Libri in classe – Shoah. Storia e memoria

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LIBRI IN CLASSE

Luci nella Shoah. Le cose che mi hanno tenuto in vita nel buio di Matteo Corradini
Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah (1943-1945) di Liliana Picciotto
Prof, che cos’è la Shoah? di Frediano Sessi
Cattiva memoria. Perché è difficile fare i conti con la storia di Marcello Flores

a cura di Paola Ducato e Lino Valentini

Luci nella Shoah. Le cose che mi hanno tenuto in vita nel buio

Autore: Matteo Corradini
Editore: De Agostini, 2021
Pagine: 240

L’autore, ebraista sensibile e versatile, che si muove tra diversi generi per raccontare la Shoah, sceglie un approccio che scava direttamente nell'interiorità dei suoi protagonisti, spesso bambini o giovanissimi. Come hanno potuto resistere all'orrore quotidiano dei lager? Come hanno potuto superare fatica e denutrizione, violenza e separazione dai propri cari, su che cosa hanno proiettato affetti e speranze? Quali sogni, fantasticherie, oggetti li hanno condotti verso la salvezza?
Le risposte arrivano da tante brevi testimonianze da diversi lager, tra cui Terezín (nell’attuale Repubblica Ceca), “campo-modello”, costruito appositamente per mostrare alla Croce rossa le condizioni “accettabili” dell’internamento.
L’arrivo nel campo rimarrà, per esempio, indelebile nella memoria di Inge Auerbacher. Il soldato all’ingresso strappa la bambola dalle mani della bambina, le stacca la testa e fruga all’interno pensando di trovare dei soldi. Non trovando niente, riattacca i pezzi della bambola e la rende alla piccola Inge, che non se ne separerà mai più. Sarà la bambola a “prendersi cura” di lei fino alla liberazione di Terezín – e per molti anni ancora dopo.
La musica, così importante nella cultura ebraica, si dimostrerà salvifica anche nei lager. Così nel capitolo L’orchestra sotto il camino e in Suonare con una corda in meno. Invece ne I fianchi del violoncello, la protagonista, Amalia Badia, sfugge al rastrellamento per essere rientrata a casa molto più tardi del consueto. Tutta la sua famiglia è stata deportata, ma lei lo scoprirà soltanto alla fine della guerra. Ha intanto trascinato se stessa e il suo amato violoncello in un nascondiglio, una vecchia casa sfitta. Inizia così una sorta di convivenza con lo strumento, sua proiezione anche nelle “forme”.
Alla fine della guerra, insieme a Simon Wiesenthal, Amalia è tra i pochi ebrei sopravvissuti a Leopoli (L’viv, Ucraina). Ci vorranno anni perché trovi la forza di narrare che cosa abbia significato restare nascosta per mesi insieme soltanto a un violoncello.
I testimoni raccontano «le cose che li hanno tenuti in vita nel buio», aggrappandosi all’umanità perfino là dove c’era ben poco di umano.

L'autore e il suo stile narrativo
Matteo Corradini, giornalista, scrittore, regista teatrale, è impegnato da anni nella Didattica della Memoria attraverso forme diverse, in Italia e all’estero. Fa parte del team di lavoro del Museo nazionale dell’ebraismo e della Shoah a Ferrara. Particolarmente attento ai risvolti psicologici delle storie personali nella grande Storia, i suoi racconti sono particolarmente adatti ai ragazzi. Tra questi La repubblica delle farfalle, Rizzoli, 2015; Se la notte ha cuore, Bompiani, 2020.

a cura di Paola Ducato


Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah (1943-1945)

