Garibaldi. Un percorso storico-letterario

La santificazione di Garibaldi

CULTURA STORICA

La fama e il mito di Garibaldi non furono lasciati al caso, ma anzi furono la conseguenza di un’oculata strategia politica e retorica alla quale concorsero politici e letterati, tanto italiani quanto stranieri.

Paolo Senna

La nascita del mito

Nell’immaginario comune degli italiani la figura di Garibaldi corrisponde a quella di un uomo impavido e onesto, forte e coraggioso, addirittura un eroe, tuttavia ritenuto poco abile a livello politico. Su questa rappresentazione ha pesato senza dubbio la tradizionale immagine dell’incontro di Teano che, al termine di una spedizione per molti aspetti gloriosa, vide Garibaldi confinato a un ruolo di comprimario e sancì la vittoria della Realpolitik sabauda sulla spinta volontaristica e romantica e sulla fede democratica dei garibaldini, suggellata poi dal volontario ritiro del generale a Caprera. In realtà, come dimostrato anche da recenti studi, si tratta di un’immagine distorta di ciò che storicamente fu e rappresentò la figura di Garibaldi nel periodo storico a cavallo dell’Unità d’Italia, e che costituì per diverse generazioni un vero e proprio mito. La fama di Garibaldi non fu lasciata al caso, ma anzi fu la conseguenza di un’oculata strategia politica e retorica alla quale concorsero politici e letterati, tanto italiani quanto stranieri.
Alla costituzione del mito di Garibaldi contribuirono inizialmente due personaggi importanti. Il primo fu Mazzini che, a partire dalla fine degli anni quaranta dell’Ottocento, in modo deliberato e costante si preoccupò di sostenere la buona reputazione di Garibaldi sia in Italia che all’estero, grazie a lettere e scritti apparsi su importanti giornali dell’epoca. Mazzini fu il primo a comprendere che la figura del condottiero poteva essere funzionale a esercitare sugli italiani una notevole «influenza morale» (di cruciale importanza per la realizzazione degli obiettivi risorgimentali): Garibaldi rappresentava infatti il modello italiano di eroismo, in grado di fondere insieme elevate doti di comando e la capacità di realizzare grandi azioni.
Il secondo fu lo stesso Garibaldi, che seppe sfruttare al meglio una delle grandi novità del suo tempo, ossia la diffusione del giornalismo, resa possibile dall’abolizione della censura in molti stati europei. Questo fatto permise una più estesa diffusione delle idee democratiche e risorgimentali e consentì di ottenere un’ampia partecipazione popolare. Garibaldi, come altri mazziniani, strinse feconde amicizie con giornalisti e scrittori e fu autore in prima persona delle proprie Memorie,1 che, ancora manoscritte, fece circolare tra il 1850 e il 1860 fra amici (e amiche), letterati di diversa nazionalità, i quali le tradussero e le pubblicarono in varie lingue. Del resto, la sua vicenda personale, ancor prima della spedizione dei Mille, ben si prestava al romanzo. In essa vi si potevano infatti trovare molti ingredienti tipici della narrazione popolare d’avventura: l’eroe guerriero, il sodalizio con un gruppo di fidi amici, la difesa di grandi ideali, addirittura la morte della compagna-eroina Anita, scomparsa nel 1849 nei pressi di Ravenna nel periodo che seguì la caduta della Repubblica romana.
La stampa e l’editoria – soprattutto quelle internazionali – avevano dato ampio risalto alla ritirata di Garibaldi dopo la parentesi della Repubblica romana. Nei primi anni cinquanta alcuni fra i protagonisti di quel capitolo di storia patria iniziarono a dare alle stampe le loro memorie. Giovanni Battista Cuneo (1809-75), mazziniano e amico di Garibaldi, scrisse nel 1850 una Biografia di Giuseppe Garibaldi,2 traendo spunti dalla letteratura di genere e dipingendo la vita del generale come una successione di episodi eroici. Svariati articoli vennero inoltre pubblicati sulla stampa internazionale («The Northern Tribune», «Evening Post», «New York Daily Tribune», «New York Herald»), e Garibaldi comparve addirittura come personaggio in ben tre romanzi pubblicati in Inghilterra tra il 1854 e il 1857.

