressione della nuova composizione del lavoro vivo, che con l’implosione della grande fabbrica inizia a diffondersi nella produzione allargata al territorio. In secondo luogo, la precarietà, in termini assai diversi da quelli odierni, è “scelta esistenziale”, “rottura delle certezze”, “destabilizzazione personale”, che comunque garantisce una qualche forma di sussistenza. In questo contesto la precarietà è vista ancora come opportunità di liberazione dalla gabbia del lavoro salariato, stabile e sicuro. Più che di precarietà si parla dunque di flessibilità. L’anelito, insito nei movimenti dell’autonomia sociale di quegli anni, ad affrancarsi dalla macchina e dai ritmi da essa imposti a favore di un’espressione delle potenzialità del desiderio come scelta di autorealizzazione, tuttavia, non ha condotto a nessuna terra promessa. Sappiamo che tali prospettive sono rimaste sulla carta. Come crudamente scrive Franco Berardi:

Quali furono gli esiti di medio periodo dell’ondata libertaria e antiautoritaria [del movimento del ‘77]? Anzitutto la creazione delle premesse per la svolta neoliberista: l’autonomia sociale si determina in neo-imprenditorialità, la comunicazione diffusa delle radio libere apre la strada all’oligopolio delle televisioni commerciali, la rottura del compromesso storico apre la strada alla modernizzazione craxiana, la critica radicale del lavoro salariato sfocia nell’offensiva padronale contro l’occupazione e nella ristrutturazione che riduce drasticamente il tempo di vita prestato alla condizione operaia. […] E, per finire, la critica del dogmatismo ideologico e storicista apre la strada allo scintillante culto delle superfici, al bla bla dell’effimero e infine al predominio del mercato della cultura.».che nell’antichità si era arricchita grazie al controllo del commercio e della navigazione che passavano attraverso gli stretti, una realtà analoga spostata nel tempo e nello spazio».1

Sta in questa ambiguità che accompagna le trasformazioni del mercato del lavoro dalla fine degli anni Settanta a oggi l’inganno semantico del termine “flessibilità”, che cela una precarietà sempre più generalizzata e capillare in tutta Europa. Tale ambiguità è oggi il tema centrale per un’analisi del mercato del lavoro in un contesto biopolitico. Si tratta cioè di indagare il rapporto tra la condizione lavorativa e la sua percezione soggettiva.
A differenza del capitalismo fordista, nel biocapitalismo cognitivo2 il rapporto capitale-lavoro può essere definito mobile, in senso sia soggettivo sia oggettivo. Per mobilità soggettiva si intende il modificarsi del lavoro, il suo cambiar pelle e modelli di coinvolgimento della persona, a seconda che la prestazione lavorativa sia direttamente inserita in un’attività di produzione oppure di riproduzione (lavora di cura) o di consumo (produzione di immaginari); a seconda che sia prevalente l’utilizzo del corpo, degli affetti o della mente. Ciò si traduce in una mobilità oggettiva definita dalle merci e dalle persone che costituiscono il luogo e il tempo della produzione.
Tempo e spazio definiscono in tal senso un insieme vettoriale di flussi che vede di volta in volta, dipendendo dal modello organizzativo dominante, il passaggio e la ricombinazione perenne delle soggettività lavorative.

Il lavoro nel biocapitalismo cognitivo è mobile in quanto disperso in un ambito produttivo che non presenta confini immediati: non è cioè circoscrivibile né in un unico spazio (come poteva essere la fabbrica) né in un unico modello organizzativo (come lo era l’organizzazione tayloristica). È da questa mobilità del lavoro che trae linfa il general intellect, esito della co-operazione sociale che ricompone, di volta in volta, i diversi flussi da cui è originato. Da qui deriva il concetto di moltitudine,3 artificio terminologico per rendere conto di una complessità delle forze di lavoro non riducibile a un’unicità, a uno stock omogeneo.
Nel biocapitalismo cognitivo la condizione di mobilità della forza lavoro è accompagnata dalla predominanza della contrattazione individuale, proprio perché sono le individualità nomadi a essere messe al lavoro e il diritto privato prevale su un diritto comune ancora tutto da costruire.4