Autrice: Liliana Picciotto
Editore: Einaudi, 2021
Pagine: 570

Una vita errante per necessità, e un lavoro di storica-custode della memoria. Liliana Picciotto incarna in se stessa questa prospettiva e quella del Centro documentazione ebraica contemporanea.
La sua fonte di ricerca parte anzitutto da un dato oggettivo: alla fine di settembre 1943, nell’Italia occupata, gli ebrei erano 38.094. La ricerca di Picciotto ha raccolto i percorsi di salvezza di ben 10.509 di loro, sfuggiti alla deportazione e salvatisi pur restando in territorio italiano. Caso unico rispetto alle altre comunità ebraiche d’Europa.
Quali sono state le ragioni? Quali reti sociali solidali, quali meccanismi hanno reso possibile nascondere e quindi salvare un così ampio numero di persone? Quali soggetti hanno creato quella rete solidale? Quali luoghi erano più o meno pericolosi? Quali città sono riuscite ad accogliere il maggior numero di profughi? Il libro risponde a tutte queste domande.
Interessante esaminare da vicino la “geografia della salvezza”. Ad esempio, Assisi era la città-ospedale dei militari tedeschi, e per questo la polizia di sicurezza non vi mise mai piede. A tale proposito, ampio spazio è dedicato anche al soccorso prestato dal mondo cattolico. Una ricca documentazione riporta luoghi, nomi, salvataggi realizzati con i mezzi più impensati. Clero regolare ma anche alcuni arcivescovi, case religiose e asili, e perfino vari monasteri di clausura accolsero tra le proprie mura ebrei da nascondere, dietro sollecitazione (solo verbale) di Pio XII. Sotto la parola d’ordine ufficiale «il Vaticano deve rimanere neutrale nella guerra in corso», salvare le vittime del nazismo diventava infatti una questione etica.
Le Chiese evangeliche non sono state da meno; si distinsero in particolare le comunità metodiste e valdesi di Roma e della Val Pellice in Piemonte. Da minoranza perseguitata per secoli, la loro vocazione di giustizia diventava solidarietà verso i profughi ebrei.
E poi ancora, nel volume appaiono i volti dei “Giusti tra le nazioni”, le testimonianze e le fughe rocambolesche, il ruolo dei Cln e degli antifascisti, il ruolo attivo degli ebrei nella Resistenza e le storie di auto-soccorso di alcuni protagonisti che raccontano come si sono salvati.
Picciotto ha intrecciato i fili di tutte queste storie, salvando un capitale di immenso valore non solo storico ma umano.

L’autrice
Liliana Picciotto è una saggista e storica italiana specializzata nelle vicende degli ebrei durante il fascismo e la Repubblica di Salò.
La sua stessa storia familiare sintetizza la secolare storia di persecuzione e peregrinazione degli ebrei d’Europa. Nata in Egitto da una famiglia ebrea sefardita, che a suo tempo era stata scacciata dal Portogallo nel 1496 e di lì si era rifugiata a Livorno; agli inizi del Novecento la famiglia si trasferisce a Milano, per poi cercare scampo, appunto in Egitto, dai programmi bellicisti e antisemiti di Mussolini. Liliana sarebbe tornata in Italia nel 1948.
Dal 1989 lavora presso il Centro documentazione ebraica contemporanea di Milano, di cui dirige l’archivio storico. Proprio facendo tesoro delle fonti del Cdec, nel 1991 Picciotto ha scritto la sua opera più importante, Il Libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia, 1943-45. Il Centro di documentazione, settore Memoria della salvezza, è fonte del libro in oggetto, Salvarsi.
Segnaliamo inoltre il suo docufilm Memoria (1997), contenente interviste ai superstiti della Shoah; e l’opera multimediale Auschwitz, la fabbrica dello sterminio (2000) con migliaia di ricostruzioni, foto e video sulla storia del campo di concentramento.

a cura di Paola Ducato

Prof, che cos’è la Shoah?