La spedizione dei Mille

Fu proprio l’editoria a dare grande risonanza alla fama di Garibaldi, soprattutto in occasione della spedizione dei Mille. Grande popolarità venne dagli scritti di Alexandre Dumas (1802-70), l’autore del Conte di Montecristo e dei Tre moschettieri. Lo scrittore francese, che aveva ricevuto una copia manoscritta delle memorie del generale e le stava arricchendo con aggiunte di propria mano, raggiunse Garibaldi in Sicilia nel giugno del 1860 e si autoinvestì della funzione di “storico” della spedizione. Dumas fu un vero e proprio “corrispondente di guerra” e realizzò una serie di articoli che apparvero su diversi giornali francesi («Le constitutionnel», «La presse», «Le siècle») che diedero grande notorietà all’impresa dei Mille e che successivamente lo scrittore francese raccolse in volume (Les garibaldiens, “I garibaldini”, 1861). Dumas rappresentò Garibaldi come un prode giustiziere, sulla falsa riga dei grandi personaggi dei suoi romanzi, con tutti i tratti dell’eroe tipico del feuilleton. Un esempio del tono epico e romanzesco della prosa di Dumas sta tutto nella descrizione della battaglia di Milazzo, di cui lo scrittore francese fu testimone oculare:

Il generale salta alla briglia del cavallo dell’ufficiale e gl’intima d’arrendersi. L’ufficiale risponde con un fendente; Garibaldi lo para; e con un manrovescio gli apre la guancia; l’ufficiale cade; tre o quattro sciabole minacciano il generale, il quale ferisce uno dei suoi assalitori con una puntata […]. Mentre ferve questa lotta da giganti Garibaldi ha rannodato gli uomini sparpagliati; ora ne fa un nodo, e si scaglia con essi, sul nemico, e mentre i suoi uccidono o fanno prigionieri i cinquanta soldati di cavalleria, dal primo fino all’ultimo, egli raggiunge finalmente, secondato dal rimanente del centro, i Napoletani, i Bavaresi, gli Svizzeri, cui sfonda colla bajonetta. I Napoletani fuggono, gli Svizzeri, e i Bavaresi reggono un momento; ma travolti anch’essi in quello scompiglio, si salvano: la giornata è decisa; la vittoria non spetta ancora agli eroi italiani; ma già loro sorride.
Alexandre Dumas, I Garibaldini, in La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, a cura di Mario Menghini, Torino, Società tipografico-editrice nazionale, 1907 (cit. dalle pp. 185-186; ed. recente: Alexandre Dumas, I Garibaldini, Editori riuniti, Roma 2011).

La spedizione dei Mille è al centro anche di altri preziosi testi di memorialistica garibaldina, il più importante dei quali a livello letterario è Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba (1838-1910), le cui memorie s’inseriscono perfettamente in quella dicotomia risorgimentale e patriottica tra i grandi ideali che hanno mosso Garibaldi e i suoi e la crudeltà della guerra, la realtà della politica alla quale i sogni di gloria di un Paese libero e unito hanno dovuto cedere. Il passo che citiamo si colloca nei giorni immediatamente successivi allo sbarco a Marsala dell’11 maggio 1860. Garibaldi, occupata Salemi, viene accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Il 15 maggio è il giorno della battaglia vittoriosa a Calatafimi, a seguito della quale la marcia di Garibaldi – qui rappresentato con i tratti tipici dell’eroe epico – potrà continuare con la conquista di Palermo (27 maggio), e poi la decisiva battaglia di Milazzo (20 luglio).