Ecco che l’intrinseca mobilità del lavoro si trasforma in precarietà soggettiva. In questo contesto, la condizione di precarietà assume forme nuove. Il lavoro umano nel corso del capitalismo è sempre stato caratterizzato da precarietà più o meno diffusa a seconda dei rapporti di forza di volta in volta dominanti. Così è successo in forma massiccia nel capitalismo pretaylorista e così è stato, seppur in forma minore, nel capitalismo fordista. Ma, in tali casi, la precarietà era circoscritta all’ambito del lavoro: il fatto che questo fosse in prevalenza manuale implicava in ogni caso una distinzione tra il tempo della fatica e il tempo del riposo, cioè tra tempo di lavoro e tempo di vita. La lotta sindacale del XIX e del XX secolo è sempre stata tesa a ridurre il tempo di lavoro a favore del tempo di non lavoro. Ma nella transizione dal capitalismo industriale-fordista a quello biocognitivo, il lavoro che necessita di un mezzo informatico e relazionale si è diffuso sempre più. Ciò comporta il venir meno della separazione tra uomo e macchina che regola, organizza e disciplina l’attività manuale. Nel momento stesso in cui la mente e la vita relazionale e affettiva diventano parte integrante del lavoro, anche la distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro perde senso. Ecco allora che l’individualismo contrattuale, alla base della precarietà giuridica del lavoro, tracima nella soggettività degli stessi individui, condiziona i loro comportamenti e si trasforma in precarietà esistenziale.

Nel biocapitalismo cognitivo, la precarietà è condizione strutturale interna al nuovo rapporto tra capitale e lavoro cognitivo-relazionale, esito della contraddizione tra produzione sociale e individualizzazione dei contratti, tra cooperazione sociale e gerarchia.

La precarietà è condizione soggettiva in quanto entra direttamente nella percezione dei singoli in modo differenziato a seconda delle aspettative, degli immaginari e del grado di cultura posseduti.

La precarietà è condizione esistenziale perché pervade tutte le attività degli individui, non rimanendo confinata nell’ambito strettamente lavorativo. Inoltre, perché l’incertezza indotta dalla precarietà non trova alcuna forma di assicurazione che prescinda dal comportamento degli stessi individui, a seguito del progressivo smantellamento del welfare state.
La precarietà è condizione generalizzata perché anche chi si trova in una situazione lavorativa stabile e garantita è perfettamente cosciente che tale situazione potrebbe terminare da un momento all’altro in seguito a un processo di ristrutturazione o delocalizzazione, alla crisi congiunturale, allo scoppio di una bolla speculativa ecc. Tale consapevolezza fa sì che il vissuto dei lavoratori più garantiti sia di fatto molto simile a quello dei lavoratori che vivono oggettivamente e in modo diretto una situazione effettivamente precaria. La moltitudine del lavoro è così sempre precaria, vuoi direttamente, vuoi psicologicamente.

1.F. Berardi, Dell’innocenza. Interpretazione del ‘77, Agalev Edizioni, Bologna 1989.
2.L’autore analizza il concetto di biocapitalismo cognitivo nel paragrafo precedente.
3.Cfr. M. Hardt, A. Negri, Moltitudine, Rizzoli, Milano 2004.
4.Cfr. S. Chignola (a c. di), Il diritto del comune, Ombre Corte, Verona 2012.

Il testo qui pubblicato è tratto dal capitolo 2 del libro Lavoro male comune.

 

Bibliografia

Andrea Fumagalli, Lavoro male comune, Bruno Mondadori, 2013, pp. 136 – Euro 15,00, ISBN 978-88-6159-839-3

Spazio di contraddizioni, di dibattito, di ansie private e collettive, il lavoro è, oggi più che mai, un tema che è importante analizzare.
Il lavoro è un bene? Cosa significa che non il lavoro, ma la vita stessa produce valore?
Che peso avranno, nel futuro anche vicino, figure mai contemplate negli indicatori tradizionali come i precari, gli scoraggiati, i giovani che non studiano e non lavorano, i lavoratori irregolari?

Descrivere correttamente la situazione è solo il primo passo per intervenire. Perché è arrivato il momento di pensare a nuovi modelli. E questo libro sostiene senza timidezza una proposta forte, discutendone presupposti, possibili esiti e concrete vie di attuazione: il reddito di base garantito.

 

Andrea Fumagalli insegna Storia dell’economia politica all’Università di Pavia. Per Bruno Mondadori ha pubblicato Sai cos’è lo spread? Lessico economico non convenzionale (2012). È socio fondatore dell’associazione BinItalia (Basic Income Network) e collabora con le reti UniNomade e San Precario.