Autore: Frediano Sessi
Editore: Einaudi Ragazzi, 2020
Pagine: 160

Il libro fa parte della collana “Presenti passati”, e il filo che collega passato e presente ne è il nucleo narrativo, originato dalle domande di un'ex-liceale che prosegue gli studi in Germania.
È ambientato in un anno futuro con due cifre significative: nel 2045, a Berlino, dove l’italiana Jessica studia musica. È una città in cui hanno perso valore «la Memoria e anche le targhe commemorative», e dove un suo amico tedesco le ripete che «la cosiddetta Shoah è un complotto ordito da Israele contro la Germania». Jessica allora riapre un dialogo online con il suo vecchio professore di liceo perché le racconti tutto dall’inizio, «ma sinceramente, eh, prof... Perché i tedeschi se la presero tanto con gli ebrei? Perché li consideravano i nemici assoluti?».
La sfida viene raccolta, e le risposte del “prof” faranno luce, di volta in volta, su diversi aspetti del nazismo, dal termine Shoah ai testi fondamentali e alle fonti, dal progetto eugenetico di una razza “totalmente ariana”, alla selezione di persone deformi o malate di mente. Gli «scarti umani per Hitler», commenta Jessica.
Si tratta di una narrazione dialogica via social, pertanto la narrazione del professore procede per passaggi successivi. Si va dalla fine dell’Ottocento, con l’idea di diseguaglianza delle razze, al Mein Kampf di Hitler e alla sua ascesa al potere, alle leggi di Norimberga e nascita dello Stato razziale, e poi ancora, il progetto del Reich millenario e di un Nuovo ordine europeo, la Soluzione finale, la guerra, nonché le vicende dell’Italia fascista dopo l’8 Settembre.
Alla domanda su come si sia passati dall’idea di “razza inferiore” al progetto sistematico della distruzione nei campi di sterminio per gli ebrei di tutta Europa, il prof ricorda: «L’esperimento Polonia è il brutale modello di gerarchia razziale, al vertice i tedeschi con pieni diritti, i polacchi e gli ebrei che vengono rastrellati. La Polonia è stata la sede di operazioni segrete per lo sterminio degli ebrei». Al nazismo si sono via via allineati governi collaborazionisti, come Norvegia e Danimarca. Le domande conclusive di Jessica riguardano la giustizia contro i criminali di guerra e le varie forme del negazionismo.
Lo scambio epistolare l’ha ormai fatta ragionare sul significato dell’intera vicenda storica. L’esito della fitta corrispondenza tra i due protagonisti è un dossier che la studentessa leggerà in occasione del 27 gennaio come azione simbolica per ripristinare il Giorno della Memoria nelle scuole.

L'autore e il suo stile narrativo
Frediano Sessi è scrittore e giornalista con molteplici collaborazioni editoriali, nonché docente di Didattica della Shoah all’Università di Roma 3. La sua linea narrativa è quella di raccontare storie vere di ragazzi, uomini e donne che hanno vissuto il Novecento, secolo della guerra e dei totalitarismi. Sul tema dello sterminio ha scritto anche: Ritorno a Berlino, Marsilio, 1993, Prigionieri della memoria (2006).
Gli adolescenti sono i fondamentali destinatari della sua scrittura, basata sul valore della testimonianza e della verità storica. Tra i suoi romanzi e racconti per ragazzi segnaliamo: Ultima fermata: Auschwitz, Einaudi ragazzi, 1996 (ultima ristampa 2016); Prigioniera della storia. Margareta Buber Neumann, testimone assoluta, EL edizioni, 2005; Il mio nome è Anna Frank, Einaudi Ragazzi 2010; Ero una bambina ad Auschwitz, Einaudi Ragazzi, 2015.
Attualmente è membro del Comitato scientifico della Fondazione Auschwitz di Bruxelles.