16 maggio. Dal convento di San Vito sopra Calatafimi
[…] Tutta Salemi era fuori a salutarci. «Benedetti! Benedetti!». E quando da piè della discesa mi volsi a guardare in su, tesi le braccia alla città e a quella gente, che avrei voluto stringere al petto tutta. Venivano giù le nostre compagnie di passo allegro e cantando. Garibaldi ad una svolta della via, veduto dal basso, grandeggiava sul suo cavallo nel cielo; in un cielo di gloria, da cui pioveva una luce calda, che insieme al profumo della vallata ci inebriava. E con noi, giù dal monte venivano le squadre dei siciliani; una processione che non vidi finire, perché la mia compagnia si inoltrò per la campagna, bella, sempre più bella, sino al villaggio di Vita, dove c’incontrammo colle nostre Guide che venivano indietro di mezzo trotto. Avevano scoperto il nemico. Non v’era che da salire il colle là presso, e l’avremmo avuto in faccia.

Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Zanichelli, Bologna 1925 (cit. da p. 51).

In questo filone si collocano anche gli scritti di Giuseppe Bandi (1834-94) che, imbarcatosi con i Mille a Quarto, fu ufficiale d’ordinanza del Generale. La sua opera I Mille. Da Genova a Capua (pubblicato postumo nel 1902) è un libro di gusto popolaresco, che offre molteplici squarci sulla vita di Garibaldi e dei soldati. Il generale è ritratto anche nei momenti meno gloriosi, come quando dorme o è di malumore, oppure quando consuma i suoi pasti: testimonianza di una familiarità quotidiana con l’eroe dei due mondi, come in queste righe che descrivono la prima cena consumata su suolo siciliano, una volta sbarcati a Marsala:

Tosto si diè mano ad apparecchiare la mensa, sulla quale, per provvidenza di Fruscianti, comparvero un cacio di Sardegna e qualche pane e un canestro di baccelli e due anfore di terra, piene di vino bianco. La cena era magra, e nessuno se ne appagò, tranne il generale che la disse sontuosissima, lodando a cielo i baccelli, che erano la sua passione.
– Che volete di meglio? – diceva. – Per me, camperei a baccelli; e se poi ci fosse chi pigliasse a mantenermi a granturco fresco cotto nel latte, che gli americani del Sud chiamano mazamorra, farei scritta con lui per tutta quanta la vita.
Nessuno di noi lo contradisse, ma tutti in cuor nostro maledivamo la prima cena siciliana, rammaricando che i marsalesi ci avessero accolto, su per giù, come si accolgono i cani in chiesa.

Giuseppe Bandi, I Mille. Da Genova a Capua, Rizzoli, Milano 1960 (cit. da p. 110).

Successivo alla spedizione dei Mille è invece il racconto di Anton Giulio Barrili (1836-1908) che combatté con Garibaldi in Trentino e a Mentana, narrando le sue memorie nel volume Con Garibaldi alle porte di Roma (1895), dove il mito dell’eroe grande e sventurato si consuma nella disperazione di chi vede prima gli stessi soldati italiani sparare su Garibaldi e i suoi (a Mentana) e poi i francesi abbattere centinaia di garibaldini (a Roma). Garibaldi, pronto alla morte, si trova d’innanzi alla propria sconfitta:, non solo come generale, ma anche e soprattutto come simbolo della libertà agognata da tanti patrioti italiani:

Si avanzano con le baionette spianate; un po’ balenanti, mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in quel momento supremo. Lo vedo ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce sanguigna del tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco del suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana; risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva fatto insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata, gridando con voce vibrata: “Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire a morire con me?”
Anton Giulio Barrili, Con Garibaldi alle porte di Roma, in Barrili, a cura di Alessandro Varaldo, Garzanti, Milano 1947, pp. 611-736 (cit. da p. 731).

Le biografie di Garibaldi

Accanto a questa vasta produzione memorialistica tramandataci dai protagonisti stessi delle imprese, si moltiplicarono le analisi storiche dedicate ai Mille e le biografie di Garibaldi, tra le quali ricordiamo la Storia della insurrezione siciliana di Giovanni La Cecilia, la Storia popolare delle rivoluzione di Sicilia e della impresa di Giuseppe Garibaldi di Franco Mistrali, la Vita del prode vincitore di Varese di Francesco Carrano, la Vita di G. Garibaldi di Giuseppe Ricciardi, fino alla Storia illustrata della vita di Garibaldi di Antonio Balbiani. Il mercato delle biografie garibaldine era prolifico anche fuori d’Italia, in particolare negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia, Germania e Belgio.

La poesia

Molto fece anche la lirica con una vasta produzione di inni, marce e canti di grande diffusione popolare, ispirati a Garibaldi e alle sue gesta. La poesia, in particolare, fece largo uso delle armi della retorica e dell’invenzione fino a rappresentare Garibaldi con stilemi iperbolici e di grande presa emotiva sui lettori: il generale venne dipinto come «l’Angiol d’Italia», «il leon di Caprera», un «novello Arcangelo», o addirittura come una sorta di semidio, come nella poesia di Francesco Dall’Ongaro (1798-1873), estremamente esemplificativa della rappresentazione lirica dell’eroe. La poesia che citiamo è del maggio 1860 e si presenta come una sacro inno a più voci. Prima, il coro delle donne di Palermo esalta l’eroe: «Ei non è fatto di tempra mortale, / e non c’è piombo che nel cor lo tocchi […] Quando si muove e ti fiammeggia avanti, / sprona il cavallo e fa marciare i fanti, / quando si ferma in mezzo all’aria aperta, / suona l’attacco e la vittoria è certa». Poi subentra il gruppo dei soldati napoletani che implorano re Franceschiello di essere mandati a combattere contro turchi, zuavi e addirittura demoni («Menaci contro i turchi e gli zuavi, / menaci contro il diavol»), ma non contro Garibaldi, perché «non è fatto della nostra carne: / noi gli tiriamo e il colpo indietro torna; / noi gli tiriamo e lui ci fa le corna […] Sire, gli è santo sotto forme umane: / prima ci vinse e poi ci diè del pane. / Mostrati buono e fagli cortesia, / ch’ei non si vince per diversa via». Chiude il testo il coro dei Garibaldini, che puntualizzano il vero carattere del loro generale:

O buona gente dell’Italia estrema,
lasciate star li santi e li demoni:
che Garibaldi de’ demon non trema
e sa che i santi non son tutti buoni.
La santa da cui nacque è Italia bella:
la libertà d’Italia è la sua stella.
La stella che lo guida è libertade;
chi per lei pugna, vince, anche se cade!
E la sua veste Italia glie la diede
tinta nel sangue de’ martiri suoi:
ma pura come giglio è la sua fede,
e il suo drappello gli è un drappel d’eroi.
E i tre colori della sua bandiera,
non son tre regni, ma l’Italia intera:
il bianco l’alpe, il rosso i due vulcani,
il verde l’erba de’ lombardi piani!

Francesco Dall’Ongaro, Garibaldi in Sicilia, in Poeti minori dell’Ottocento, a cura di Luigi Baldacci e Giuliano Innamorati, Ricciardi, Milano-Napoli 1963, t. II (pp. 1102-1104).