a cura di Paola Ducato

Cattiva memoria. Perché è difficile fare i conti con la storia

Autore: Marcello Flores
Editore: Il Mulino, 2020
Pagine: 140

Il libro

Il libro, come immediatamente avverte l’autore nell’introduzione, pone complesse domande più che dare facili risposte alla contraddizione, all’apparenza paradossale, tra la smisurata crescita del ruolo della memoria nella nostra società e il progressivo impoverimento della cultura storica verificatosi negli ultimi trent’anni. La memoria, intesa come narrazione di testimonianze ritenute per se stesse autentiche e attendibili, ha preso sempre più il posto delle ricostruzioni storiche capaci di contestualizzare criticamente gli eventi e di analizzarli, per quanto possibile, oggettivamente e razionalmente. Questa vera e propria dilagante “ossessione della memoria” porta con sé palesi pericoli che l’autore, storico di fama e prestigio, evidenza ponendosi di proposito controcorrente rispetto al pensiero dominante. Infatti, l’ipertrofia delle memorie tende o ad appiattire sul presente gli eventi, fermando l’informazione e la formazione all’emotività, oppure a sacralizzarli enfaticamente, riducendoli a momenti commemorativi carichi di retorica. Non a caso argomenta Flores, citando uno studio sul tema, «negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura» proprio nei paesi che hanno sviluppato maggiormente le politiche della memoria.

Il capitolo dedicato alla Shoah è indubbiamente, a questo proposito, significativo, in quanto se da una parte mette in luce il circolo virtuoso creatosi a partire dagli anni novanta tra memorialistica e studi storici, dall’altra mette in guardia contro una crescente «istituzionalizzazione e monumentalizzazione» della memoria. Infatti se la memoria della Shoah diventa un fondamentale modello per ripensare gli studi sui genocidi novecenteschi (da quello armeno a quelli ex jugoslavo e ruandese) al tempo stesso rischia di ridurre la storia a un teatrale scontro tra bene e male.
Meritevole pure di riflessione risulta l'approfondimento sul confronto avvenuto negli ultimi decenni tra il totalitarismo nazista e quello comunista, troppo condizionato - a detta dell’autore - da una memoria «dimentica del ruolo di comprensione della storia» e scaduta in una specie di tribunale morale e politico, spesso smaccatamente di parte, dove la memoria, carica d’ideologia, «prende il sopravvento» sulla realtà degli avvenimenti.
Flores non tralascia di affrontare, nell’ultimo capitolo, il tema del vitale bisogno di costruire una memoria comune a fondamento dell’Unione Europea. L'identità europea, oggi così incerta e fragile, fa fatica ad armonizzare e condividere le tante memorie spesso divergenti che caratterizzano la sua lunga e travagliata storia. E i lodevoli tentativi, come la costruzione a Bruxelles nel 2017 della Casa della storia europea dedicata alla storia dell’Europa dall’antichità ai giorni nostri, con particolare attenzione al Novecento, risultano essere esperienze significative, ma non decisive e complete. Senza un’autentica cultura storica, scevra da emotività e sovranismi, l’Europa poggerà sempre su basi insicure.
Il libro non si limita alla denuncia degli abusi e storture della “cattiva memoria”, ma vuole promuovere con spirito costruttivo la sempre più attuale necessità di raccontare la storia con modalità nuove e originali, attraverso una narrazione capace d’inglobare e rielaborare la memoria, e non di esserne ancella. Per riuscire in questo intento, in primis, vanno evitate le semplificazioni di tipo binario caratteristiche della nostra società della comunicazione, fuorvianti e banalizzanti, e va poi recuperata l’articolazione e problematicità dei fatti che non si lasciano mai ridurre a parziali, soggettivi e preconcetti schemi interpretativi. Da qui sorge l’esigenza, in un mondo sempre più globalizzato, di iniziare a raccontare in maniera nuova e diversa la storia, anche come intreccio di plurali memorie: «problema questo, che non riguarda più solo gli storici professionisti, ma tutti noi, in quanto ne va della nostra identità collettiva».