La pervasività del mito e la scuola del nuovo stato unitario

Non mancarono nemmeno volantini e componimenti d’occasione che ebbero al pari dei testi poetici enorme diffusione nelle classi medie e popolari. Uno di essi, di carattere marcatamente patriottico, è la versione garibaldina delle preghiere cristiane: «Padre nostro che sei in Sicilia, glorioso e contento della già compita celebrazione di quella terra italiana, sia santificato il nome tuo [...]. Venghi [sic] presto il Regno di Vittorio, e tu, padre nostro Garibaldi, ci conduci nella gloria [...] come i figli di Giacobbe e di Giuseppe nella terra promessa».
La pervasività del mito di Garibaldi fu dunque immensa e raggiunse anche l’estero. Un esempio basti per tutti: in Gran Bretagna, lo «Illustrated London News» in occasione del Natale del 1860 dedicò due intere pagine all’incontro di Teano, annunciando chi si fosse abbonato per l’anno successivo avrebbe ricevuto in regalo un ritratto a colori di Garibaldi; un vero esempio moderno di merchandising teso a fidelizzare i lettori.
Al consolidamento del mito garibaldino contribuì anche la scuola del nuovo stato italiano. Nelle aule, infatti, “fare gli italiani” dopo l’Unità significò anche stringere le nuove generazioni attorno a concetti e a simboli in grado di veicolare l’amor patrio e l’unità nazionale. In questo contesto s’inserisce la narrativa scolastica dedicata a Garibaldi e ai Mille così come le pubblicazioni di Pinocchio (1881) di Cuore (1886) e di molta altra letteratura risorgimentale per l’infanzia.

La revisione del mito nella letteratura tra Otto e Novecento

Anche la letteratura “alta” si preoccupò di elaborare ed esaltare il mito garibaldino. Tuttavia, al di là delle celebrazioni elegiache e magniloquenti di grandi autori quali Carducci (Sicilia e la rivoluzione, A Giuseppe Garibaldi, Per il quinto anniversario della battaglia di Mentana, e molte altre), Pascoli (Poemi del Risorgimento, Garibaldi vecchio a Caprera, e alcuni discorsi) e D’Annunzio (La notte di Caprera) fu la letteratura in prosa a cogliere per prima le falle della mitologia garibaldina, rielaborandola alla luce di un marcato pessimismo. E furono proprio gli scrittori del Sud a produrre le pagine di maggiore rilievo: segno che la vicenda garibaldina aveva lasciato un solco profondo in quella terra fortemente segnata dalla ventata di libertà prima sperata e poi delusa. Già nel 1882 Giovanni Verga (1840-1922) raccontava nella novella La libertà3 l’episodio della carneficina di Bronte, quando il desiderio di riscatto sociale dei contadini si scontrò amaramente con la dura repressione degli stessi garibaldini di Bixio: episodio simbolo di una rivoluzione tradita, non più sogno di giustizia e di libertà dei più poveri, ma semplice strumento nelle mani di potenti che seppero cambiare colore a seconda delle opportunità. È lo stesso principio sotteso ai Viceré (1894)4 di Federico De Roberto (1861-1927), un romanzo che denuncia il trasformismo della classe dirigente e nobiliare del Sud, ben sintetizzato nella frase «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri!».
Luigi Pirandello (1867-1936) affrontò il tema garibaldino (lui che di un garibaldino era figlio) in più di una novella (Sole e ombra, Notizie del mondo, Lontano e Le medaglie) e nel romanzo I vecchi e i giovani (1910-13),5 in cui dipinge la dissoluzione degli ideali di chi aveva fatto il Risorgimento di fronte alla nuova generazione di affaristi e mafiosi collusi con il giovane stato italiano. È dunque significativo che uno dei personaggi, Mauro Mortara, ex combattente garibaldino incapace di venire a patti con la nuova realtà disincantata dell’Italia unita, riprenda in mano le armi e vada incontro alla morte con le sue quattro medaglie appuntate sul petto. Si assiste così al tramonto del mito garibaldino, sancito anche dal Gattopardo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).6 Siamo negli anni cinquanta del Novecento, anni in cui vengono pubblicati anche La Garibaldina (1950-56) di Elio Vittorini7 e Il Quarantotto di Leonardo Sciascia,8 in cui i grandi eventi del periodo che va dal 1848 al 1860 vengono raccontati attraverso lo sguardo di un contadino siciliano schieratosi a fianco dei Mille che vede tradito il suo desiderio di libertà, a sottolineare ancora una volta come la storia, per «gli uomini che lottano per l’umano avvenire», non sia altro che una serie di amare sconfitte.

L’onda lunga di Garibaldi

L’onda lunga del mito di garibaldi giunge, ormai affievolita, fino ai nostri giorni. Esempio eloquente ne è il racconto Lo stivale di Garibaldi (2010)9 in cui Andrea Camilleri (1925) narra l’avventura disastrosa del prefetto Falconcini, «uomo del Nord» inviato come funzionario ad Agrigento due anni dopo l’impresa dei Mille. Durante i pochi mesi di servizio, al prefetto, simbolo degli ideali patriottici e savoiardi, non resta che constatare che l’Unità non sia mai stata realmente compiuta, che degli ideali del patriottismo risorgimentale non resti altro che la venerazione di uno stivale di Garibaldi, considerato al pari di una reliquia da portare in processione per il paese. Incompreso dai siciliani, che a lui rimangono incomprensibili, Falconcini, costretto infine al trasferimento, è lo specchio ironico ed eloquente dell’Italia post-unitaria; la sua sconfitta è insieme la sconfitta del mito garibaldino e del sogno di un’Italia unita.

Note

1. Giuseppe Garibaldi, Memorie, a cura di Giuseppe Armani, Rizzoli, Milano 1998.
2. Giovanni Battista Cuneo, Biografia di Giuseppe Garibaldi, Mursia, Milano 2008
3. Giovanni Verga, La libertà, in Tutte le novelle, Mondadori, Milano 1968, vol. 1 (pp. 332-338).
4. Federico De Roberto, I Vicerè, in Romanzi, novelle e saggi, a cura di Carlo A. Madrignani, Mondadori, Milano 1998 (cit. da p. 864).
5. Luigi Pirandello, Novelle per un anno, Milano, Mondadori, 1996-1999, vol. I (per le novelle: Sole e ombra, Notizie del mondo, Lontano e Le medaglie); Id., I vecchi e i giovani, Garzanti, Milano 2007.
6. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 2013.
7. Elio Vittorini, La Garibaldina, in Erica e i suoi fratelli – La Garibaldina, Einaudi, Torino 1975.
8. Leonardo Sciascia, Il Quarantotto, in Gli zii di Sicilia, Adelphi, Milano 2013.
9. Andrea Camilleri, Lo stivale di Garibaldi, Stilos, Catania 2010.

Bibliografia e sitografia

Benedetto Croce, Letteratura della nuova Italia, vol. VI, Laterza, Bari 1940 (il cap. “Letteratura garibaldina”).
Scrittori garibaldini, a cura di Giani Stuparich, Garzanti, Milano 1948.
Antologia degli scrittori garibaldini, a cura di Paolo Ruffilli, Mondadori, Milano 1996.
Garibaldi e la spedizione dei Mille, a cura di Paolo Peluffo, Lauro Rossi, Anna Villari, Fondazione Carige-Silvana editoriale, Genova-Milano 2001.
Rossella Certini, Il mito di Garibaldi. La formazione dell’immaginario popolare nell’Italia unita, Unicopli, Milano 2000.
Lucy Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, Laterza, Roma-Bari 2007.
Quinto Marini, Viva Garibaldi! Il mito tra letteratura e realtà, «Rassegna della letteratura italiana», CXII, 2008, 1, pp. 14-33.
Antonio Di Grado, Garibaldi: il mito e l’anti-mito da Nievo a Sciascia, «Italies», 15, 2011.
Enrico Elli, Le Noterelle d’uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba e Il mito di Garibaldi tra Otto e Novecento, in «Italianistica», XL (2011), 2, pp. 77-88.
150° 1861-2011, I protagonisti del Risorgimento sul sito istituzionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

 

Paolo Senna svolge ricerche sulla letteratura italiana dal Rinascimento al Novecento e ha al suo attivo vari saggi e diverse collaborazioni editoriali. Per Pearson è autore di manuali di letteratura per la Scuola secondaria di secondo grado.