Proposte e spunti didattici

Tra i molteplici spunti per il lavoro in classe offerti dal libro, si consiglia d'iniziare con una discussione collettiva che prenda spunto da una riflessione della semiologa Valentina Pisanty (I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Bompiani, 2020), citata nell’introduzione del testo e ripresa nel X capitolo, riguardante la contraddizione emersa nell’ultimo ventennio tra lo smisurato proliferare nelle scuole di iniziative riguardanti le giornate delle memorie, da quella della Libertà a quelle della Legalità, a quella del Ricordo e, d’opposto, l’esplodere di gravi fenomeni d’intolleranza e razzismo.
Scopo della riflessione è quello di risvegliare negli studenti la capacità di problematizzare le ragioni delle proposte commemorative che invadono le scuole e di non accettarle passivamente come un mero rituale di partecipazione passiva. Il docente può far ragionare la classe sui possibili rischi connessi a una riduzione degli avvenimenti storici a una moraleggiante lotta tra buoni e cattivi, avulsa dai contesti e incapace d’interpretare criticamente i fatti appiattendoli sull’attualità. Un dibattito aperto tra gli studenti che abbia come premessa, per esempio la lettura dei testi di David Bidussa (Dopo ultimo testimone, Einaudi, 2009) o di Cecilia Cohen Hemsi Nizza (presenti sul sito “Agorà”), può essere d’aiuto per un approccio argomentato della questione.
Confondere la memoria, per sua essenza selettiva e imprecisa, con la storia è una grave errore da evidenziare didatticamente; la storia ha una verificabilità documentale che prescinde dai particolari ricordi dei singoli, per loro stessa definizione non condivisibili. Come sottolinea Flores, gli abusi di memoria non hanno affatto accresciuto nelle persone né le conoscenze storiche né la consapevolezza civica di quanto è accaduto. Tutto questo non può passare inosservato ed obbliga il mondo della formazione a un serio ripensamento anche sul modo di programmare e divulgare gli eventi storici.
Strettamente collegato a questa tematica è l’utilizzo ideologico o addirittura propagandistico della memoria a fini politici e di potere. A questo proposito, può essere un valido approccio didattico progettare, mediante gruppi di lavoro, una serie di ricerche sul web con lo scopo di raccogliere, selezionare e vagliare articoli, interviste, dichiarazioni riguardanti il tema delle Foibe che ha diviso e continua a dividere il mondo politico e l’opinione pubblica. Cercare di far comprendere agli studenti la differenza tra un approccio strumentale, se non proprio manipolatorio, dei fatti e una faticosa e documentata ricostruzione degli stessi, diventa un passaggio essenziale della loro crescita culturale. Lo scontro tra le memorie, che molto si presta alla spettacolarizzazione televisiva, va superato per cercare di raggiungere una prospettiva condivisa al fine di ripristinare il senso storico capace di dare valore e profondità al presente.

Come contribuire a costruire una cultura storica tra le nuove generazioni?
Come evitare le semplificazioni e le strumentalizzazioni?
Come conciliare l’esistenza di memorie diverse?

Sono quesiti che possono essere portati all’attenzione degli studenti. Coinvolgerli in tali questioni mediante momenti di confronto, che possono sfociare anche in produzioni scritte, ad esempio utilizzando il genere espressivo dialogico, può diventare una strada per favorire e rilanciare lo studio consapevole e la passione per la storia nelle scuole superiori, ormai da anni in indubbio calo ed allarmante disaffezione.

a cura di Lino Valentini

 

La professoressa Paola Ducato, la “prof Zoomer”, come la chiamano, pubblica videolezioni per i suoi studenti e per gli appassionati di storia, filosofia, libri e temi civili sul suo canale YouTube che si può visionare a questo link Prof Zoomer >>.
Alla presentazione di alcuni testi significativi sulla Shoah ha dedicato il suo ultimo video, dedicato alla Giornata della memoria: Viaggio nella Memoria: la #Shoah raccontata dalla prof. Zoomer >>.
Ha curato il libro di memorie Io sono una stella dell’ebrea tedesca Inge Auerbacher, protagonista del racconto “Il cuore della bambola” in Luci nella Shoah

Lino Valentini è docente di Storia e Filosofia al Liceo classico “B. Zucchi” di Monza e formatore in numerosi corsi d’aggiornamento d’informatica e multimedialità finalizzati alla didattica.

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